Utopia selvaggia. Rimpianto dell'innocenza perduta. Una fiaba

Darcy Ribeiro

Curatore: D. Ferioli
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1987
Pagine: IV-169 p.
  • EAN: 9788806598884
Usato su Libraccio.it - € 6,69


recensione di Peloso, S., L'Indice 1988, n. 1

Dopo "Ma¡ra" e "Il Mulo", è questa la terza prova narrativa di Darcy Ribeiro, che esce in traduzione italiana a riproporre le suggestioni di un'Amazzonia, da sempre terra di inquiete relazioni con il mito e la letteratura. Stavolta, però, più che di un romanzo, si può parlare di un grande gioco carnevalesco organizzato, in torma straniata e dissacrante, attorno a un canovaccio molto semplice. Il negro Gasparino Carvalhal, detto Pitum e più tardi ribattezzato Orecchione, è fatto prigioniero in circostanze misteriose dalle Amazzoni (sì, proprio le indomite guerriere di tante secolari avventure), che dopo averlo usato senza vergogna come stallone e riproduttore, se ne disfano tranquillamente, rispedendolo nella foresta da dove era venuto. Per Pitum è l'occasione di una nuova esperienza, stavolta in un villaggio di indios senza padroni, innocenti e felicemente fornicatori, che due suore missionarie tentano, per fortuna invano, di catechizzare. Tanto invano che alla fine, nel bel mezzo di un'orgia stimolata dalle potenti droghe amazzoniche, Calibano, il "tuxaua" o capo del villaggio, opera una conversione alla rovescia, inducendo alla più sfrenata lussuria le sue ospiti. E mentre tutto ruota nel vortice di un sogno allucinato, una zolla di foresta con tutta la tribù si leva miracolosamente in volo e, da altezze non più raggiungibili, gli indios bombardano con i loro escrementi gli eserciti impegnati in una fantaguerra nella foresta amazzonica. È il trionfo dell'utopia selvaggia che fa giustizia, una volta tanto, dell'antiutopia borghese, capitalista e multinazionale, rappresentata nel libro da Prospero, un gigantesco computer, "imperatore informatico", programmato da Cia e Kgb per riassestare a loro modo la squinternata vita del Brasile.
Si tratta, come si può vedere, di un intreccio quanto mai esile, più che altro un pretesto per un gioco di equivoci, sberleffi e feroci "rovesciamenti" di tutto ciò che è mito, letteratura cristallizzata, cultura ufficiale. Qui Ribeiro, che pure è uno degli antropologhi e intellettuali latinoamericani più impegnati, profondo conoscitore, fra l'altro, per esperienza diretta del mondo indio della foresta, sembra che si diverta a rimettere in discussione soprattutto se stesso, o meglio il bagaglio culturale su cui si fonda gran parte della sua esperienza di scrittore e di militante politico. Ne nasce una rivisitazione in chiave parodica dell'universo mitico-avventuroso dell'Amazzonia, che rimanda a certe pagine del "Pantalè¢n y las visitadoras" di Mario Vargas Llosa, o, in ambito brasiliano, al M rcio Souza di "Galvez, imperador do Acre"; mentre dietro l'invocazione "alle nostre madri Amazzoni e ai nostri padri cannibali" rispunta, al solito, la grande intuizione "antropofagica" di Mario e Oswald de Andrade.
Il libro diventa così un grande e provocatorio calderone, nel quale finisce di tutto: Vespucci e Hans Staden, Tommaso Moro e Montaigne, Rousseau e Marx, ma anche, accanto ai cronisti delle scoperte, Antonio Vieira e i padri della letteratura brasiliana. E in questo quadro di riferimenti colti, estremamente fitto e complesso, la mano dell'autore si è divertita a scompaginare e invertire la posizione delle varie tessere, in maniera che non sia più possibile ricostruire l'ordine originario. Cosìcché si aprono trappole a non finire per il lettore: a cominciare dalle allusioni contenute nei nomi. Se dietro Gasparino Carvalhal non è difficile cogliere il rimando a quel Fray Gaspar de Carvajal, cronista della spedizione di Francisco de Orellana, che per primo nel 1541/42 si trovò a percorrere l'immenso bacino verde, credendo per di più di incontrarvi le Amazzoni, Calibano e Prospero sono nomi che alludono per via metaforica alla "Tempesta" di Shakespeare, ma anche a quel "complesso di Prospero" con cui si è identificata la mania europea di proiettare sul nuovo mondo, nel corso dei secoli, le proprie represse velleità.
Non solo, qua e là e senza nessun avvertimento, sono inseriti a mosaico nel testo frammenti di provenienza diversa: è il caso della descrizione delle Amazzoni ("Prosperose, con la vergogna così alta e chiusa, e così innocente nella nudità, che non c'era in questo nessun imbarazzo", p. 15), o della India Rixca ("con la sua vergogna così ben fatta e rotondetta e con tanta aperta innocenza, che molte ragazze di Rio si vergognerebbero di non avere la loro come la sua", p. 65), riprese quasi letteralmente dalla "Carta" di Pero Vaz de Caminha, il documento datato 1 maggio 1500, che segna l'atto ufficiale di nascita del Brasile. Egualmente alcune connotazioni in chiave ironica ("La loro selvaggeria è manifesta, perché non hanno n‚ Fede, n‚ Re, n‚ Legge come ogni cittadino", p. 100) appaiono meno casuali e generiche, se colte nel loro preciso valore intertestuale: in questa maniera infatti i primi trattatisti gesuiti commentavano l'assenza nella lingua "tupi" dei fonemi F, R ed L.
Certo che a volte il gioco è talmente sottile e raffinato da sembrar destinato solo a un pubblico di addetti ai lavori e in ogni caso i molteplici livelli di lettura implicano vari gradi di iniziazione. È quanto precisa lo stesso Darcy Ribeiro nell'intervista in appendice, quando avverte che il libro può esser letto o come una grande e divertente parodia in cui la scrittura è tutta giocata in funzione ludica, o come una meditazione più generale, nata dalla rilettura di tanti testi, "sulla nostra identità, sul nostro sangue". Il sottotitolo stesso ("Rimpianto dell'innocenza perduta. Una fiaba") sembra alludere a questo secondo più alto, ma anche più problematico, livello di lettura, che implica una morale della storia e quindi una volontà di riorganizzare, nonostante tutto, in cosmo, quello che appariva un deflagrato universo carnevalesco. Col risultato, però, di ricreare spesso quella prospettiva mitica cristallizzata, che è il principale bersaglio del libro, venandola per di più di nostalgie rousseauiane, sintetizzate, in appendice, in confessioni come questa: "Vorrei tanto far fare qui a Rio un pannello, un murale, non sa, una cosa grande che mostri gli europei che stanno arrivando sulle loro navi e gli indios sulla costa. Gli uni di fronte agli altri. Gli europei barbuti, capelloni, puzzolenti come bestie, con la faccia scavata, rosa dallo scorbuto, un'umanità orrenda, diabolica. E dall'altra parte gli indios levigati, colorati, sani. Credo bene che ci vedessero il paradiso" (p. 165).
Una morale della favola certamente sentita e sincera, soprattutto in un personaggio al di sopra di ogni sospetto come Darcy Ribeiro, ma che da una parte, in termini di struttura, dà ragione della irrisolta ambivalenza del testo e dell'altra, in termini di prospettiva generale, si presenta non meno ambigua. Sembra sottintendere infatti una visione manichea del problema che, mentre non tiene conto di quel "diverso" che fu, nelle sue varie e contraddittorie articolazioni, il Cinquecento europeo, esorcizza anche in prospettiva idealizzante il dramma storico del mondo indio. L'utopia che ne deriva, affidata al "desbunde", alla droga e all'allucinazione, come ritrovato momento lirico in una realtà altrimenti brutale e senza speranze, è, ahimè, assai poco selvaggia e, come i barbuti di cui sopra, sa molto di oltreoceano. Dietro, più che Rousseau, c'è l'antropologia-rimorso di Lévi-Strauss e più in generale la cattiva coscienza di un colonialismo, che può idealizzare e piangere il "diverso" nel momento stesso in cui l'ha definitivamente cancellato. Ancora una volta c'è il rischio che l'America Latina, appagandosi di questo processo di mistificazione e autocommiserazione, rinunci a far valere essa stessa la sua reale identità e a conquistarsi piena libertà di scelta.
Per questo del libro di Darcy Ribeiro preferiamo, nonostante tutto, l'immagine di quelle Amazzoni, maschiacce bellicose e lussuriose, che, se si identificano con il simbolo stesso della foresta, al tempo stesso non sfigurano, in una ideale galleria di ritratti, accanto al ghigno diabolico dell'antropofago o alla pigra dissolutezza di Macuna¡ma.