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Alberto Manguel

Traduttore: E. Liverani
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2010
Pagine: 171 p. , Brossura
  • EAN: 9788807018145
L'argentino Alejandro Bevilacqua è un caso di "bartleby", come Enrique Vila-Matas ha battezzato, dal nome del famoso scrivano di Melville, gli "scrittori del no", inespressi e paralizzati, quelli che, pur avendo una coscienza letteraria molto esigente (o forse proprio per questo), finiscono per non scrivere nulla, oppure scrivono un paio di libri e poi rinunciano per sempre. La sua breve fama è legata a un unico libro, Elogio della menzogna, pubblicato a Madrid negli anni settanta, epoca incerta e ancora impaurita, tra i rantoli del franchismo e le speranze di transizione. Poco dopo essere scappato dalla presentazione di tale opera, Bevilacqua muore gettandosi da un balcone.
Trent'anni dopo, il caso intriga un giovane giornalista francese di origini spagnole, Jean-Luc Terradillos, che indaga sull'oscuro suicidio del genio ormai dimenticato. Per ricostruirne la biografia, cerca i testimoni. Nel primo capitolo, a parlare è Alberto Manguel, scrittore argentino che fu confidente di Bevilacqua nel comune esilio madrileno. Pur tentando di dissuadere Terradillos, riferisce quanto l'inetto Bevilacqua gli ha raccontato sulla propria infanzia, la perdita dei genitori in un incidente, la vita nel negozio della nonna, l'amore frustrato per Loredana, aiutante in un teatro di marionette, la stesura di fotoromanzi, il matrimonio con Graciela, un'attivista di sinistra, e le torture subite nelle carceri della dittatura militare… fino all'arrivo in Spagna, l'inserimento in sordina nell'ambiente degli intellettuali latinoamericani profughi e la relazione con la giovane Andrea, che scopre tra le sue cose il manoscritto non firmato di Elogio della menzogna e decide di pubblicarlo a sua insaputa, per scuoterlo dall'indolenza e farlo tornare alla scrittura.
Andrea, nel secondo capitolo, traccia invece il ritratto di un uomo appassionato e brillante, difendendo il proprio desiderio di far suonare alta la voce di Bevilacqua nel vento di cambiamento che soffiava in quegli anni. Racconta l'incomprensibile fuga dalla presentazione e dà le prime notizie del Chancho, cioè "il Porco", un esule cubano compagno di cella di Bevilacqua in Argentina. È proprio lui a firmare con il suo nome, Marcelino Olivares, la lettera contenuta nel terzo capitolo. Il cubano riciclava il denaro sporco dei militari, ma si teneva una provvigione e per questo era finto ai ferri. È anche lui un "bartleby", un autore occulto con scarse pubblicazioni, che però in prigione scrive un capolavoro, Elogio della menzogna, e lo affida a Bevilacqua, temendo per la propria sorte. Riesce invece a salvarsi e si reca a Madrid per ricongiungersi con l'amata. Lì i due vedono il libro e compaiono alla presentazione, poi seguono Bevilacqua, rifugiatosi nell'appartamento di Manguel, e sentono le sue sconcertate e patetiche spiegazioni sull'equivoco, finendo quasi per consolarlo.
Quella sera nell'appartamento si presenta anche Gorostiza, che dall'aldilà fa arrivare la sua voce nel quarto capitolo. Figlio di militari, a Buenos Aires faceva l'informatore per i servizi segreti, seguendo e denunciando presunti sovversivi. Quando la sua amante Graciela (moglie di Bevilacqua) lo lascia, lui si vendica falsificando i rapporti affinché vengano arrestati sia Graciela che il marito. In seguito, mandato in Spagna per continuare a spiare gli oppositori in esilio, scopre che l'odiato Bevilacqua è sopravvissuto. La sera fatale, prima spinge giù dal balcone Bevilacqua, forse accidentalmente, durante una colluttazione, poi si scola le bottiglie di sherry già stappate che il Chancho ha portato via dalla presentazione di Elogio della menzogna e dove ha poi versato, per chissà quale insondabile intuizione, del veleno. Così Gorostiza risulta ufficialmente suicida quella stessa notte.
Nell'ultimo capitolo, Terradillos, tirando le somme del proprio lavoro, dichiara di aver fallito nel tentativo di redimere Bevilacqua, componendo un'affascinante biografia romanzata, o anche solo in quello di dare ordine e nitore a impressioni vaghe e frammenti che non combaciano: "Il personaggio che sono arrivato a conoscere per interposta persona è quasi inesistente; transita di ipotesi in ipotesi in relazione al collimare della sua figura con determinati dati e pregiudizi". Aspirante "bartleby", Terradillos mente anche lui, perché quel libro che rinuncia a scrivere lo stiamo leggendo. E ci troviamo dentro anche un emblema della casualità e irrazionalità di tante vicende umane: durante la guerra civile spagnola, il nonno barcellonese di Terradillos simpatizzava per i franchisti, e si unì per sbaglio a una colonna di repubblicani diretti al confine; poi, una volta in Francia, mentì, segnando il destino della famiglia.
E mente anche, sornione, Alberto Manguel (che ha vari titoli in italiano, specie presso Archinto e nottetempo), nato a Buenos Aires nel 1948, residente in Francia, di nazionalità canadese e con l'inglese come prima lingua, ma che ha scritto in spagnolo questo libro di sfacciato garbo e arguta intelligenza. Manguel vuol sfiduciare la memoria (imbarazzata, scivolosa, corrompibile e sempre sulla difensiva) e negare la possibilità del racconto, eppure ci serve saporite dosi di entrambi, difetti inclusi. Il suo alter ego personaggio precisa programmaticamente che la vita di Bevilacqua è stata solo un abbozzo, un compendio di scampoli incoerenti, pertanto la biografia non può che avere lo stesso stile: "indecisa, indefinita, inadeguata". Eppure il congegno letterario – miscela di poliziesco, cronachistico e metaletterario – funziona impeccabilmente: le linee in apparenza inconciliabili alla fine convergono e la serratura scatta.
Non sono originalissime né le inquietudini gnoseologiche né la struttura compositiva per testimoni discordanti, territori ampiamente percorsi dalla narrativa novecentesca. A riprova, citerò non i classici, bensì un paio di cammei di eccellente fattura provenienti da culture fuori mano: La vita e l'opera del compositore Foltyn di Karel Čapek (Marietti, 1988) e Il figlio di Bakunìn di Sergio Atzeni (Sellerio, 1991). Il pregio di Tutti gli uomini sono bugiardi sta altrove: nella pagina magistralmente tornita e intessuta di rimandi e bagliori umoristici, nella singolare variante che ci offre del tema della dittatura (regime fondato sulla menzogna) e dell'esilio, nell'incastro di montature, tradimenti e dissonanze risolto efficacemente senza perdere la sfaccettatura cubista. In tal senso, è assai a tono la copertina, che pare ironizzare sull'epigonale gioco di specchi e maschere postborgesiano. Il fiato, segno biologico interno e personalissimo, sfuma e offusca l'immagine riflessa di chi respira. La voce deforma. Anche gli specchi sono inaffidabili, o come minimo nascondono qualcosa. E dietro a tutto ci sono ombre profonde. Danilo Manera

Recensioni dei clienti

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    Pino Chisari

    27/03/2011 17.29.37

    Libro difficile da valutare. Indubbiamente l'autore conosce molto bene il suo mestiere e la sua bravura è fuor di discussione. Tuttavia la storia non mi ha convinto, soprattutto nell'ultima parte. Ma non sarei onesto se lo scongliassi quindi, visto che 3 e mezzo non posso darlo, propendo per un 4.

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    Umberto Mottola

    23/02/2011 20.09.34

    "Inventiamoci il mondo, fratello" gli diceva il Chancho. "Tanto questo non esiste". E dopo un po' aggiungeva, ridendo: "O non dovrebbe esistere". E' un romanzo inusuale, affascinante, scorrevole, e contiene interessanti considerazioni sugli scrittori e la scrittura. E' altresì ricco di riflessioni fulminanti e intuizioni sorprendenti. Tuttavia si ha l'impressione che i personaggi scorrono via con troppa rapidità e per questo non riusciamo ad afferrarli e ad affezionarci a loro.

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