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Irenäus Eibl-Eibesfeldt

Traduttore: G. P. Panini
Collana: Saggi. Scienze
Anno edizione: 1992
Pagine: 240 p. , ill.
  • EAN: 9788833906829

recensione di Alleva, En., L'Indice 1992, n.11

Per chi immagina l'etologia come una scienza esclusivamente zoologica - quella normalmente divulgata dai media di massa - l'etologo è quell'abbronzato naturalista che se ne va in giro all'alba a osservare i corteggiamenti degli uccelli, o che spia nella notte polare curiosità e segreti esistenziali del grande orso bianco, o quel bizzarro signore che dedica la propria vita a scrutare le necessità sociali dei corvi, l'organizzazione familiare dello spinarello, magari i fattori che promuovono l'aggressività in una colonia di gabbiani reali. C'è dunque da stupirsi che uno dei seguaci più vicini al pensiero di Konrad Lorenz - lo zoologo di Monaco Irenaus Eibl-Eiblesfeldt, direttore di un'unità di ricerca presso l'Istituto Max Planck di Andechs -, già autore di un arcitradotto compendio di base della bella etologia negli anni settanta ("I fondamenti dell'etologia", Adelphi, 1976), si occupi adesso a tempo pieno di comportamento umano: con un testo che indaga con tecnica da etologo sul campo "gli adattamenti alla consociazione anonima", quel "nostro vestir grigio di tutti i giorni che ci confonde nella massa". O di come arginare la paura (esempi mutuati anche dai cuccioli animali, e dalla loro neofobia nell'allontanarsi dalla madre), visualizzando con una tecnica da "candida telecamera nascosta" ritmi e pause che una persona seduta da sola a mangiare manifesta per esplorare a 'scanning' l'ambiente circostante.
Come fa un bambino di sei mesi a distinguere volti familiari da estranei, e come mantiene un contatto visivo con un estraneo, pur restando confortevolmente aggrappato al seno materno? Viene illustrato con particolari il graduale pattern di avvicinamento amichevole nell'uomo, specie che certo fa ben altro del reciproco annusamento delle rispettive zone anogenitali proprio del cane, esempi sotto gli occhi di tutti. O come le regole competitive - un po' rozze - dei rettili meglio conosciuti in quanto a comportamento sociale possono illuminare la comprensione delle regole che modulano gli atti comportamentali della specie 'Homo sapiens'? Ce lo compendia in un agilissimo volumetto, ricco di illustrazioni, o meglio di spezzoni foto-cinematografici Eibl-Eiblesfeldt, etologo umano già largamente noto al pubblico italiano per articoli, interviste, filmati da antropologia culturale applicata e - ovviamente - libri, come il recente "Etologia della guerra", sempre proposto da Bollati Boringhieri.
Quell'etologia umana che ripropone la sequenza del bacio "bagnato" non ritualizzato - bensì strumento di alimentazione di una cultura che sa fare a meno del biberon - della ragazza indio Yanomani (stirpe dell'Orinoco superiore) che nutre "bocca a bocca" il fratellino neonato: tecnica alimentare con contatto intimissimo di orifizii orali, che diventa bacio appassionato, in assenza di scambio di cibo, nelle nostre più palesemente consumistiche culture occidentali. Una storia naturale della comunicazione amorosa, dunque che anche per la specie umana propone comportamenti ritualizzati. Ovverosia atti comportamentali che perdono il primitivo significato funzionale (il lisciarsi e ungersi le penne per impermeabilizzarle dell'anatra mandarino, il sollevare le chele del granchio di mangroveto, e tanti altri quotidiani comportamenti finalizzati a scopi immediati) che l'evoluzione biologica collezionerebbe, amplificandoli, dotandoli di un ritmo talora parossistico (chi ha gioito delle raffiche di colpi di becco della cicogna in amore?), rendendoli cospicui e rumorosi e affascinanti: soprattutto, mettendoli in un contesto dove l'unico ruolo è quello di comunicare a un altro essere - per lo più della medesima specie - intenzioni, passioni, reciproci intendimenti.
Così il ragno "danza" affannosamente per farsi riconoscere dalla aracnoide partner amorosa, l'uccello vedova africano si precipita al suolo - rimbalzando come una palla di gomma - e agita la lunga coda biforcuta dai colori vellutati, interrompendo la monotona sequenza pastello della savana erbacea. Perciò il maschio del verzellino - toscanamente detto sfrigolino - stride appunto per ore, appollaiato sull'antenna televisiva del nostro tetto metropolitano, instancabile nelle sue ballate e capitomboli aerei. Perciò la risata umana non sarebbe - raccontano Eibl-Eiblesfeldt e altri autori contemporanei - un sistema comunicativo semplice n‚ univoco, bensì la fusione filetica di due distinte correnti evolutive (ghigno e risata aperta), che si troverebbero fuse, intrecciate poco distinguibili nella mimica facciale - e acustica - umana, restando ben separate nel caso di scimmie non antropomorfe, con un repertorio ridotto ma con unità comunicative maggiormente mirate al contesto di emissione.
Altre parti del testo, forse le migliori, analizzano le forme organizzative solo apparentemente semplici nei bambini di età prescolare o scolare. Si tratta di piccole "protosocietà", per le quali valgono regole di affiliazione, riconoscimento di ruoli stabili ma dinamici, e nelle quali si tratteggiano individualità di carattere o sottili patologie comportamentali. Per il periodo neonatale, l'autore ripropone quelle "pre-programmazioni di moduli motori" che l'etologia classica ha dettagliato per i casi (riportati) del neonato cetaceo - con i suoi peculiari problemi di sommozzatore - e per lo gnu piccolino, ancor umido di placenta: specie di erbivoro corridore delle savane infestate di predatori carnivori, e dunque essere che, appena partorito, deve essere immediatamente in grado di trottare e di fuggire. Non mancano - e questa è una novità - i riferimenti alle basi neurobiologiche di questi comportamenti a immediata manifestazione nella vita extrauterina: oggi interpretati come moduli motorii, funzionalmente legati a reti sensoriali, decomposti in unità funzionali integrate, per i quali ci si chiede quali siano i fattori neuronali - financo molecolari - che ne determinino lo sviluppo nelle fasi successive dell'ontogenesi, spine dendritiche che si accrescono per 'imprinting' incluse. Come nuovo è lo spazio dedicato nel libro agli studi neurocomportamentali dello psichiatra Panksepp sugli ormoni oppioidi - molecole del piacere, spruzzi di felicitogene ed euforizzanti sostanze che il cervello animale o umano si autoinietterebbe per premiare un determinato atto o sequenza comportamentale, innescando dipendenze affettive a stimoli soprattutto sociali.
Ed è una realtà che a parecchi cultori della materia non piace: ma l'etologia, persino quella umana, è diventata biologia dei meccanismi che regolano la prima apparizione - o il repentino manifestarsi nell'adulto - di un determinato comportamento. Per questo anche nelle culle originarie del pensiero etologico (addirittura nella bucolica Madingley, la fieldstation dell'Università di Cambridge, dove hanno regnato personaggi storici dell'etologia europea come Robert Hinde o Patrick Bateson) oggi ci si occupa con immutata alacrità di geni che regolano il funzionamento del cervello, burattinaio fisiologico dell'atto comportamentale, o di come fattori comportamentali e neurobiologici si compenetrino nei periodi "critici" dopo la nascita, per determinare - in pacifico condominio darwiniano - un determinato assetto di risposta adulta nella tortora come nel ratto, nel topo transgenico, nella pecora. E non si tratta di etologica eresia, bensì è doveroso ritorno - o meglio "rivisitazione" - dello stile di interpretazione del comportamento animale mediante modelli, serie di processi concatenati, diagrammi di flusso dinamico, come ossessivamente ma con indebitato profitto seppero fare i padri fondatori della disciplina: Konrad Lorenz, con le successive riproposizioni del suo famoso modello idraulico, sciacquone di pulsioni automaticamente immagazzinate, processo innescato dall'appropriato 'releaser' di scatenamento; o Niko Tinbergen, altro etologo da Nobel, che seppe stupire filosofi e protocognitivisti con l'esperimento della sagoma sorvolante dell'oca che - a marcia invertita - diventa falco in perlustrazione, e dunque terrifico simulacro agli occhi innocenti da pochi giorni aperti sul mondo esterno di nidiacei d'uccello, perciò paralizzati dallo spavento.
A un testo di questo tipo, come all'etologia umana in blocco, possono essere però mosse una raffica di critiche. Innanzitutto, quella di "umanizzare" comportamenti animali per renderli "atti naturali", e per poi riscoprirli nella specie umana, dopo averli resi biologicamente ineccepibili in quanto prodotto ultimo - nell'uomo - di un'evoluzione darwiniana dalla quale la specie umana non dovrebbe sottrarsi. Ricordiamo le critiche che libri per alcuni versi analoghi hanno - meritatamente - ricevuto nell'ultimo decennio, quando proponevano per la donna un "istinto materno" che le avrebbe ineluttabilmente rese madri & massaie per legge biologica, inscritta nel patrimonio genetico. Oppure gli sconfinamenti rozzi di vari autori che predicevano "basi genetiche" per l'imprenditorialità maschile o che pretendevano di spiegare tout court l'umana socialità con esempi mutuati dallo stile di vita "preurbana" del formicaio, del termitaio, o della ronzante società delle api mellifere. C'è traccia di questo stile in alcuni capitoli de "L'uomo a rischio": laddove si parla di "progressiva perdita di autorità del direttore sugli assistenti", e se ne traggono facili leggi di "defezione dal dovere". O dove si tenta una dissezione zoologica di temi quali libertà e desiderio di potere ovvero di sistemi di dominanza nell'assetto politico socialista oppure liberaldemocratico. Parti effettivamente deboli del testo come dell'approccio conoscitivo stesso, indebite estrapolazioni e comparazioni che non mancheranno di provocare un'irritata reazione di chi della sociologia e dell'antropologia scientifica è cultore o protagonista. Per non dire dell'uso pervicace che del "primitivo" si tende a fare in questo libro, qual fosse via di mezzo tra mondo animale e umanità "civilizzata": ma si perdoni all'etologo-esploratore il mito del viaggiar per terre lontane ed esotiche per raccogliere esempi naturalistici, che forse spiega questa voglia di catturare immagini da mondi separati e culturalmente incontaminati.
Ma c'è nonostante questo qualcosa che nel testo rappresenta una verace novità, a saperla cogliere. Consideriamo il capitolo sull'aggressività umana, dove gli accenni più rozzi delle opere precedenti sui bestiali e bellicosi istinti della specie umana sono molto attutiti - quasi scompaiono - troncando la tradizione divulgativa lorenziana del 'sogenannte Bose' ("Il cosiddetto male", Garzanti, 1980) o dei meno illustri epigoni tipo il Richard Morris dell'etologia del tifoso di calcio, o altri prodotti poco illustri e oggi fortunatamente autoesclusisi dal contesto culturale europeo. Davvero importanti sono poi i riferimenti ad Arthur Koestler, uomo scientifico di fiducia del potente gruppo editoriale Ullstein e per questo testimone attento e partecipe proprio di quella fase di maturazione e di applicazione alla mente umana del pensiero darwinista europeo tra le due guerre. Di Koestler, autore di scienze tutto da riscoprire si veda la recente riedizione dei due volumi autobiografici, in particolare il primo ("Freccia nell'azzurro: Autobiografia 1905-1931", Il Mulino, 1990) e soprattutto lo splendido "Caso del rospo ostetrico", narrazione davvero completa e realistica di genetica, zoofilia, e biologia evoluzionistica postdarwiniane e del loro animato procedere: lo scienziato-protagonista "baciatore di rospi" che si suicida quando viene accusato di aver alterato i dati dei propri, irripetibili, esperimenti zoologici.
Perché questo libro di Eibl-Eiblesfeldt dal tono in fondo dimesso può dunque essere importante? Perché manifesta una trasformazione non indifferente del pensiero etologico, che da mero strumento d'interpretazione metodologica del comportamento di oche taccole iguane scorpioni colibrì e scimmie antropomorfe funge nuovamente da "fase due" del pensiero darwiniano. Dove la "fase uno" è stato lo sgomento del lettore di metà Ottocento di fronte a l'"Orgine della specie per selezione naturale ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l'esistenza" di Charles Darwin, quella visione che nelle parole di T.H. Huxley (il "compare" scientifico di Darwin), metteva l'uomo fenocopia del Creatore in mezzo alle scimmie, le insultanti caricature che ci costringono a riflettere sui limiti cosmologici dell'antropomorfismo se semplicemente ci rechiamo in uno zoo e le osserviamo senza pregiudizi (così Huxley concionava gli operai inglesi dei suoi tempi). Ed è un uomo a rischio, quello che il succitato Koestler, il Lorenz de "Gli otto peccati capitali dell'umanità" (Adelphi, 1988) e de "L'altra faccia dello specchio" (Adelphi, 1988) mettono in guardia da se stesso, dalla sua interiore pulsione a fare e a strafare, dalla sua innaturalmente potente forza tecnologica, che lo rende creatore del futuro tanto della natura che lo circonda (oggetto arcinoto della umana violenza devastatrice), quanto della propria natura interna - non meno fortemente violentata da ritmi, induzioni di pulsioni e stili di vita fuori dai limiti naturali della specie. Ed è su questa seconda violenza - puramente autolesionistica - dell'uomo a rischio di sofferenza profonda se non di autoestinzione che questa etologia ci va costringendo a ragionare: se non altro in termini di "spiegazione" degli accresciuti stati psicopatologici 'borderline' che affliggono in forma crescente l'umanità occidentale, quella occidentalizzata, e quella in affannosa deriva di occidentalizzazione.
Nella scorsa primavera il tiepido dibattito culturale italiano si è repentinamente animato per la presa di posizione del filosofo Norberto Bobbio, 'maitre à penser' d'indiscutibile statura: partendo dal "Fuori dall'Occidente: Ragionamenti sull'Apocalisse" (Einaudi, 1992) di Alberto Asor Rosa si discusse di etica della responsabilità, di se e come conciliare il corso inarrestabile e irreversibile del progresso tecnico occidentale, di salvezza dell'umanità anche attraverso riforme interiori, 'in interiore homine'. Soprattutto, e questo è il punto, si parlò in termini davvero immaterialistici di Apocalisse: di apocalisse dell'umanità annunciata, di Occidente apocalitticamente attore di squilibri, di apocalisse da annunciarsi, da analizzare con strumenti oggettivi - suggeriva saggiamente Bobbio, che però si scagliava tanto contro un'uscita dall'Occidente tecnologico di noi occidentali, quanto contro i toni apocalittici in genere.
I toni del dibattito sono stati quelli soliti degli umanisti pervicaci, ideologi di una cultura che pone il nomos umano - e le correnti regole morali della specie Homo sapiens - al centro dell'unica cosmogonia accettabile dalla propria univoca ma equivoca cultura: dunque Bobbio denigra le visioni apocalittiche perché inutili. Ma all'alba di questo Terzo Millennio, quando la scienza biologica e l'evoluzionismo tutto (inclusa l'ecologia scientifica, disciplina mirata alla complessa trasformazione delle comunità dei viventi) non possono non rivendicare un ruolo importante nelle visioni che l'uomo ha del mondo, specie umana inclusa, va ribadito a chiare lettere che l'apocalisse è un fatto oggettivo di natura. C'è negli squilibri ambientali, nella deforestazione massiccia della foresta amazzonica ad usum Occidenti, nel tumultuoso depauperamento di una biodiversità di forme viventi che l'evoluzione biologica ha collezionato - forgiandole in miliardi di anni di vite vissute sulla crosta di questo nostro pianeta. Si evidenzia nella psicopatologia del quotidiano modo di comportarsi. È insomma una constatazione scientificamente nota, non certo una mera ipotesi di lavoro.
Per questo appare importante illustrare uno stile darwiniano d'analisi storica dei fenomeni umani, che va notificato senza ulteriori esitazioni ai cultori delle belle lettere italiane e agli insigni cultori del nomos che si fa legge scritta e diversificata nelle umane popolazioni. E l'uomo è davvero materialmente a rischio di se stesso, della tecnologia tutta "occidentale" che ha saputo produrre armi che potrebbero distruggere l'umanità tutta, forse cancellare la vita biologica in blocco. E un tono non debitamente apocalittico diventerebbe errore manifesto, forse pura disonestà, qualora negasse i rischi che la specie umana attualmente corre e fa correre alle altre forme viventi.

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    Fausto Intilla (Inventore-divulgatore scientifico)

    23/07/2006 19.55.08

    L'autore, che da decenni indaga il comportamento umano, si pone domande cruciali: abbiamo ancora un futuro? Che cosa impedisce all'uomo di comportarsi in modo ragionevole? Il mondo cambia e gli organismi si adattano a questi cambiamenti. Anche l'uomo, naturalmente, può correggere i propri errori e a ragion veduta a differenza degli altri animali non è obbligato a imparare solo dopo il verificarsi di una catastrofe. Ma la vita di tutti i giorni e la storia ci mostrano che impariamo ben poco dai nostri errori e continuiamo a fare cose che ci danneggiano (tecnologie pericolose, inquinamento, sfruttamento dissennato delle risorse naturali. Perché l'uomo danneggia se stesso e agisce in modo così irrazionale? La risposta alla domanda sta nell'uomo stesso, in una eredità biologica capace di condizionare-il nostro comportamento, il nostro modo di pensare, le nostre percezioni e la nostra sfera emotiva. L'autore vuole far luce sulle trappole insidiose capaci di mettere a rischio la nostra sopravvivenza e sui presupposti indispensabili per correggere la rotta, perché la sfida della modernità la si può vincere solo guardando all'interno dell'uomo.

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