Tutto quello che è un uomo

David Szalay

Traduttore: A. Rusconi
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 9 novembre 2017
Pagine: 402 p., Brossura
  • EAN: 9788845932137
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Descrizione
Finalista Premio Gregor von Rezzori per la narrativa straniera 2018

C'è una stagione per ogni cosa, e un tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Nove uomini, in diverse età della vita, dall'adolescenza alla vecchiaia. Un continente, l'Europa oggi - da Cipro alla Croazia, dalle Fiandre alla Svizzera -, fotografato in una luce cruda, quasi senza ombre. I nove fanno quasi tutte le cose che i maschi sono soliti fare: inseguono donne, le abbandonano, tentano un affare improbabile, cercano un luogo dove vivere un esilio decente, chiacchierano, sognano un'altra vita. E se a ogni capitolo tutto - protagonista, ambiente, atmosfera - cambia, fin dal primo stacco le nove storie sembrano una sola. All'inizio stentiamo a riconoscerlo, il paesaggio che David Szalay ci costringe a esplorare, finché, per ogni lettore in un punto diverso, ciò che abbiamo davanti si rivela per quel che è, in tutta la sua perturbante evidenza: il nostro tempo, quello che viviamo ogni giorno, in forma di romanzo.

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    Luisa

    07/01/2019 13:44:03

    Tre stellette per la qualità tecnica della scrittura, il resto… boh. Questo libro mi ha imbarazzato, profondamente. È la versione di Barney europeizzata, oltre che "in viaggio": tutti i racconti si svolgono "altrove" rispetto all'ambiente della vita quotidiana o a quello d'origine - questo è l'elemento più originale e interessante, a intendere (forse) che l'uomo, il maschio, non è se non straniato, via da sé, perché un sé, da solo, non ce l'ha. È l'ennesimo o comunque ulteriore libro scritto per rivelare (atto di finalmente umile sincerità? ne dubito) quanto inconsistente e fragile e incompleto sia l'essere maschile, non in assoluto sia chiaro, perché ogni essere umano lo è, ma relativamente alla sua pretesa e convinzione profondissima e invincibile di meritare palcoscenico e servizio. E poi questo sguardo eternamente piatto, che non sa alzarsi in nessun modo io non dico verso l'alto, non sia mai, ma almeno a guardare cielo e stelle e un possibile oltre.... Buona lettura alle donne, per farsi un bel bagno di realtà e togliersi eventuali residue illusioni rispetto a "quel che gli uomini vogliono".

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    CasaParisi

    20/09/2018 20:20:03

    Che gioia, ho scoperto un altro grande scrittore! E giovane inoltre, con tanti libri ancora da scrivere davanti a sé. Questa raccolta è stata una bellissima sorpresa: da tempo non leggevo dei racconti così belli, così ben scritti, così coinvolgenti, così raffinati. Una scrittura pacata, ricca, equilibrata, limpida. All'inizio, leggendo le prime righe di ogni racconto, questa particolare scrittura dà un senso di freddezza, di distacco, capita perfino di distrarsi. Ma poi, invariabilmente, il racconto ti afferra, di più, ti attanaglia. Tu, lettore, sei il ragazzo che viaggia scontento e immusonito per l'Europa, senza trovare quello che cerca. Tu sei il giovane balordo che non sa che fare della propria vacanza e della propria vita. Tu sei il gorilla che deve proteggere la prostituta e il professore universitario che non vuole essere disturbato dalla vita reale. Sei il disgraziato che ha mandato in malora la propria vita. Tu sei il vecchio potente, non più potente, che ha paura della morte. La perfezione di questi ritratti, nove ritratti di uomini dall'adolescenza alla vecchiaia, colti in un momento di dubbio, di disagio, di crisi o di malinconia, è nitida ed espressiva come quella di un Rodin. E la perfezione del miniaturista (nella descrizione dettagliata di azioni minime, di piccoli gesti e tic, di pensieri minuscoli) si fonde con il coraggio e la capacità di immaginare trame eclatanti come quella del racconto del giornalista avido di scoop e del miliardario russo caduto in rovina: vite molto diverse dalla propria, che è così rara negli scrittori soprattutto giovani. Szalay è un grande talento e mi aspetto grandi cose da lui. Leggete questo libro.

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    antonio

    06/09/2018 10:36:58

    L’idea di questa serie di racconti ricorda The Dubliners, poiché i personaggi sono osservati via via dall’adolescenza alla vecchiaia. Tutti uomini fragili, in giro per l’Europa, sempre un po’ spaesati. Un bel pachtwork.. David Szalay è canadese, con cittadinanza ungherese.

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    Elena8573

    24/08/2018 10:02:33

    Questo è un bel, corposo romanzo, senza tanti giri pindarici o riflessioni straordinarie, un libro dove la qualità del prodotto è alta, molto alta, una scrittura pulita e lineare dove per ogni capitolo è raccontata l’età dell’uomo, in questo caso si parla però del possessore in generale del cromosoma XY. Storie di vita raccontare con grande garbo e sensibilità, nessuna sbavatura o rivoluzioni, belle storie che creano quello che non considero un libro di racconti ma un romanzo sulle diverse età della vita. Consigliato senza indugi per un momento di belle letture senza enormi picchi emozionali ma ci vuole ogni tanto.

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    AdrianaT.

    30/06/2018 06:55:38

    Se veramente tutto quello che può essere un uomo è ascrivibile a questi nove ritratti di uomini banali, allora Szalay la fa piuttosto semplice. Io ho invece consolidato, negli anni, un'idea più complessa dell'uomo, ma forse perché non mi sono mai rassegnata alla superficialità animale spesso attribuita d'ufficio al maschio, comparata al supposto meraviglioso enigma che circonfonde la femmina (ma quale enigma?!?...). Quindi, malgrado Szalay, continuo a cullarmi nell'illusione che i miei interlocutori d'eccellenza da tutta una vita, abbiano ben altre lettere da attingere dal loro alfabeto e da comporre più intelligentemente. Da salvare, per le atmosfere, solo l'ultimo racconto e qualche guizzo qua e là; discreto lo stile narrativo, ma niente di più.

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    enrico.s

    15/05/2018 16:12:16

    Pur senza nulla sapere della vita di Davis Szalay son pronto a scommettere che deve essere stato il primo della classe in qualche corso di scrittura creativa (e che deve aver studiato a fondo il capitolo del manuale dedicato al correlato oggettivo, dato l'uso smodato che ne fa in quest'opera). Buona l'idea di fondo che struttura la raccolta, per quanto non originalissima: tentare, attraverso una serie di racconti che fotografano le diverse età dell''uomo -inteso proprio come maschio- resi in ordine crescente di età del protagonista, di esporre ed analizzare alcune costanti (sentimenti, stati d'animo, pulsioni...), dell'essere, appunto, uomo, attraverso il racconto di esperienze certamente vissute da ciascuno di noi, chi più chi meno, in varie fasi della vita(mi riferisco, ovvio, non alle vicende in senso stretto, bensì alle esperienze emotive, psicologiche e morali vissute dai vari protagonisti) . Per carità, un paio di racconti sono anche ben scritti, altri però sono francamente imbarazzanti per pochezza narrativa e tutti sono più prevedibili della corsa di una tartaruga. Insomma, che dire: libro bellino, pulitino, carino, ...freddo come un neon. Alla fine, noioso. Lettura superflua; la letteratura vera, quella che ti fa venire il formicolio alla schiena e ti fa muovere le dita dei piedi mentre leggi, sta altrove.

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    Dario A.

    28/03/2018 20:36:53

    Il passare del tempo si dipana, lungo questo romanzo, attraverso nove istantanee che vanno a comporre il mosaico della vita dell'uomo e di tutti gli uomini. Una lettura corale e disarmante di imperturbabile bellezza.

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    stefano

    15/12/2017 08:03:50

    Il tempo, è il tema di questa breve raccolta di racconti. nove personaggi maschili ritratti in determinati frangenti delle loro esistenze, in giro per l'Europa, durante i quali saranno costretti, o indotti, a porsi delle domande dirette in merito alla condizione specifica. Si parte dalla vicenda di due ragazzi, poco più che adolescenti, e si giunge ad un uomo anziano; in mezzo, tanta umanità. Non vi sono eroi, ma semplici persone, in balia del tempo e delle sue influenze. L'autore, ci mostra, con stile maturo e flemmatica sensibilità artistica, il contesto ed il lento divenire della situazione, invitandoci a seguirlo con calma. Ciò che accade ai personaggi genera domande nella mente del lettore, in modo spontaneo e sorprendente. Perché è dalla osservazione della vita quotidiana che la realtà svela i misteri più profondi e scomodi. L'autore inizia con un ragazzo annoiato e perplesso, che si chiede: " Che ci faccio qui?" all'anziano confuso che riflette sulla definizione: " Amiamo ciò che è eterno e non ciò che è perituro." Nulla è spiegato né espresso con giudizi. Anzi, lo scrittore fa di più: racconta delle storie.

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Szalay e il maschio d’oggi: inadeguato, solo, mediocre


Ci innamoriamo. Succede. Ci innamoriamo di persone, di luoghi, di musiche, di film. Ci innamoriamo di pezzi del nostro passato che consideriamo irripetibili, di persone che non lo meritano, di città che non riusciamo a visitare più di tre, quattro volte nella vita. Ci innamoriamo e dura per sempre. Oppure no. Ci innamoriamo di date, di sguardi, di frasi, di scene teatrali, di spezzoni di film, di ritornelli di canzoni, di frasi di libri. Ci innamoriamo, anche, di libri. Ce n’è uno, in circolazione, di cui è impossibile non innamorarsi. Segni particolari: copertina verde petrolio, autore nato in Canada, di origini ungheresi, cresciuto in Inghilterra e tornato a vivere a Budapest, un risultato che è l’autopsia dell’inadeguatezza, della solitudine, dello spaesamento e dell’insicurezza del maschio contemporaneo, come nessuno lo sa raccontare.

Chi non se l’è ancora procurato, rimedi. Prenda Tutto quello che è un uomo. L’autore si chiama David Szalay. Questo è il suo quarto libro, che l’ha proiettato nella short list del Man Booker Prize 2016, quello di vinto da Lo Schiavista di Paul Beatty. Interessantissimo, quest’ultimo, ma con il limite di una scarsa universalità: tante cose le capisce compiutamente solo chi mastica di politica interna statunitense o magari chi vive nella periferia di Los Angeles. Tutto quello che è un uomo, invece, è un libro di racconti (nove, e forse c’è solo un libro composto da altrettanti racconti, con la copertina candida, che abbiamo la certezza duri di più nel tempo), con un unico chiarissimo tema e una certa coerenza stilistica, che può parlare al cuore di chiunque. Szalay è uno scrittore di prim’ordine, ma solo chi sta dalle parti del cuore o del cervello della casa editrice Adelphi è stato capace di servirci le sue nove storie con un unico destino su un piatto d’argento e con una splendida traduzione, quella di Anna Rusconi.

Cosa c’è in queste centinaia di pagine? Ci sono padri e figli, vecchi e giovani, maschi, in viaggio, senza troppi stereotipi, ma senza sconti, in una porzione delle loro vite, con storie sospese, cioè senza finali definiti. C’è un’indagine in forma narrativa su ogni età della vita, dall’adolescenza a quella che corteggia la morte (ma non vuol saperne). E c’è un ritratto dell’Europa del presente – dalla Germania alla Polonia, dall’Inghilterra all’Italia, da Cipro alla Spagna, senza che questo significhi leggere dei riflessi dei grandi fatti di cronaca internazionale – un continente globalizzato, omogeneo, decadente, quello del ventunesimo secolo, che può sconcertare solo chi chiude gli occhi o fa finta di non vederla, chi sta chiuso nel suo guscio e non può, non vuole, non sa, uscirne. Szalay alza il sipario su grettezza, viltà, squallore e ogni sorta di debolezza. I suoi personaggi (il primo poco meno che minorenne, l’ultimo ultrasettantenne) non ottengono granché, spesso falliscono, anche quando non sembra, anche quando non hanno desideri smodati e chissà quali ambizioni. I giudizi non sono espliciti, ma non c’è scampo: emerge in fretta una certa mediocrità, in vari contesti e in tutte le età, senza che necessariamente ci siano colpi di scena o sorprese; trionfano l’eleganza dello stile e l’empatia dello scrittore con i lettori e i protagonisti delle sue storie.

Cosa vogliono i maschi contemporanei in Tutto quello che è un uomo? Quello che cercano da sempre, ovvero il successo, le donne, la ricchezza, il potere; spesso, quasi sempre, si sentono fuori posto e vanno via, in cerca di se stessi, sono in crisi, sradicati, incompiuti, spaesati, inadeguati, irresoluti: non sanno cosa vogliono e magari quando raggiungono un obiettivo, o sono a un passo dal farlo, lo mollano (esemplare, in tal senso il racconto che ha come protagonista James, un agente immobiliare), quando sono di fronte a un bivio e a una nuova sfida provano a sfuggire come, in un altro racconto, il filologo Karel, tutt’altro che felice che la sua ragazza Waleria aspetti un figlio. Classicissimo, eppure super moderno, il modo in cui Szalay racconta tutto ciò, ovvero la crisi dell’individuo di sesso maschile, narrata in un tempo presente, e malinconicamente, intensamente: i geni letterari dello scrittore del resto oscillano fra la Mitteleuropa e oltreoceano, e in certi passaggi si vedono tutti. Alcuni passaggi dei quali, a lettura ultimata, sarà naturale andare a rileggere. Adolescenti o giovani in vacanza, fra ormoni e disagio esistenziale, anziani terrorizzati dall’ultimo istante che s’approssima, o adulti altrettanti impauriti per i motivi più vari, fanno i conti con il tempo e anche con l’idea di mortalità. I personaggi femminili? L’unica prospettiva in cui vengono inquadrati dall’autore e dai suoi antieroi è, volutamente, con gli occhi di uno sguardo maschile. Con tutto ciò che ne consegue…

 La prosa di Szalay è ipnotica e avvolgente, si nutre di ironia amara e grottesca. I suoi personaggi (quasi tutti eterosessuali) forse sgradevoli, ma molto umani, troppo umani, vicini, vicinissimi, a quelli che vivono nel mondo, con tutte le loro aspirazioni e pulsioni, in bilico fra ambizioni e paure, interrogativi esistenziali, errori e speranze; è facile immedesimarsi in loro, perché di fatto l’autore ne adotta il punto di vista. Immedesimarsi uomini e donne, si badi bene: la maggior parte delle donne sanno benissimo, nel bene e nel male, tutto quello che è un uomo.


Recensione di Salvatore Lo Iacono

 

«Solitudine, libertà. Sul traghetto, la sensazione è ancora lì. E questo nonostante la presenza di altre persone; sono estranei di passaggio, non lo inchiodano a un posto. Non sanno niente di lui. Nessun obbligo verso di loro. Sul ponte scoperto, con le scialuppe appese, il vento marino disperde il calore dell'estate. Il pavimento dondola, risucchiato verso il basso, poi gli preme sotto i piedi. L'Inghilterra rimpicciolisce. Il vento sferza, gli tira i capelli. Dentro, nel calore sigillato, la gente mangia e compra. Anonimo e invisibile si aggira tra la folla. Si mette a un tavolo da solo. La sua solitudine, in quell'ora di traversata verso la Francia, è inviolabile. Si ferma davanti a un finestrino, dorato dal sale nella luce del giorno. Osserva le onde giocose. Si sente libero come i gabbiani che planano nel vento. Solitudine, libertà.»