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Robert Musil

Curatore: A. Vigliani
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Edizione: 2
Anno edizione: 1998
Pagine: LXVIII-1028 p.
  • EAN: 9788804357742

recensione di Cetti Marinoni, B., L'Indice 1993, n. 5

Pare proprio che l'opera di Musil non possa sfuggire alla legge dell'Azione Parallela, la grandiosa metafora dell'ambivalenza del reale che lo scrittore aveva escogitato verso la fine degli anni venti per organizzare nell'"Uomo senza qualità" la sua ricognizione saggistico-narrativa della modernità, ma che puntualmente si ripresenta a scandire come un destino la storia del romanzo, e cioè sia la sua tormentata genesi (basti pensare come l'esperienza estatica dell'"altro stato", tema centrale dell'ultima fase creativa, continui a coesistere con la descrizione del suo fallimento contenuta nel "Viaggio in Paradiso", il mai ripudiato frammento del 1924), sia le vicende postume della sua edizione e ricezione: mi riferisco alla sistemazione delle parti inedite del romanzo compiuta da Adolf Frisé all'inizio degli anni cinquanta e subito dopo, ma secondo criteri assai diversi, da Ernst Kaiser e Eithne Wilkins.
La nuova traduzione del romanzo uscita ora nei "Meridiani" di Mondadori è solo l'ultimo episodio di questa corsa su un doppio binario, il segno che la 'Parallelaktion' colpisce ancora. Non senza un legame con la diatriba che aveva opposto a suo tempo Frisé ai due studiosi inglesi, perché se la versione einaudiana di Anita Rho faceva riferimento, per i capitoli e i frammenti postumi, al testo stabilito da Kaiser e Wilkins, l'impresa compiuta da Ada Vigliani si basa sulla nuova edizione tedesca del 1978, curata da Frisé con scrupolo filologico assai maggiore di quello da lui dimostrato, riguardo agli inediti musiliani, nel 1952.
Ma ora vorrei lasciare da parte i problemi testuali: su questi vi sarà occasione di tornare quando usciranno i prossimi volumi mondadoriani comprendenti la traduzione degli inediti, mentre il volume uscito ora si limita al primo libro del romanzo, pubblicato dallo stesso Musil nel 1930. E questo primo volume rende di particolare interesse, e addirittura impone, un confronto fra le due traduzioni dell'opera ormai disponibili in italiano: non solo perché è cosa non comune che un testo di questa mole venga tradotto due volte nell'arco di un trentennio, ma anche perché al lavoro compiuto a suo tempo da Anita Rho è sempre stata riconosciuta una straordinaria qualità di scrittura unita a una non meno notevole aderenza all'originale.
Che cosa differenzia le due versioni? Possiamo dire di avere ora a disposizione due Musil diversi? Vorrei arrivare a una risposta partendo da alcune considerazioni sull'originale. Che è notoriamente un romanzo percorso da una costante dialettica e tensione (lo sottolinea molto bene anche la prefazione di Giorgio Cusatelli al volume mondadoriano) tra il momento narrativo e il momento saggistico, il primo legato all'univocità dei significati e delle strutture (a cominciare dalla sintassi narrativa, da quella salda concatenazione causale-temporale che Musil chiama "il filo del racconto"); il secondo teso a portare in primo piano i rapporti semantici - di sostituzione e di analogia - tra i fenomeni, di modo che questi (vicende, personaggi, concetti, giù giù fino alle singole parole) si offrono in molteplici sfaccettature e la "narrazione" procede "come un saggio - dice Musil intendendo non tanto un discorso 'filosofico' quanto una modalità strutturale - che nella successione dei suoi capitoli considera un oggetto sotto molte angolazioni senza metterlo a fuoco nel suo insieme" (trad. Vigliani, cap. 62).
Queste angolazioni e sfaccettature coinvolgono l'intero tessuto espressivo e figurale, fino a quelle microfigure che sono i nessi sintattici e lessicali: e qui siamo sul terreno che tocca più da vicino il traduttore. Chiunque abbia letto Musil s'è prima o poi lasciato sfuggire uno spazientito "ma allora...?" davanti all'inesausta passione di questo scrittore d'evidenziare ambivalenze e stratificazioni di senso; ma chiunque l'abbia tradotto conosce ancor meglio la disperante difficoltà di rendere molti suoi termini con precisione sufficiente a conservarne l'ambivalenza: perché in Musil, come a suo tempo osservava Cesare Cases introducendo l'edizione einaudiana dell'"Uomo senza qualità" "la precisione non è antitetica ma complementare all'ambiguità; serve a smontare l'ovvietà del fenomeno nelle sue determinazioni apparenti". Il traduttore del romanzo musiliano, allora, si trova spesso a dover scegliere tra le due istanze tendenzialmente opposte della comunicabilità e della precisione, a decidere se offrire un testo scorrevole e "godibile" o invece un testo "problematico" che induca il lettore a cogliere, magari a prezzo di qualche durezza di stile, l'iridescenza dei termini e dei concetti che quelli designano: si tratta, in altre parole, di privilegiare appunto il momento narrativo del romanzo o quello saggistico.
Mi pare che dal confronto tra la traduzione di Anita Rho e quella di Ada Vigliani emerga proprio questa differenza: che è poi una differenza non legata semplicemente a una propensione soggettiva, poiché in essa si riflette anche il cammino percorso, nei trent'anni che separano le due traduzioni, dagli studi musiliani, grazie ai quali non solo è stata approfondita la ricognizione del lessico di questo scrittore ma è venuto sempre più in evidenza il "saggismo" come struttura portante dei suoi testi (non solo dell'"Uomo senza qualità").
Senza addentrarsi troppo in questioni linguistiche, per le quali non è questa la sede, vorrei portare alcuni esempi a chiarimento di quanto ho detto. Cominciando dalla celebre coppia di concetti 'Wirklichkeitsmensch-Möglichkeitsmensch'. Anita Rho, attenuando la matrice musiliana di questi termini e assimilandoli all'uso corrente s'era, per così dire, fatta carico delle ragioni dell'italiano e li aveva tradotti per lo più con "realista" e "possibilista" (capp. 4, 37), mentre Arnheim, definito da Musil "ein Mann der Wirklichkeit", diventava "un uomo positivo" (cap. 46). Ada Vigliani, con una precisione che conserva ai termini la loro specifica valenza, accetta un qualche stridore stilistico riconoscendone l'efficacia e traduce "uomo della realtà" e "uomo della possibilità". Due scelte analogamente divergenti troviamo per la significativa frase che apre il cap. 40. Rho traduce: "Non è difficile descrivere nei suoi tratti fondamentali il trentaduenne Ulrich", e Vigliani: "Non è difficile descrivere, nei suoi tratti fondamentali, questo trentaduenne, questo Ulrich". Va tenuto presente che la frase viene dopo il celebre capitolo che definisce Ulrich un "uomo senza qualità"; proprio per questo la deissi ("diesen zweiund-drei igjährigen Mann Ulrich") ha una precisa funzione, oltre a costituire già nell'originale un lieve inciampo stilistico: essa indica che non abbiamo a che fare con un personaggio nel senso tradizionale, un Io a tutto tondo, ma piuttosto con una figura non univoca, oggetto di una riflessione e articolazione "saggistica" visto che e ' un carattere, pur senza averne uno" (fine cap. 39). Il testo dice "questo Ulrich" per puntare il dito sul complicato fenomeno che esso rappresenta: donde poi l'ironia di quel "non è difficile". Del passo Anita Rho ha offerto una versione piana ed elegante, direi amabilmente "narrativa", proprio perché ha eluso l'inciampo - e il segnale - del "questo"; mentre Ada Vigliani l'ha conservato e anzi ribadito, in tal modo attirando su di esso la nostra attenzione. Ma la frase continua così: "quantunque lui, di sé, sappia soltanto che è equidistante da tutte le qualità". Anche qui una traduzione (Rho) classicamente lineare per un tedesco abbastanza irto ("das es gleich nah und weit zu allen Eigenschaften hatte") reso da Vigliani con un'asprezza che aderisce felicemente a quella prospettiva saggistica che considera un oggetto "sotto molte angolazioni": "quantunque di sé egli sappia soltanto di essere egualmente vicino e lontano da tutte le qualità". Ne risulta un Io meno olimpico e più sperimentale di quello resoci da Anita Rho: un Io che intrattiene un rapporto "aperto" e funzionale con le qualità, che appunto per questo gli sono non tanto "stranamente" (Rho) quanto "curiosamente" (Vigliani) indifferenti ("in einer sonder-baren Weise gleichgultig"). Si potrebbe continuare a lungo, perché i confronti confermano quasi sempre la diversa impostazione. Mi limiterò a segnalare in chiusura come il senso della precisione e dell'ambivalenza induca Vigliani a rendere termini chiave come 'Geist' e 'geistig' (a cui è dedicata una delle molte note che in quest'edizione guidano la lettura del romanzo sottolineandone al tempo stesso la saggistica complessità) in modi diversi che ne rispettano le svariate accezioni (spirito/spirituale; intelletto/intellettuale; mente/mentale), mentre Rho traduce per lo più, univocamente, "spirito" e "spirituale". Con un'eccezione che dà ancora una volta la misura dello stile al tempo stesso classicamente elegante e alieno da problematiche incrinature con cui la valorosa traduttrice ha reso in italiano il romanzo di Musil. Sempre nel cap. 40 leggiamo: "E a un tratto Ulrich riassunse in modo assai comico tutta la questione ponendosi la domanda se in fin dei conti, dato che di intelligenza [Geist] ce n'è certamente abbastanza, il guaio non stia semplicemente in questo, che l'intelligenza stessa non e intelligente [getstig]". Soluzione molto godibile ma tutta nel segno di una brillante 'causerie' che forse è più adatta a rendere il gusto del paradosso di uno Shaw o di un Wilde che l'ironia saggistica di Musil. Vigliani dice: "E d'un tratto Ulrich tradusse l'intera faccenda nel curioso problema se in definitiva, dato che di spirito ce n'è sicuramente a sufficienza, l'origine di tutte le difficoltà non fosse semplicemente che lo spirito stesso non ha spirito".
Certo, il lettore coglie alla fin fine il momento saggistico del romanzo anche nella precedente traduzione, e per contro non scompare nella nuova il momento narrativo. Dal confronto, insomma, non si esce con la sensazione d'avere ora in italiano addirittura due Musil diversi. Musil resta sempre quello, solo che lo vediamo un po' più complesso, un po' più ambivalente: degno oggetto di un'Azione Parallela.

Recensioni dei clienti

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    Hallberg-Rassy 32

    22/02/2005 14.13.53

    Premetto che da poco ho iniziato il secondo volume, la consapevolezza che si tratta di un'opera incompiuta oltremodo mi incuriosice molto. Per quanto riguarda il primo, inizialmente sono rimasto un tantino frenato dall'assenza di movimento e di azione; ma lentamente quest'opera così introspettiva e particolareggiata mi ha coinvolto e si è rivelata una lettura godibilissima. I contenuti sono attualissimi, penso che chiunque leggendo queste pagine possa ritrovare delle sfaccettature di se stesso, delle persone che lo circondano e della società nella quale vive; ed ognuno può estrapolarne una personale interpretazione. Ho trovato molto belli i dialoghi tra Ulrich e gli altri personaggi e la descrizione del rapporto con la sorella. Non la considero una lettura semplice, anche per via del numero di pagine che compone l'opera, ma personalmente lo consiglio a chiunque ami leggere i classici della letteratura, anche se comprendo benissimo il giudizio della lettrice che mi ha preceduto.

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    Francesca

    26/09/2004 11.37.37

    Mi ricordo che il nostro prof di letteratura ci diceva che secondo lui "L'Uomo senza qualità" era il capolavoro, l'Opera del 20esimo secolo. Insomma, bisognava assolutamente leggere questro staordinario libro. Ci ho provato diverse volte, se non sbaglio tre, e, che dire? ogni volta mi bloccavo. Troppo minuzioso, troppo particolareggiato. Per descrivere una giornata nebbiosa, gli ci sono volute due pagine...partendo dal minimo barometrico, dall'intensità dell'aria, etc etc... Non sono sicura di volerlo riprendere una quarta volta!!

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