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Traduttore: S. Pareschi
Collana: Varianti
Anno edizione: 2012
Pagine: 142 p., Brossura
  • EAN: 9788833922751
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  "Gli occidentali entrano in casa con le scarpe, hanno il corpo enorme ricoperto di peli e credono che il contrario di bianco non sia rosso, ma nero. Addirittura leggono i libri sfogliandoli da sinistra verso destra: sono esseri incomprensibili". Così mormora in notturna un gruppo di donne giapponesi stipate sulla stessa nave, pronte ad andare in spose agli americani intravisti in foto. Sono le prime, in assoluto, a emigrare dal loro paese e percorrono la lontananza striando il mare con tremori e fantasmagorie. L'occidentalismo è il logico complemento dell'orientalismo. È Julie Ostuka che ci contorce lo sguardo, scoprendo le croste dei nostri cliché. Lo fa in Venivamo tutte per mare, romanzo il cui titolo originale era The Buddha in the Attic, ma alla soglia del misticismo urbanizzato l'editore ne preferisce una diversa. L'attenzione del lettore italiano è subito guidata verso la voce narrante, verso la voce collettiva che fa la forza di questo libro piccolo e inebriante. La nave va e il coro femminile ondeggia, mentre descrive se stesso come una distesa omogenea di capelli neri, piedi piatti e verginità. L'origine delle donne è comune e anche il destino pare lo stesso: la geografia impasta insieme le voci e le vite. Questo popolo di spose respira all'unisono, ma qualche volta il coro si sgrana, liberando singolarità. Eccone una: "Sulla nave tenevamo i ritratti dei nostri mariti dentro minuscoli medaglioni ovali che portavamo appesi al collo con lunghe catene. Li tenevamo dentro borsette di seta, dentro vecchie lattine di tè, dentro scatole di lacca rossa e dentro le spesse buste marroni con le quali erano stati spediti dall'America. Li tenevamo dentro la manica del kimono, che toccavamo spesso, per assicurarci che ci fossero ancora. Li tenevamo infilati tra le pagine di Venite, giapponesi!, Consigli per andare in America, Dieci modi per far felice un uomo, e di vecchi e logori volumi dei sutra buddisti, e una di noi, che era cristiana, e mangiava carne, e pregava un dio diverso dai capelli lunghi, teneva il suo fra le pagine della Bibbia di re Giacomo. E quando le chiedevamo chi le piacesse di più – l'uomo della fotografia o il Signore Gesù – lei sorrideva misteriosa e rispondeva: 'Lui, naturalmente'". Va auscultata con attenzione questa voce collettiva. Stupisce, perché invece di articolare una trama srotola un elenco, un elenco di elenchi, e così trasmette un'ipnotica declinazione dell'esperienza. C'è l'elenco delle prime notti di nozze e quello dei parti, l'elenco dei figli e delle case, c'è l'elenco dei lavori e quello delle amicizie; l'elenco delle violenze, anche. La lista è una vertigine, secondo Umberto Eco, che così descrive l'effetto inquietante prodotto da una potenzialità infinita: "La lista suggerisce quasi fisicamente l'infinito, perché di fatto essa non finisce, non si conclude in una forma" (La vertigine della lista, Bompiani, 2009). Eppure la somma di tante vertigini una forma conchiusa può arrivare a crearla: almeno è quanto accade qui, tra queste pagine di Julie Otsuka, dove le frange degli elenchi a un certo punto si arrestano e si attorcigliano intorno a un punto preciso, intorno a un evento. Si tratta ancora una volta di un elenco, ma di tipo diverso rispetto a quelli cantilenanti che hanno rigato le pagine precedenti. Questo qui è muto, e ben inchiostrato. È una lista di proscrizione, stilata su ordine di Franklin Roosevelt, che dopo Pearl Harbor contrassegnò i cittadini americani di origine giapponese come nemici da bandire. La lista che così nacque è nera, afona, pura emanazione d'angoscia. E dunque la si scorre di fretta, sperando che finisca subito e che il proprio nome non vi sia tracciato. La si controlla invocando una lacuna, ma se gli occhi finiscono per trovarlo, il nome, allora ci inciampano sopra. Dopodiché devono solo sbrigarsi a sparire. E a srotolare nuovi elenchi: aritmiche variazioni dell'abbandono e della fine. Era da anni che l'autrice voleva raccontare la storia delle spose giapponesi che sbarcarono in America all'inizio del Novecento: "Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte". Il desiderio espresso in questa frase è esaudito. Otsuka riesce a raccontare tutte le vite e dare corpo sonoro a tutte le voci. Ci riesce sfruttando al meglio una modalità narrativa rara e difficile da gestire. Elencando, Otsuka condensa le pretese dell'infinito in uno spazio minimo. In poche pagine declina un'esperienza collettiva, senza mai schiacciarla, modulandola invece in tutte le sue increspature, in tutte le sue differenze. Maria Anna Mariani

Recensioni dei clienti

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    Valentina

    15/07/2015 16.52.36

    Un libro che ti coinvolge, assorbe il tuo pensiero e ti fa vivere in prima persona ogni storia, ogni aspetto, ogni sentimento, ogni timore provato dalle protagoniste. Questo libro fa capire fin dove arriva la capacità di adattamento, soprattutto dopo l'esser state disilluse, di queste donne.

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    laguby

    28/08/2014 15.43.10

    Una storia vera che tocca tutte le corde del cuore: la speranza, la nostalgia, lo stupore, il disincanto, la violenza, il dolore, il silenzio, la paura? Una narrazione corale per dar voce alle tante donne giapponesi andate in sposa, agli inizi del Novecento, ai connazionali espatriati negli Stati Uniti; giunte - per mare, appunto - in una realtà di cui ignoravano lingua e costumi? Un grande affresco per raccontarne le vite, il riscatto attraverso figli e nipoti, la presenza "trasparente" nella società americana. L'autrice sceglie di scrivere in prima persona plurale: è il "noi" delle protagoniste, certo, ma è anche il noi di chi legge, per interrogarsi - ancora una volta - sul destino di tante donne.

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    Carol

    11/07/2014 19.08.14

    La parte veramente interessante è la descrizione delle differenze di pensiero, stili di vita e abitudini fra i giapponesi immigrati e il popolo americano, lo smarrimento delle donne appena sbarcate in un mondo completamente diverso dal loro. Per il resto, non c'è approfondimento storico, descrizione di sentimenti, coinvolgimento. L'espediente del raccontare in prima persona plurale le vicende e di ripetere le singole esperienze quasi sotto forma di elenco, in certi punti conferisce alla narrazione una tale pesantezza da risultare odioso. Allo stesso tempo non permette all'autrice di approfondire l'aspetto emozionale dei singoli personaggi e il tutto rimane piuttosto freddo e distaccato, relegando il lettore al semplice ruolo di osservatore. Infine, ho avuto la sensazione che il romanzo fosse incompleto, s'interrompesse in un punto decisivo: a mio avviso un'occasione persa di raccontare un altra vicenda storica poco nota, quella della vita da "deportati" dei giapponesi dopo Pearl Harbour.

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    cristina

    26/03/2014 11.01.37

    bello ma molto triste, ho provato pena dall'inizio alla fine ,pensare che e' stato vero mi ha rattristata molto! povere donne!

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    Beatrice

    20/01/2014 15.02.01

    Un libro originale. Sicuramente non una lettura per tutti. Testo elementare, fluido, che ricorda un incessante avanzare di ricordi e una litania fatta di disgrazie. A mio avviso molto toccante e originale.

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    beatrice

    23/08/2013 22.31.37

    Una gradita sorpresa. Sicuramente diretto, sicuramente ripetitivo nella forma, sicuramente non adatto a chi cerca un romanzo con dialoghi complessi e introspezioni da manuale. Un libro paragonabile ad un album fotografico in bianco e nero, sbiadito e logoro , ma che sa donarti emozioni profonde solo guardandolo.

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    mara regonaschi

    08/08/2013 16.08.21

    Il libro racconta la consuetudine del "prender moglie" per corrispondenza dei giapponesi residenti in territorio americano e il fenomeno della loro deportazione, durante la seconda guerra mondiale, perché sospettati, tutti, di spionaggio o favoritismo. Vengono raccontate le ripercussioni e gli stati d'animo che hanno provocato dette azioni, con però non sufficiente approfondimento storico e culturale. Interessante l'evidenza della difficoltà alla integrazione e la necessità di mantenere i legami con le proprie origini e le proprie usanze, quasi derivasse da un innato spirito di conservazione: "Non essere chiassoso come gli americani. Stai lontano dai cinesi. Non sono nostri amici, Guardati dai coreani. Ci odiano. Stai attento ai filippini. Sono peggio dei coreani. Non sposare mai nessuno di Okinawa. Non sono veri giapponesi".

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    Leonardo Banfi

    14/07/2013 20.14.26

    Un libro noioso da morire. Una trama che se fosse stata sviluppata diversamente serebbe stato meglio, e forse sarebbe stata anche piu' interessante. Sembra di leggere un elenco del telefono, la scelta della prima persona plurale e' pessima. Si fa' fatica a leggerlo. Ho dato 1 come voto ma in realta' meriterebbe molto meno. Sconsigliato!!!

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    Luana

    09/04/2013 16.58.56

    Questo libro ha aperto un mondo a me sconosciuto, fino a farmi rivalutare la cultura orientale che sento così distante e chiusa. La narrazione concisa e a volte ripetitiva, quasi come un elenco di esperienze, a volte impediva di entrare a fondo nelle varie storie, ma allo stesso momento è stata quella che ha permesso di farci conoscere così tante vite in così poche pagine. Molto, molto, molto bello.

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    Cristina

    08/08/2012 18.06.31

    Prosa scarna, concisa, dallo stile assolutamente originale, frasi sintetiche ma pregne di significato e prive di orpelli narrativi. All'inizio del libro, le protagoniste non vengono chiamate per nome, ma l' autrice racconta la loro partenza per l' America in modo corale, al plurale ".. Avevamo..sentivamo..". Coinvolgendo il lettore nel loro viaggio in modo trascinante. Poi poco alla volta vengono menzionati i loro nomi e le singole storie. E' un libro molto emozionante e particolare. Racconta una pagina di storia forse raramente divulgata.

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    Becky

    15/07/2012 10.45.15

    Il tanto acclamato racconto corale, che all'inizio mi aveva intrigata, in fin dei conti mi ha delusa. La narrazione rimane a metà tra un romanzo ed un documentario, senza riuscire ad appassionare come avrebbe potuto fare il primo e senza riuscire a soddisfare la curiosità storica come avrebbe potuto fare il secondo. Una sperimentazione poco riuscita, anche se ci sarebbero degli spunti davvero interessanti. Peccato.

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    Roberta

    11/07/2012 16.29.18

    Sintetico, immediato, crudo. Una storia senza protagoniste vere e proprie ma che in 140 pagine riesce a raccontare la vita di tutte. Una vita fatta di sacrifici, aspettative e delusioni. Sicuramente un libro fuori dal comune che si legge in una giornata ma non si dimenticherà altrettanto in fretta. Non assegno un voto più alto solo perchè preferisco leggere romanzi più tradizionali, con argomenti più approfonditi e non soltanto accennati.

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    Pixias

    06/06/2012 13.50.13

    Tristemente bello. Ti travolge di emozioni ed oggi pagina sfogliata è un'onda che ti colpisce dritta al cuore

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    Federica

    01/06/2012 17.25.26

    Il tema è interessante ma la narrazione è lenta e ripetitiva. Noioso.

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    SARA

    13/04/2012 11.37.54

    Le mie aspettative (forse eccessive, lo ammetto) sono rimaste assai deluse, a lettura ultimata. L'argomento interessante e la tanto acclamata coralità della narrazione - che mi hanno fatto avvicinare con bramosa curiosità a questo romanzo - vengono schiacciate da una prosa ripetitiva e noiosa, che ti spinge a saltare pagine e a sperare di guadagnare presto la fine del romanzo. Peccato, un'occasione sprecata perché, ribadisco, l'argomento è di estremo interesse e riguarda una parte di storia che io non conoscevo.

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    andrea

    07/04/2012 20.08.15

    Questo libro ha due soli pregi secondo me:essere composto da solo 140 pagine (e sono tante per portare a conclusione la lettura). L'ho trovato veramente indigesto, l'ho finito per partecipare all'incontro del gruppo di lettura altrimenti dopo 20-30 pagine sarebbe stato messo in un cantuccio e lì abbandonato secula secolorum... Mentre lo leggevo ho cercato anche delle attenuanti (la traduzione dal giapponese, l'editor incompetente, io) ma alla fine non sono riuscito a dargliene nessuna il lungo elenco di frasi ripetute con soggetto plurale (come parlerebbe un mago Otelma qualsiasi) le ho trovate indigeribili... l'unico pregio veramente tale è quello di svelare un contesto storico che non conoscevo quale è stata la deportazione dei giapponesi residenti in america in seguito a Pearl Harbor, ma lo stile lascia alquanto a desiderare... Nella mia visione dell'inferno (una stanza illuminata da una luce fioca insufficiente per leggere comodamente, con una libreria composta da: Moby dick, che tu sia per me il coltello, la mia africa, il dono) questo libro ha il suo posto speciale come fonte di supplizio.

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    Elena68

    14/03/2012 21.55.17

    Una pagina di storia sconosciuta. Un romanzo corale, bellissimo, con un punto di vista insolito. Ottima scoperta, quest'autrice, grazie alla casa editrice per avercela fatta conoscere.

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    jane

    05/03/2012 11.34.40

    Corale e poetico. Mille storie tutte diverse e tutte uguali, fatte di speranze e delusioni, dolore e sopportazione, piene di dignità e silenzio.

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    strummercave

    20/02/2012 12.32.46

    Avevo atteso con curiosità l'uscita di questo libro, di cui ho letto diverse ottime critiche. Mi sono trovato tra le mani un volumetto composto da decine di paragrafi, ciascuno di poche righe farcite di punteggiatura, senza dialoghi e senza protagonisti. Ero pronto ad un romanzo "corale", con un'unica voce a raccontare la storia drammatica di queste donne giapponesi che nel periodo tra le due guerre mondiali si sono trasferite negli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore, ma alla fine sono rimasto piuttosto deluso dal risultato finale. E' stato come entrare in un cinema e, invece di veder proiettato un film, mi fossi ritrovato ad osservare una serie di diapositive. Un occasione mancata.

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    birillo

    03/02/2012 17.16.22

    E' incredibile che in così poche pagine ci siano tante storie. Scritto in modo semplice (forse è proprio questo il suo punto di forza) che ti inchioda finchè non l'hai finito. Anche se ci metti una notte od un paio di giorni a terminarlo ti rimane dentro per molto di più.

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