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Versi e poesie

Giacomo Noventa

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Curatore: F. Manfriani
Editore: Marsilio
Anno edizione: 1996
Formato: Tascabile
In commercio dal: 12 settembre 1996
Pagine: XXXVI-206 p.
  • EAN: 9788831764957
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"L'amore e la passione civile, la nostalgia dei luoghi e dei tempi, la presenza ovunque di una persona e di una sofferenza o gioia umana, l'armonia del canto, la disarmatezza della poesia che nulla ambisce d'essere se non la propria disarmata semplicità, erano i temi e i valori che la lezione di Noventa mi riportò e che la sua stessa persona mi portava". (Giovanni Giudici)
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Bandini, F., L'Indice 1986, n.10

Un avvenimento per la conoscenza di Giacomo Noventa è questa edizione dell'intera sua opera poetica, curata da Franco Manfriani e stampata col patrocinio della regione Veneto, della provincia di Venezia e del comune di Noventa di Piave. Primo volume di una progettata edizione di tutte le opere di Giacomo Noventa, esso contiene, oltre alle poesie già edite, diciassette poesie recentemente ritrovate ed è corredato da un ricco apparato critico di note e di varianti frutto del lungo lavoro del curatore. Il quale attraversa con sicurezza e rigore un territorio non privo di insidie. Il concetto di "variante" nel caso di Noventa ha aspetti particolari. Fino all'edizione di "Comunità" del 1956 il corpus poetico di Noventa era affidato a testimoni precari (qualche manoscritto, i quaderni della moglie Franca che aveva trascritto i versi del poeta sotto la sua dettatura, la memoria degli amici che lo avevano più volte sentito recitare le sue poesie). Qualche poesia di Noventa era apparsa su riviste prima della guerra, un più folto gruppo di esse su "Botteghe Oscure" nel 1948 per iniziativa di Giorgio Bassani. Avendo Noventa deciso di affidare i suoi versi alla declamazione nella cerchia cordiale degli amici, piuttosto che alla scrittura, è evidente che esiste una storia delle varianti non documentabile, quella delle varianti orali".
Due tra le poesie inedite sono tramandate a memoria dagli amici: "Invece de Bergson i lese Alain e Carlo Levi, fio del Levi"; quest'ultima con una variante: "Come Gesù i poeti" invece di "Come Gesù i profeti", variante dovuta a un diverso ricordo di Garosci e della moglie Franca.
La maggior parte delle varianti d'autore sono ricavate da numerosi dattiloscritti (e qualche manoscritto) che precedono l'edizione princeps del '56 e le successive raccolte. Sembra quasi che il poeta, nel momento in cui è costretto ad affidarsi alla scrittura, perda lo stato di sicurezza e di grazia da lui posseduto quando recitava i propri versi a memoria. La moglie Franca ricorda, in una nota della mondadoriana del '75, il lavoro e l'ansietà del poeta quando deve preparare l'edizione delle sue poesie: "Per ognuna affronta la pena di scrivere apportando piccole varianti alle antiche, modificando vecchie stesure e poi tornando alle prime". Singolare il caso della poesia "Co no'ghe sarà più stele (Il giudizio)" di cui esistono ben 94 stesure manoscritte. Si tratta in questo caso di una poesia soltanto "scritta", destinata all'edizione del '56 dove verrà conosciuta anche dagli amici per la prima volta. Ed è una fatica improba per Noventa, una sorta di violenza che egli fa alla natura prevalentemente aedica della sua vocazione. La poesia, come si sa, è molto bella, ma seguendo nell'apparato del Manfriani la sua travagliata gestazione par di capire che manca a Noventa, in quel momento, il caldo contatto coi suoi ascoltatori, l'immediatezza della voce che interagisce in un pubblico. Noventa, d'accordo, non era un improvvisatore, ma pensiamo che per essere sicuro di una sua poesia avesse bisogno di quell'evento comunicativo più che dell'estenuato correggere e ricorreggere una pagina scritta. L'esame delle varianti delle poesie più antiche, documentate anche queste da dattiloscritti che preparano le edizioni a stampa, testimonia come il poeta dopo pentimenti e incertezze torni quasi sempre alla lezione primitiva, cosicché le varianti invece di illustrare la progressione verso lo status finale di una poesia appaiono soltanto fenomeni sporadici e provvisori di sbandamento. Ed è meglio che sia stato così.
D'altronde nessuno che conoscesse la natura della poesia di Noventa poteva aspettarsi qualcosa di diverso. Quando Noventa cambia e corregge lo fa per una preoccupazione tematica, desidera chiarire o dilatare un sentimento o un pensiero, aggiunge magari allo scopo una nuova strofa. Gli è assolutamente estranea quella poetica della parola attorno alla quale è fiorita per la prima volta, nel nostro secolo, la critica delle varianti. A quella poetica appartengono invece quelli che egli considera suoi avversari, i "letterati della calda vita" come li chiama, per i quali la parola è lo strumento del solipsismo, di una abnorme soggettività. L'accusa che Noventa muove contro di loro è di essere dei poeti atei, di non credere più in Pan e nelle Muse. Non credendo più nelle Muse la poesia dei moderni ha perso, secondo Noventa, non soltanto il suo afflato religioso ma anche il suo valore di bene collettivo, aperto (almeno in ipotesi) alla universalità degli uomini. È questo il senso della bella poesia "Dio-sa-quànti lauri nei boschi", con l'apparente clamoroso paradosso del secondo verso: "E nissun che li tagia e li tol".
È noto che la polemica di Noventa contro i moderni si esercitava soprattutto contro il "trio" Saba Ungaretti Montale, a sua volta sostenuto dal "crocchio" dei letterati dispensatori di elogi e creatori della fama. "Dovremo danzare intorno al crocchio" scrive Noventa in "Nulla di nuovo" (Il Saggiatore, p. 63), "e dire che la nostra patria e il nostro tempo è qui?". La sua critica della modernità è anche, come si vede, un'accusa di falsa modernità rivolta ai propri contemporanei. Essi credono di essere nel presente ma, secondo Noventa, sono altrove. Certo, il Noventa saggista non è sempre chiaro e sembra non approfondire questo concetto. Egli vive bergsonianamente, in modo vitale, la propria posizione e non ama il lucido rigore definitorio di Alain perché lo considera troppo legato all'analisi dell'immanente. Dislocando in quell'altrove i presunti moderni, cercando un modo diverso di essere attuale, Noventa si è ritagliato un ruolo solitario e difficile. La trasmissione orale delle sue poesie a un ristretto gruppo di amici e di estimatori fa parte dl questa scelta. Quando con le edizioni a stampa la fama arriverà a Noventa, sarà in qualche maniera una fama postuma.
Rileggendo le poesie di Noventa in quest'edizione del Manfriani non si può fare a meno d'interrogarci, ancora una volta, sul significato che ha in lui l'uso del dialetto. Esso è formato da una libera mescidazione del veneto e dell'italiano, dove ogni eccessiva specificità o espressività del lessico è costantemente evitata. Non soltanto Noventa è distante dalla tradizione dialettale che da Belli e Porta a Tessa mira ad esiti espressionistici, ma ha poco da spartire coi poeti in dialetto del Novecento che mirano a collegarsi con una remota sede materna quasi alla ricerca di una nuova lingua pura della poesia. Né col dialetto Noventa intende realizzare un tono basso, una poesia degli oggetti e della quotidianità. Contenuto della sua poesia sono i grandi sentimenti dell'amore e della denuncia civile, fusi spesso uno con l'altra come nel suo amato Heine. In moltissimi episodi il dialetto di Noventa si confronta, traducendo o come egli leopardianamente preferisce "imitando", con la più illustre poesia dell'Ottocento, soprattutto quella di Heine e Goethe. L'esperimento è noto nella nostra tradizione dialettale fin dal Cinquecento. In quel secolo poeti come il Calmo, come il Magagn•, traducono nei loro dialetti il modello più alto e trascendentale della lingua, il Petrarca. Sono episodi di "traduzione" connotativa che realizza la parodia sostituendo con oggetti di forte evidenza realistica quelli presenti nel testo originario (anche se non tutto in quegli esperimenti ha intenti burleschi e la parodia è talvolta intesa da quei poeti nel senso etimologico di chant-à-coté).
Niente di tutto questo in Noventa. La traduzione in dialetto di Goethe e Heine appartiene alla sua strategia di sortita dal Novecento; il dialetto è anzi visto da Noventa come possibile lingua autre della poesia, lingua sacra da opporre a quella dei poeti coevi; ed è sacra perché può salvarsi dal formalismo e dalla retorica, essere la lingua nella quale "le parole amore cuore dio giustizia e simili conservano il loro valore", come scrive recensendo in "Solaria" nel 1934 le traduzioni in dialetto da Heine di Andreis. In un suo recente saggio denso di spunti, "Note su Giacomo Noventa", pubblicato in pre-print da Marsilio in occasione del Convegno su Noventa organizzato dalla Fondazione Cini a Venezia i giorni 26-27 giugno 1986, Franco Fortini ha indicato l'importanza di quella recensione ai fini della comprensione della personalità di Noventa. Quella "lingua di contrabbando" (per usare una felice espressione di Giovanni Giudici) gli serve per ritentare una poesia di alti accenti, sentimentali e filosofici; una poesia la cui lingua possa parlare a tutti ma non necessariamente rivolta a tutti (questo insegna Heine a Noventa) perché idealmente indirizzata ai migliori. Più che la poesia francese, prediletta dai letterati della "calda vita", Noventa ama quindi quella tedesca perché più aperta al bisogno del trascendente, più ricca di valori etici sia religiosi che laici. Valorosa utopia destinata, com'è comprensibile, al fallimento. In ogni epoca chi è minoranza viene giudicato inattuale e tale permane finché il presente diventa passato e il criterio dell'attualità non è più dominante per esaminare il rapporto di un poeta col proprio tempo. Per ora può succedere che i rappresentanti della "modernità" si accapiglino in nome di Noventa, che tendenze dialettiche presenti nella cultura d'oggi si scontrino attorno al significato da dare alla sua opera di poeta e di filosofo. Non è questa una prova ulteriore, qualora ce ne fosse bisogno, del peso della sua presenza nel nostro tempo?
Il dialetto è quindi per Noventa il modo per legittimare la propria voce poetica (voce vs. scrittura) e insieme per metterne in rilievo la fondamentale diversità. La voce comporta quasi naturalmente l'assunzione di orditi metrici tradizionali e nei suoi poeti prediletti Noventa trovava modelli nei quali il linguaggio del sentimento e del pensiero si fondeva col bisogno del canto. I metri di Noventa sono metri "ottocenteschi" (anche se egli non rinuncia al verso libero): come il decasillabo anapestico ("Anca mi co' romantico slancio"), o il doppio quinario ("Gh'è nei to grandi-oci de ebrea"); due metri riservati a due diversi registri tematico-stilistici. Il rapporto della metrica di Noventa coi suoi auctores viene illuminato dal confronto coi brani originali "imitati" da Noventa che il Manfriani ha reperito e riportato. Fatica strenua, perché Noventa nelle sue edizioni indicava soltanto il nome dell'autore e talvolta nemmeno quello. E infatti ancora due testi sfuggono al censimento: "Fra un sogno e l'altro me son svegià" che Noventa indica genericamente come "imitazione" e "Tuti sti ani separà da ela", sottotitolata "Da motivi di Goethe". Il confronto permette di capire quali importanti suggestioni metriche abbia esercitato su Noventa questo esercizio. Col doppio quinario ad esempio Noventa traduce il novenario goethiano perché egli sembra sentirlo come un quinario tronco più un quinario piano, per la frequente presenza nel verso tedesco di una cesura in arsi alla quarta sillaba: "Ah, deme alora de novo i tempi," da "So gib mir mach die Zeiten wieder". È il metro che contrassegna in Noventa momenti di più intensa liricità e ispirazione, come nelle due memorabili poesie: "Gh'è nei to grandi-oci de ebrea" e "Dove i me versi me portarìa".
È un peccato che Manfriani nasconda tra le fitte righe dell'apparato critico quello che è a nostro parere un vero e proprio inedito di singolare bellezza. Si tratta di una diversa stesura della poesia con la quale Noventa intendeva dedicare un omaggio a Vittorio Sereni nella ristampa mondadoriana del 1970 di "Versi e poesie". L'omaggio appare in quello "Specchio" all'ultima pagina, ma preceduto da una linea di puntini che segnala intenzionalmente l'esistenza di una parte mancante. I motivi della espunzione sono facilmente comprensibili, vanno cercati nella discrezione di Noventa, nel timore di essersi preso un'eccessiva confidenza col destinatario dei versi. Ma la poesia merita di essere riportata: "Vittorio, / Amigo mio, / Calma el to cuor, / No perderte / Par na dona che passa / I to basi te resta. // E no perderte, Vittorio, / Amigo mio, / Par na dona che resta. / I so basi va via. // Lo so, lo so, che intanto el tempo vola / E ch'el ne lassa / Veci / Su la porta de casa / Ma no importa, Vittorio, / No importa gnente. // Un poeta xe sempre / Su la porta de casa".
Una poesia stupenda, quale solo l'amicizia poteva ispirare.
  • Giacomo Noventa Cover

    (Noventa di Piave, Venezia, 1898 - Milano 1960) poeta e saggista italiano. Seguì gli studi universitari a Torino, dove fu in contatto con Piero Gobetti e altri scrittori. Studiò successivamente in Germania e dopo altri soggiorni all’estero si stabilì a Firenze, dove fondò e diresse insieme con Alberto Carocci «La Riforma letteraria» (1936-39), una rivista fortemente polemica contro la cultura italiana del tempo. Uomo di molteplici interessi e di altissimo ingegno, N. perseguì sul piano politico l’ideale di un cattolicesimo democratico, ispirato al pensiero di Gioberti e di filosofi contemporanei come Maritain. La parte più importante e più duratura della sua opera va cercata peraltro nelle poesie, che egli dettava in una «lingua veneziana» di sua invenzione e che si rifanno ai grandi temi... Approfondisci
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