Categorie

Renato Raffaelli

Editore: Quattroventi
Anno edizione: 1990
Pagine: 166 p.
  • EAN: 9788839201607
RAFFAELLI, RENATO, Variazioni sul Don Giovanni

QUESTA, CESARE, Semiramide redenta
scheda di Meliga, W., L'Indice 1991, n. 8

I volumi escono nella collana "Letteratura e antropologia ", che già dal titolo non può non suscitare curiosità e attenzione. Curiosità e attenzione che si accrescono quando osserviamo che gli autori sono filologi classici e questo essenzialmente per due motivi: per la riprova dell'avvenuto superamento (almeno nei classicisti più esigenti) di un certo quadro fisso e paradigmatico del mondo antico (lo si ricavava già dal primo volume della collana intorno a "Rappresentazioni della morte", a cura di Renato Raffaelli, Quattro Venti, Urbino 1987, nell'antichità e nelle riprese folcloriche moderne) e per la garanzia, filologica appunto, sulla probità della ricerca.
Di bella filologia infatti, di quella che fonda conclusioni e giudizi su un rigoroso (e in questo caso vorrei anche dire amoroso) scrupolo documentario, è ricco il libro di Cesare Questa sulla fortuna letteraria e musicale di Semiramide dal Cinque al Novecento. È meglio però parlare subito di mito, giacché la figura della regina assisa giunge al melodramma attraverso una complessa risistemazione, prima classica, poi cristiana e medievale (qui il suggello è nel 'libito' fatto 'licito' del quinto canto dell'"Inferno") e in essa sono presenti gli aspetti - miticamente contraddittori - di regina saggia e costruttrice e di donna avida e lussuriosa, snaturata al punto di commettere uxoricidio e di tentare col figlio l'infrazione massima dell'incesto (cui seguirà un più o meno consapevole matricidio). Fin qui i modelli tradizionali, sotteso ai quali tuttavia le molte Semiramidi della lunga riscrittura melodrammatica - analizzata da Questa con una precisione e un gusto eccezionali, spesso irricevuti dalla men che poca competenza musicale di chi scrive - fanno emergere il grande tema archetipico della regalità giusta (quella di Ninia-Arsace, figlio di Semiramide), assunta attraverso una prova iniziatica al posto di quella iniqua della regina. La presenza costante di tale struttura antropologica, che realizza nel rispetto dei divieti archetipici la "redenzione" di Semiramide, non è dunque che una prova della forza di questi ultimi nell'immaginario e nella letteratura.
D'altra parte, che la distanza fra cultura letteraria e cultura antropologica sia molto meno grande di quanto si è lungo tempo creduto risulta ormai da varie ricerche condotte in ambito filologico, storico e semiologico. Alla dichiarata separazione, repulsiva o celebrativa, prima cristiana, poi classicista e infine romantica fra un modello colto e scolastico e un altro arcaico e orale abbiamo sostituito la consapevolezza della loro permeabilità e della posizione spesso intermedia dei prodotti del modello dominante. Il libro di Renato Raffaelli contribuisce a tale consapevolezza affrontando il fascio di credenze e motivi che circonda l'antagonista del celeberrimo 'burlador' o "ateista", il non meno celebre Convitato di pietra o Commendatore - o meglio la sua statua sepolcrale, cioè un morto. La potente suggestione del personaggio e del famoso invito a cena, da Tirso de Molina a Molière a Da Ponte-Mozart, stanno tutte in questa singolarità drammatica: un morto che va a cena e che a cena invita. La singolarità tuttavia è soprattutto ideologica, almeno all'interno del modello che risolve la vicenda di don Giovanni in parenesi morale sul destino dei "perfidi": si tratta infatti dell'incontro con il mondo dei morti e della partecipazione a esso attraverso il cibo che costituiscono il tema di numerosi 'folktales', dall'antichità greca all'Europa moderna, spesso emergenti fra i prodotti della letteratura colta. Individuato questo nucleo, tanto più produttivo quanto forte è il tabù che esprime, sono aperte le possibilità di rintracciarlo in uno stato sostanzialmente integro ovvero attraverso sostituzioni (la scena del povero schernito nel "Don Juan* di Molière, l'ingresso dello spettro di Banquo nel "Macheth" di Shakespeare), cosa che Raffaelli fa in modo acuto e convincente.