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Toro delle meraviglie - Manlio Cancogni - copertina

Descrizione


Italia, 1946. Le tracce della guerra sono ancora profonde, ma nel Paese si avverte l'allegria di un mondo che, dopo tanto orrore, si scopre ancora vivo e ha voglia di ricominciare. E il Toro, il grande Toro capitanato da Valentino Mazzola, è uno dei simboli di quel fermento. Capace di scatenare forti entusiasmi, passioni intense, come quella che spinge il giornalista trentenne Manlio Cancogni a farsi centotrenta chilometri in bicicletta, da Fiumetto all'Ardenza, andata e ritorno, per veder giocare il Torino delle meraviglie, la più bella squadra mai vista. Livorno-Torino: zero a tre. Indimenticabile. Quel viaggio su due ruote oggi è l'occasione per lo scrittore, grande amante del calcio, di rievocare l'Italia del dopoguerra: il silenzio e la solitudine della città di Pisa ferita dalle bombe, la base americana, il campo dei prigionieri tedeschi di Tombolo e il devastato centro storico di Livorno contrapposti al fragore dello stadio dove la squadra granata, con le sue prodezze, riesce a far dimenticare tutte le miserie. Poi gli anni di Roma, quando Cancogni è al settimanale Mondo d'Oggi, e con lui ci sono il direttore Giorgio Bassani, Carlo Laurenzi e il pittore Valentino, e tutti, chiuso l'ufficio, andavano a Villa Borghese a tirare due calci al pallone con i ragazzi del quartiere. Una storia dove vita e calcio s'intersecano, diventano l'una lo specchio dell'altro, per raccontare un Paese che non c'è più.
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Dettagli

2011
25 novembre 2011
75 p., ill. , Brossura
9788860524263

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Carlo
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Libro nostalgico, con il quale Cancogni ci riporta nell’Italia del 1946, un Paese ferito, lacerato, impoverito ma ansioso di rialzarsi e superare la tragedia della guerra. Tra i simboli di questa volontà di riscatto vi fu il Grande Torino, orgoglio del calcio e dello sport italiano, compagine talmente mitizzata già all’epoca da persuadere il giovane scrittore ad affrontare una lunga pedalata fino a Livorno per ammirarne le decantate gesta. Cancogni inforca la bicicletta a Fiumetto, percorre oltre 70 km sulle polverose strade toscane - in condizioni di semi-abbandono dopo gli anni bellici - e giunge allo stadio nel quartiere labronico di Ardenza, in tempo per assistere all’ennesima prova superba di Mazzola e compagni. Il rievocare quell’avventuroso viaggio offre il destro a Cancogni per colorite divagazioni, con la mente che torna alla Roma anni ’50, alle partite tra amici a Villa Borghese (tra loro Giorgio Bassani) e soprattutto al pionieristico football degli anni ’20, periodo in cui assi come Libonatti, Hirzer, Schiavio e Baloncieri accesero la sua passione per il pallone dando vita a tornei emozionanti e conditi da roventi polemiche, evidentemente già irrinunciabili nel nostro campionato. Lettura che scivola via rapida, leggera, omaggio sentito ai leggendari fuoriclasse granata e ad un’Italia ormai lontana, il cui ricordo è da serbare nella nostra memoria collettiva.

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claudio
Recensioni: 5/5

Un giovanotto di 96 anni ricorda il viaggio fatto quando ne aveva 30, subito dopo la guerra, in bici per 130 chilometri per vedere giocare il grande Torino. E da lì partono una serie di ricordi sul calcio che non c'è più.

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Manlio Cancogni

1916, Bologna

Manlio Cancogni è stato uno scrittore e giornalista italiano. Ha svolto la sua attività di giornalista dedicandosi in particolare a inchieste di taglio politico-sociale per giornali e periodici quali «L’Espresso», «L’Europeo», «Il Mondo». Ha diretto la rivista «La Fiera letteraria». Narratore, ha scritto romanzi e racconti che fondono l’ispirazione autobiografica con un’osservazione acuta e documentaristica.

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