Tutte le poesie (1946-2005)

Elio Pagliarani

Curatore: A. Cortellessa
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
In commercio dal: 2 febbraio 2006
Pagine: 512 p., Brossura
  • EAN: 9788811678328
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Descrizione

Il volume raccoglie l'intera produzione poetica di Elio Pagliarani, dalle prime raccolte degli anni Cinquanta a una serie di inediti degli ultimi anni. Per la prima volta è possibile seguire il percorso di uno scrittore che ha saputo costantemente reinventarsi nel corso degli anni. Da un lato una fedeltà quasi fotografica al reale, e al mondo della piccola gente, dal sottoproletariato a impiegati come "la ragazza Carla", protagonista di uno dei suoi testi più famosi; dall'altro l'uso di una serie di procedimenti tecnico-formali tipici delle avanguardie, una capacità inusuale di giocare con la lingua e i suoi ritmi.

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Finalmente Garzanti mette fine a uno dei più sciagurati blanks editoriali nell'ambito della poesia italiana contemporanea. E lo fa con il classico "Elefante" riassuntivo, che raccoglie l'intera produzione poetica di Elio Pagliarani, compresa un'ampia sezione di Poesie disperse: l'iter di stampa dell'intero corpus è testimoniato dal curatore Andrea Cortellessa nella puntuale nota al testo. Completano il volume una ricca Antologia della critica in punta e un'introduzione, efficace e lucida, dello stesso Cortellessa.
Pagliarani nasce in continuità con il neorealismo e certa linea lombarda, da cui eredita senza dubbio la specola morale. Cronache e altre poesie (1954) non rischia il limite retorico di tanta poesia del tempo, orientandosi piuttosto su una rappresentazione di tranches de vie il cui sentimento dominante è una impietosa pietà (più avanti "questa pietà oggettiva che ci agghiaccia"). Se Inventario privato, del '59, segna il momento più lirico-lombardo – una pausa di parziale introversione –, è con La ragazza Carla (pubblicata con vittoriniana approvazione sul "Menabò" nel 1960, ma in realtà scritta tra il '54 e il '57 e non lontana dal clima di "Officina", dove probabilmente sarebbe uscita se la rivista non avesse chiuso i battenti) che Pagliarani lascia il suo primo marchio indelebile. Poema narrativo in cui esiste ancora un certo grado di continuità diegetica, un plot facilmente individuabile, una protagonista ("Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all'ombra del Duomo") e dei coprotagonisti riconoscibili, una scena – infine – topograficamente delineata (la città di Milano, per tanti versi oggetto centrale del poema), La ragazza Carla perviene a un risultato di vera polifonia, basato sull'uso di una parola bivoca, tesa tra la focalizzazione dei personaggi e quella dell'autore, il quale non è presente a livello grammaticale come io (semmai fa capolino un noi che coinvolge il lettore a livello assiologico), ma è pur sempre attivo come centro morale dell'opera.
È appunto il narratore-autore, formalmente ben occultato, di questo "romanzo in versi", a orientare la visione del mondo convogliata dall'opera: di cui è trasparente vettore il corsivato finale lirico-gnomico e quasi parenetico. Di grande efficacia è poi la lingua media, distante dalla tradizione letteraria, spesso diretta a una simulazione di parlato che risolve le contraddizioni gravanti sulla poesia neorealista e ancora ossidenti i pur generosi tentativi di poesia narrativa da Pavese a Pasolini e Roversi: generi, temi e idee privi di una lingua, la avevano finalmente trovata.
Sull'abbrivio di questa novità prima di tutto linguistica e stilistica, lo sperimentalismo non ancora avanguardistico di Pagliarani incontra i Novissimi. Si è molto discusso sulla effettiva vicinanza dello strano romagnolo-lombardo (e dal '60 in poi romano) al mainstream della neoavanguardia (se poi ne esisteva uno), ma non è dubbio che i successivi libri, poi riuniti in Lezione di fisica e Fecaloro, siano debitori di strutture formali e tematiche decisamente novissime: esplosione apocalittica e dominio del montaggio in primo luogo. L'esplosione, testimoniata dalla metrica a fisarmonica, dalla rottura della sintassi – ma mai da una sciamanica opacizzazione del senso, il quale anzi occhieggia come un disegno tracciato dai cocci di elementi alla sua natura squisitamente politica spesso singolarmente irrelati o antifrastici – è appunto resa dal montaggio di materiali eterogenei (in testa i linguaggi scientifici, decostruiti come vettori retorici di una tecnoscienza alleata al potere) attivanti una semantica tutt'altro che aporetica. Ma lo stesso didascalismo risultante è messo in discussione, pur nella limpida scelta di campo etica e politica.
A saldare tra loro le linee della ricerca di Pagliarani, arriva nel 1995, dopo oltre trent'anni di gestazione, La ballata di Rudi. Soprattutto la vena narrativa tradizionale è sbrecciata dal montaggio esploso: i personaggi aumentano, le vicende si frantumano, i referenti si fanno più sfuggenti. Il romanzo si mescida con il teatro, attingendo così quella pluridiscorsività dialogica che aveva caratterizzato tanta poesia degli anni sessanta anche al di fuori del côté avanguardistico. Il plot non è ricostruibile: non è la storia di Rudi – che pure è il personaggio più citato –, non quella di Aldo, Fabrizio, di Mafalda e Vanda (le amanti di Rudi), di Luisa e Pupa, non quella di Nandi e Carlo, o di Camilla e Marco, non quella degli anonimi locutori (in un generale moltiplicarsi dei soggetti enuncianti che rende assai difficile individuare un punto di vista) che più volte parlano senza che ne venga esplicitata l'identità, non è – infine – nemmeno quella di Armando e Gina, cui pure viene dedicato una sorta di microromanzo nel romanzo. La narrazione è interminabile. E infatti non termina: diventa semplicemente impraticabile. Alla parte propriamente diegetica succede l'ex Doppio trittico di Nandi, salmodia vocale-corporale avvitata su una ripetizione profetica ma insieme anti-mistica, esitante in un memorabile abbattimento del Popper teorico della falsicabilità, occulto apologeta dell'etica neocapitalista.
Di lì in poi, un finale spargimento di materiali mediatici, una grottesca danza degli ultimi giorni, con la severa e infine persino spaesata diagnosi morale del Rap dell'anoressia o bulimia che sia (un moralismo poi prevalente negli ulteriori libri epigrammatici, quelli del Pagliarani parodista decontestualizzatore di frammenti da Platone, Savonarola, Lutero). La narratività fa spazio a un discorso argomentativo ad alta temperatura etica: quasi che la postmodernità richieda – dal punto di vista di Pagliarani – più di essere processata che narrata. E la conclusione esortativa ("Ma dobbiamo continuare / come se / non avesse senso pensare / che s'appassisca il mare") poggia tutta sul valore, politico ed esistenziale a un tempo, di quel "come se" in rapporto alla prima persona plurale. Che racconti o non racconti, la favola è di noi che sta parlando.
Paolo Zublena