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Do 1 perché non si può dare 0. In tutta la vita ho letto solo un altro libro brutto quanto questo. L'autore sfrutta l'11 settembre per vendere, ma del romanzo questo libro non ha niente. Storia pesante e sconclusionata, difficile da seguire. Stile terribile, nemmeno la punteggiatura è giusta. Non so se si tratta di una tecnica per trasmettere il caos dell'evento o meno, fatto sta che nemmeno 300 pagine diventano pesanti come se fossero 2000. Sconsigliatissimo.
Scrivere sugli eventi dell'11/9 potrebbe diventare, col tempo, uno degli orizzonti dell'epica contemporanea. Probabilmente questo non è il miglior romanzo di DeLillo né la storia più significativa che la letteratura possa sviluppare su quegli avvenimenti, ma è altrettanto vero che tentare di scriverlo meglio sarebbe stato semplicemente inutile, perché qui si cerca di narrare il non-narrabile. I nuclei emotivi che più mi hanno colpito sono due: 1) la tristezza di Lianne, che cerca di far parlare i superstiti, di fronte al caso di Rosellen, che a causa dello stress post-traumatico ogni tanto dimentica dove abita; 2) il vortice autodistruttivo in cui cade Keith per il fatto di non riuscire a capire il senso del suo essere sopravvissuto (un po' come accadde a quei superstiti dei Lager nazisti che non riuscivano ad elaborare la loro vita in un "dopo" semantico). Le tre parti in cui il libro è diviso sono proposte in confluenza verso il punto da cui la storia avrebbe dovuto iniziare, se fosse stata una storia qualsiasi: l'impatto del Boeing 767 con la torre sud, presentato come uno stupro simbolico in cui il violentatore non muore proprio perché ci sono dei superstiti che rappresentano la continuità dell'evento che non doveva mai accadere. Forse è proprio questo il motivo per cui l'unico a fare una brutta fine è il «Falling Man» del titolo: l'unico soggetto che voleva elaborare il trauma per superarlo e che in questo modo cercava di opporsi all'affermazione apocalittica di Martin: «Dove un tempo c'era l'America, ora c'è uno spazio vuoto» (cap. 10), un vuoto simbolico che lui voleva riempire per aiutare tutti ad andare avanti, operazione che però ha bisogno che questi "tutti" desiderino davvero andare avanti, il che esula dal libro perché DeLillo si è concentrato sull'incommensurabiltà del trauma.
Scrivere sugli eventi dell'11/9 potrebbe diventare, col tempo, uno degli orizzonti dell'epica contemporanea. Probabilmente questo non è il miglior romanzo di DeLillo né la storia più significativa che la letteratura possa sviluppare su quegli avvenimenti, ma è altrettanto vero che tentare di scriverlo meglio sarebbe stato semplicemente inutile, perché qui si cerca di narrare il non-narrabile. I nuclei emotivi che più mi hanno colpito sono due: 1) la tristezza di Lianne, che cerca di far parlare i superstiti, di fronte al caso di Rosellen, che a causa dello stress post-traumatico ogni tanto dimentica dove abita; 2) il vortice autodistruttivo in cui cade Keith per il fatto di non riuscire a capire il senso del suo essere sopravvissuto (un po' come accadde a quei superstiti dei Lager nazisti che non riuscivano ad elaborare la loro vita in un "dopo" semantico). Le tre parti in cui il libro è diviso sono proposte in confluenza verso il punto da cui la storia avrebbe dovuto iniziare, se fosse stata una storia qualsiasi: l'impatto del Boeing 767 con la torre sud, presentato come uno stupro simbolico in cui il violentatore non muore proprio perché ci sono dei superstiti che rappresentano la continuità dell'evento che non doveva mai accadere. Forse è proprio questo il motivo per cui l'unico a fare una brutta fine è il «Falling Man» del titolo: l'unico soggetto che voleva elaborare il trauma per superarlo e che in questo modo cercava di opporsi all'affermazione apocalittica di Martin: «Dove un tempo c'era l'America, ora c'è uno spazio vuoto» (cap. 10), un vuoto simbolico che lui voleva riempire per aiutare tutti ad andare avanti, operazione che però ha bisogno che questi "tutti" desiderino davvero andare avanti, il che esula dal libro perché DeLillo si è concentrato sull'incommensurabiltà del trauma.
Recensioni
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