Il verbo degli uccelli

Farid ad-din Attar

Curatore: C. Saccone
Editore: SE
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 3 luglio 2014
Pagine: 239 p., Brossura
  • EAN: 9788867231065
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Descrizione
Le notizie tramandateci su Farid ad-din Attar, uno dei più celebri poeti mistici persiani, sono scarse e incerte. Visse tra il 1100 e il 1200, in un'epoca in cui il Sufismo era assai praticato e i problemi della metafisica erano oggetto di attiva speculazione. Per un certo tempo esercitò probabilmente la professione di farmacista (Attar significa infatti "il venditore di droghe") e, per quanto si sappia ben poco della sua educazione, ebbe sicuramente una conoscenza profonda della musica, dell'astronomia, della medicina e delle teorie delle scuole dell'epoca. Tra le numerose opere che gli vengono attribuite, "Il verbo degli uccelli", di cui è accertata l'autenticità, è la più celebre.

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    MD

    15/03/2017 09:04:39

    Immaginare quello stormo di migliaia di uccelli, è come ascoltare un rombo uguale, migliaia e migliaia di aironi, falchi, pappagalli, oche, pavoni, usignoli... stormi e stormi tutti in volo migratorio con sincrono battere d’ali, nessuno a tentare la traversata da solo. Un mareggiare di penne che muovono verso la purezza del cielo infuocato in un’unica direzione. E la luminaria sospesa in quel firmamento era lo stesso Simurgh, la stessa meta tanto ambita. Non è sbagliato dire che ogni singolo uccello, ogni granello di polvere del grande e complessivo stormo, ogni suo atomo—termine che il poeta persiano amava per mettere in contrasto la singolarità e pochezza che egli con ‘atomo’ voleva rappresentare con la pienezza dell’infinito tutto—deve, prima di alzarsi in cielo, decidere di rinunciare alle sue abitudini, come dice l’oca a stare sull’acqua e continuare a mantenere il piumaggio candido. La decisione maturata dal cuore di ognuno determina la scelta di partire; ma verso dove? Non è forse un azzardo neanche poi tanto velato, desiderare tanto una cosa che non si sa dove sia, e influenzarsi in questo desiderio uno con l’altro, come le foglie che si legano una all’altra per un filo di vento? Ma l’upupa aveva fatto capire e vedere loro la presenza di quel luogo, oltre le sette valli. E tutti ne erano stati tanto irraggiati, da voler girare il mondo per trovarlo—benché temessero di non possedere la forza fisica e morale per perseguire una tale meta. Tutti, però, ambivano almeno sognarla, e per metà sensatamente. L’upupa fa loro comprendere, con brevi apologhi, che chi ha per una volta avuto udienza da Salomone, sfiorato dalla Sapienza, non può più farne a meno, benché il cammino sia lungo e cosparso di abissi sconosciuti: per partecipare della bellezza del Simurgh, si deve puntare diritto verso l’ignoto: la montagna di Qāf. Si procede nello stupore, in un’aspettativa sospesa, come abbassandosi e risollevandosi in volo, ma nulla è meglio di quell’assoluta perfezione.

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