Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie

Franco Fortini

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1989
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: VII-333 p.
  • EAN: 9788806114992
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LUPERINI, ROMANO (A CURA DI), Tradizione/Traduzione/Società, Editori Riuniti, 1989

FORTINI, FRANCO, Verifica dei poteri, Einaudi, 1989

AA.VV., Metamorfosi.Traduzione-Tradizione, Clua, 1988
recensione di Innocenti, L., L'Indice 1989, n. 8

Il rapporto tra letteratura e società è sempre particolarmente problematico, sia che si consideri il testo e le sue omologie con le visioni del mondo ad esso contemporanee, sia che se ne osservino i collegamenti con la nostra realtà storico-sociale.
L'opera, infatti, da una parte è costruzione di mondi ideali, di fantasmi, dotata di coerenza strutturale autonoma; dall'altra nasce e vive in una rete di rapporti con i sistemi culturali coevi, in una parola, in un contesto con il quale si confronta e che in parte contribuisce a trasformare. D'altronde è vero anche che essa rivive ad ogni lettura e si pone in relazione con il presente, con il contesto del recettore, con sistemi sicuramente diversi da quelli che costituivano il mondo dell'autore. È allora possibile considerare, accanto all'autotelia e alla struttura del testo, la sua dimensione pragmatica oppure, con un senso della storia come impegno presente, leggerne lo spessore ideologico e sociologico.
Come la letteratura, anche la critica quindi si trova al bivio tra una coscienza filologica e metalinguistica, e l'ideologia, l'impegno nel sociale. Fortini, in "Verifica dei poteri" (1960), il saggio che dà ora il titolo ad una raccolta pubblicata da Einaudi, affermava "la possibilità di una critica che non si professi agnostica o indifferente alle 'concezioni del mondo', n‚ d'altra parte si neghi nella cosiddetta 'scienza della letteratura'". Proprio Fortini, però, è sempre stato consapevole della difficoltà di conciliare due necessità apparentemente opposte: la coscienza e militanza politica, e il bisogno di poesia, di un'espressione che non può essere popolare e non può avere carattere pratico, un dilemma che ha sempre vissuto in prima persona, per essere poeta, critico e traduttore ma anche uomo impegnato in una battaglia di politica culturale, fino dall'esperienza del "Politecnico".
Tutti questi aspetti di Fortini emergono in un volume miscellaneo a lui dedicato e pubblicato dagli Editori Riuniti. I vari saggi infatti, pur eterogenei, sono collegati tra loro in quanto riflettono le aree di interesse e i campi di indagine del critico italiano, ma anche perché per tutto il volume è presente la riflessione sulla relazione composita e talvolta contraddittoria tra l'attività poetica o critica e la società.
Il titolo, nella sua tripartizione, illustra appunto le sezioni del volume: "Tradizione" / "Traduzione" / "Società". Nell'ultima si esaminano i rapporti tra cultura e società: (Rossanda, Leonetti, Masi, Luperini), e il processo inverso, per cui la cultura deve o può assumere valore di gesto politico (Spinazzola sul funzionalismo letterario di Gramsci), ma anche - nel saggio di Segre su Schuchardt - il fatto che in certi momenti storici la cultura possa identificarsi con l'ideologia dominante ed esserne condizionata.
Quando l'impegno non è del critico o dichiaratamente dell'autore, ma è del testo e nel testo, il problema per chi parla di letteratura è quello di capire fino a che punto l'ideologia dia forma all'operazione artistica o vi si rifletta. È il problema di un impegno al passato, della "tradizione", ricostruibile solo attraverso un testo letterario che resta a testimonianza di una relazione con il mondo; mondo poetico, ma anche e soprattutto sociale e politico. Ha però ragione Baldacci a mettere in guardia, in un saggio lucidissimo, contro le mistificazioni di certa critica che vuole a tutti costi trovare, occultate nella forma del testo, le implicazioni ideologiche, conscie o meno, dello scrittore (Baldacci parla di Bontempelli e del fascismo), senza considerare altre forme di rapporto politico, dalla collaborazione esplicita all'impotenza e all'opportunismo. Ma tradizione può significare anche - come risulta dal contributo di Baioni - programma filosofico, militanza culturale, quale l'ideologia dell'impegno estetico che Schiller contrapponeva alla degenerazione e alla decadenza della cultura contemporanea e che sarebbe poi confluita nel pensiero di Nietzsche; e significava anche tradizione critica, una consolidata visione dei testi che può persino impedirne la corretta lettura (Cases), un contesto culturale cui il critico appartiene e che lo condiziona È infatti inevitabile proiettare se stessi sul testo, percepire sullo sfondo di una rete di relazioni, per cui l'interpretazione risulta sempre soggettiva Come scrive Franco Brioschi, "non siamo mai sulla cornice, ma sempre nel quadro", sempre coinvolti e proiettati dentro il mondo che leggiamo O che traduciamo, potrei aggiungere, visto che il problema della traduzione è ancora una volta quello di una relazione non neutra con l''altro', qui inteso non come il sociale, bensì, come il testo altrui con il quale il poeta-traduttore si confronta, su cui si proietta, di cui si appropria. Che la fedeltà all'originale sia un concetto relativo ma, proprio per questo, fecondo, emerge dalla rigorosa analisi comparativa che Mengaldo fa delle tre versioni (di Sereni, Caproni e Luzi) di una poesia di Apollinaire.
Poeti che traducono un poeta: anche gli altri contributi ruotano attorno a questo particolarissimo incontro di sensibilità. Si parla di Fortini traduttore di Kafka, di Giudici traduttore di Puskin, del tradurre la poesia di Fortini stesso (Jean-Charles Vegliante) e si conferma che tradurre non è mai un'operazione innocente, che, come scrive Giudici, "non soltanto le parole e i costrutti sintattici devono essere trasferiti o proiettati da una lingua nell'altra, ma anche i dati di una determinata 'cultura' e 'civiltà' in quelli di una 'cultura' e 'civiltà' diversa", ben sapendo che non si è mai esaustivi nei confronti del senso, e l'unico modo di valicare la frontiera tra i due mondi linguistici e poetici è forse, come vuole Vegliante, rinunciare a dominare l'irriducibile scarto di senso e "tradurre senza comprendere", facendo convergere traduzione e scrittura.
Un altro libro affronta problemi simili ed ha anche un titolo simile: "Metamorfosi. Traduzione - Tradizioni". Le due lunghe relazioni iniziali centrano il problema della sovrammissione e della interazione di codici: Serpieri, pur parlando tecnicamente della traduzione di Shakespeare finalizzata alla messinscena, non dimentica che tradurre realizza sempre un interseco di culture, e il bellissimo saggio di Fernando Ferrara che apre il volume inizia proprio con il mito della creazione, metafora al tempo stesso dell'artisticità e del comportamento della cultura.
Anche in questo volume, letteratura e critica sono lette sullo sfondo del contesto sociale in cui si sono prodotte (Manferlotti, Palusci) o sullo sfondo di una tradizione letteraria (Stoppard e le sue operazioni intertestuali su Shakespeare in un saggio di Giulietti, i procedimenti della parodia analizzati da Mirella Billi, Jean Rhys che si confronta con i vuoti del testo di "Jane Eyre" nel saggio di Francesco Marroni): tutti esempi di metamorfosi, appunto, di quella trasformazione inevitabile e incessante che è la cultura.
Anche qui, come nel volume dedicato a Fortini, al centro dell'attenzione è il soggetto, estetico ed etico al tempo stesso, ma anche l'oggetto della sua operazione, la letteratura, la quale nasce su un 'humus' preesistente e vive grazie ad un continuo processo di disfacimento e di rigenerazione, di annullamento e di rilettura, in continua fusione con il mondo che la circonda e che ha forma attraverso di essa.