Vent'anni dopo. La Sinistra fra mutamenti e revisioni

Giovanni Vacca

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788806143282
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VACCA, GIUSEPPE, Vent'anni dopo. La sinistra fra documenti e revisioni
CAFAGNA, LUCIANO, Una strana disfatta. La parabola dell'autonomismo socialista recensione di Bongiovanni, B., L'Indice 1997, n. 3

Tutto accadde tra la fine della guerra e il 1948. Alle elezioni del 1946 per l'Assemblea Costituente, infatti, il Psi (allora Psiup), raccogliendo il 20,7 per cento dei voti, fu ancora il primo partito della sinistra italiana, laddove il Pci raggiunse un pur apprezzabile 19 per cento. Certo, non vi era più il rapporto che vi era stato nel primo dopoguerra, allorquando il Psi (con Serrati e Turati ancora insieme) ebbe, nelle elezioni del 15 maggio 1921, il 24,7 per cento dei voti, mentre il neonato PCd'I, dotatosi oltre tutto di una "leadership" "astensionistica", non ebbe che il 4,6 per cento dei suffragi. Nel 1946 la neanche troppo lunga marcia del Pci attraverso le istituzioni (iniziata nel 1943) aveva condotto il partito di Togliatti alla quasi parità con il partito di Nenni. Entro due anni gli equilibri sarebbero radicalmente mutati.
Proprio su Nenni, e sul Psi dell'immediato dopoguerra, Cafagna, liquidato il Psli-Psdi di Saragat, scrive cose davvero interessanti. Sottolinea l'oratoria tribunizia del personaggio, così pretelevisiva (mentre Togliatti sarà il primo e algido protagonista politico dell'ancora aurorale villaggio telematico), la sua "agoralità", il suo "carisma situazionale", un carisma su cui lo stesso Nenni, in una pagina del suo diario del 1948, vedeva, con straordinario acume, planare l'ombra improponibile, sin nell'accento romagnolo, di Mussolini, ciò che, nel contesto dell'epoca, costituiva un handicap. Per Nenni, del resto, ancora così permeato di "diciannovismo", le masse non erano un oggetto da organizzare. Erano movimento di popolo. Erano piazza. E sulla base di queste caratteristiche ebbe proprio allora inizio quel "duello a sinistra", su cui Cafagna, insieme a Giuliano Amato, ha scritto nel 1982 un libro assai discusso. Il frontismo, nel 1946-48, con il lontanissimo '36 francese nella mente e con la nuovissima repubblica italiana nel cuore, fu infatti, in qualche modo, un espediente tattico, rivelatosi catastrofico, utilizzato da Nenni al fine di conquistare l'egemonia sui fratelli separati, vale a dire sui compagni comunisti "in libera uscita". Alle elezioni del 1948 i due partiti insieme ottennero un modesto 31 per cento dei voti, la schiacciante maggior parte dei quali tesaurizzata dai candidati del Pci. La sinistra, nel suo insieme, aveva subito una sconfitta politica certo epocale, ma nel duello a sinistra i socialisti erano risultati perdenti. E per sempre.
Il fatto è che, risultati elettorali a parte, il Pci, ci spiega Cafagna, era divenuto il collettore di quella presenza molecolare e capillare nella società che era l'eredità pratica e politica più importante del socialismo riformista italiano. Tale presenza aveva a che fare con i sindacati, le cooperative, i governi municipali, le associazioni di base, e con una realtà operaia e popolare organizzata in modo "diffuso" ormai in tutta Italia. E qui Cafagna arriva fin sulla soglia del significato storico di tutto ciò. Ma non varca tale soglia. Anzi se ne ritrae, discorrendo dell'improbabile "estremismo" del Pci e dell'"attendismo rivoluzionario senza prospettive" di Togliatti. Fu in realtà, piaccia o no, proprio il Pci, con il suo codice genetico leninista, con il suo talvolta becero "verbiage" stalinista, l'unica socialdemocrazia che vi sia stata in Italia. In politica, d'altra parte, non esistono solo le appartenenze emotivo-ideali (importanti), o gli schieramenti internazionali (importantissimi e terribilmente penalizzati). Esistono anche, come abbiamo imparato leggendo "Destra e sinistra" di Bobbio, i "topoi", i luoghi, gli spazi. Il luogo della socialdemocrazia era in Italia uno solo ed era, problema in effetti non da poco, occupato saldamente dal Pci, partito della nazionalizzazione, certo classica, delle masse operaie, del riformismo pratico, ma privo di sbocchi politici, e dell'insediamento sociale. Il Pci fu una socialdemocrazia devota alla costituzione repubblicana, mai rivoluzionaria e sciaguratamente, per la storia del suo gruppo dirigente e per non disperdere il capitale accumulato con Stalingrado (evento "rifondatore" del Pci), filosovietica e stalinofila. Così come, fino al 1953 e oltre, filosovietico fu anche il Psi del premio Stalin Nenni, per il quale l'Urss totalitaria era socialismo realizzato, faro per i popoli del mondo, baluardo della pace.
E dopo il '53 che ne fu di quella socialdemocrazia subalterna che era il Psi? Qui il discorso di Cafagna si fa ancora più interessante.Da una parte egli mette in evidenza che il Psi produceva cultura democratica e laico-libertaria che alla lunga finiva con il penetrare nell'ispida socialdemocrazia leninista, nel vero ircocervo (altro che il liberalsocialismo!) e ossimoro della politica italiana, il quale, forte dell'elaborazione gramsciana in fatto di intellettuali e cultura, seppe trarne giovamento. Dal Psi, d'altra parte, oltre che dalla ripresa delle lotte operaie, cosa che Cafagna trascura, vennero anche una certa ripresa del massimalismo movimentista e lo stesso operaismo degli anni sessanta: perfino i "Quaderni Rossi", per molti versi, furono, in opposizione al "moderatismo" togliattiano, una forma di "autonomismo" socialista. Ed è proprio la storia dell'autonomismo, nelle sue pratiche riformistiche, ciò che a Cafagna preme tracciare. In merito al centro-sinistra, a Lombardi e a Giolitti, alla riunificazione socialista durata solo tre anni (1966-69), scrive così pagine illuminanti.
Sullo sfondo, però, vi è sempre l'inesistente "attendismo rivoluzionario" del Pci, ossia la socialdemocrazia realmente esistente. E a essa il Psi, tra tanti contrasti, si sentì legato da comuni origini fino al 1975-76, continuando a esserle irrimediabilmente subalterno nel movimento operaio, senza del resto riuscire, pur acquisendo meriti indubbi, a essere forza incisivamente riformatrice nell'azione di governo, dove il Psi finì con l'essere subalterno alla Dc. Le sconfitte elettorali delPsi del 1975-76 furono allora il paradossale trampolino di lancio utilizzato da Craxi e dal suo autonomismo cosiddetto "decisionistico".Il 10 per cento dei voti, senza più legami obbligati di "camaraderie" con il Pci, divenne infatti un potere coalitivo enorme che sovraespose il partito, ne mutò la natura e lo condusse, in tempi ravvicinati, all'arrogante apogeo e all'insolente tramonto. Ancora nei primi anni dell'era craxiana (1976-80), tuttavia, e qui Cafagna ha ragione, la battaglia delle idee lanciata dal Psi (non certo la "Trivialliteratur" sul povero Proudhon), e in particolare i dibattiti ospitati da "MondOperaio" (consule soprattutto Bobbio), ebbero una funzione assai importante, e non tanto per il Psi, che se ne servì quasi esclusivamente in modo strumentale (per differenziarsi dal Pci), quanto per i comunisti-socialdemocratici, i quali protestarono, s'indignarono, spararono le ultime cartucce leniniste, ma finirono con il far tesoro di quei dibattiti. Tutto quel che Cafagna scrive sull'ascesa e sul declino del craxismo, a parte qualche passo temerario sulla "congiura" mediatico-giudiziaria-pidiessina, va letto con attenzione e profitto. Occorre tuttavia aggiungere, sempre se si varca quella soglia famosa, che mentre il Pci attraversava i primi anni ottanta tra "strappi" irrisolti e teorizzazioni dell'infelice "terza via", l'autonomismo craxiano, tra affari e malaffari, trasformava il Psi, da socialdemocrazia subalterna, in socialdemocrazia spuria e abbacinata dallo spettacolo del dispiegarsi di ciò che veniva definito "modernità". Incredibilmente, la socialdemocrazia autentica, appesantita da un ritardo pluridecennale, e prigioniera della "diversità" e dell'"austerità" (risposte autoreferenziali alla fantomatica "modernità"), dovette aspettare la Caporetto berlinese dell'impero sovietico per prendere consapevolezza di se stessa e per diventare finalmente quel che essa, da moltissimo tempo, Rifondazione comunista compresa, già era.Il "duello a sinistra", tuttavia, era già stato vinto nella comune sconfitta del 1948.
Anche Vacca, nella raccolta di saggi che ricostruisce i vent'anni che hanno condotto la sinistra italiana dalla "solidarietà nazionale" (1976) alla vittoria dell'Ulivo (1996), non varca compiutamente la soglia, ma mette in evidenza come fin dal '45 il Pci avesse tenuto fermo che "la forma (di Stato e di governo) del socialismo per cui esso si batteva era la democrazia parlamentare". Nel settimo capitolo, tuttavia, quello inedito, e anche storiograficamente più ricco, Vacca afferma che fin dal '45 il Pci aveva seguito indirizzi non dissimili da quelli delle grandi socialdemocrazie europee. E che aveva posto mano a una riforma democratica del "socialismo staliniano". Sarebbe più esatto rovesciare l'assunto e sostenere che, almeno nei primi anni, procedette in un troppo lungo inquinamento staliniano, e ghettizzante, del suo socialismo in rebus ipsis riformista. Utili sono poi le notazioni sul rapporto tra antifascismo e anticomunismo, nonché sul periodo dell'affermazione del paradigma antifascista (1960-75). Gli anni più recenti (1989-96) sono raccontati con notevole penetrazione, e con rapide ricognizioni sulla consociazione nell'ambito della spesa pubblica, sul rinvio della modernizzazione competitiva, sul disfacimento del blocco oligarchico detto Caf, sul conseguente rigetto della "democrazia dei partiti" colpevolmente assecondato dalla sinistra, sul "sovversivismo dall'"alto" di Cossiga, sul disordine mondiale post-'89-91, sulle conseguenze di esso in Italia, sull'"effetto domino" nel sistema dei partiti prodotto dalla trasformazione del Pci in Pds, sulla supplenza dei giudici, sulla destra. I nodi, peraltro, sono venuti al pettine. La complicata e paradossale parabola della sinistra italiana è forse faticosamente giunta al suo compimento e quindi, al di là di questo o quel giudizio storico, l'enigma che essa nel dopoguerra ha rappresentato è vicino alla soluzione.

Come recita il titolo, il libro di Vacca ripercorre il periodo di tempo trascorso a partire dalla fine degli anni Sessanta, quando sono entrati in crisi gli assetti internazionali scaturiti dalla Seconda guerra mondiale, fino al totale dissolvimento di questi equilibri avvenuto tra il 1989 ed il 1991. Vent'anni, dunque, in cui si disegnano, secondo una nuova e saliente periodizzazione, l'origine ed i caratteri dei forti mutamenti che stiamo vivendo. Al centro della riflessione, il salto dei paradigmi che attraversa l'intero ordine mondiale: la fine dell'economia nazionale e la crisi del keynesismo, il declino delle culture politiche modellate sul fordismo e il sorgere di un crescente conflitto economico mondiale. Trasformazioni polito-sociali e revisioni degli apparati teorici che si profilano sullo sfondo dei massicci processi di globalizzazione, con pesanti ricadute sull'identità della sinistra. E' dunque sulla verifica dei valori e dei criteri più propri che la sinistra è chiamata a ripensarsi per far fronte ai violenti moti che scuotono la società, anzitutto connessi conla crisi del welfare ed il progressivo ripiegamento dello Stato sociale. Su questo complesso fondamentale, entro un raccordo costante con le vicende internazionali - dagli sviluppi interni al socialismo europeo fino alla perestrojka russa - si situa la parabola stessa del Pci/Pds e del suo pensiero, all'incrocio tra le eredità fondative del passato e le nuove sfide delle idee cosiddette "integrative": la coscienza del limite ecologico, la cultura della differenza sessuale e della non-violenza.