Via da Gormenghast

Mervyn Peake

Traduttore: R. Serrai
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 13 gennaio 2010
Pagine: 329 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845924569
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Descrizione
Quando, alla fine del secondo pannello della trilogia, il giovane Tito, signore di Gormenghast, trova la forza di strapparsi al suo reame, la cui bellezza si è ormai corrotta in cupa fatiscenza, le parole della madre - "Non esiste un altrove. Tutto conduce a Gormenghast" - sembrano richiudersi sulla sua fuga come una pietra tombale. Scoprirà che un altrove esiste, ma che è divorato non meno di Gormenghast dal Male: la città a cui approda è solcata dalle disumane meraviglie del controllo poliziesco - figure con l'elmetto che paiono scivolare sul terreno, sciami di velivoli senza pilota simili a equazioni di metallo, globi dalle viscere colorate quasi umane -, sottomessa a una scienza dispensatrice di morte. E nei cunicoli del Sottofiume vive una immane popolazione di reietti, fuggiaschi, falliti, mendicanti e cospiratori che non vedranno mai più la luce del sole. Scoprirà che al di là della sua nessun'altra realtà è per lui decifrabile, così come la sua è per gli altri inconcepibile: lontano da Gormenghast non c'è che l'ossessione del ricordo, e la follia. Dovrà, sorretto dall'aiuto di pochi - il gigantesco Musotorto, l'amorosa Giuna, i transfughi del Sottofiume Cancrello, Frombolo e Sbrago -, combattere, sfuggire a insidie, sottrarsi a ogni vincolo d'amore, amicizia e riconoscenza per conquistare l'unica verità che conti: "Era come una scheggia di pietra, ma dov'era la montagna dalla quale si era staccata?".

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    Cosimo Sportelli

    18/09/2017 15:35:04

    Tassello finale del grande mosaico che narra la storia del settantasettesimo conte di Gormenghast, questo terzo libro può essere un vero pugno nello stomaco per chi ha amato i primi due. Come suggerito dal titolo, infatti, lo scenario cui eravamo abituati, e che tanto abbiamo amato, scompare. Tito, infatti, dopo le tragedie e lo sfacelo portato nel castello dal prodigioso diluvio che ha quasi sommerso la sua casa e il terrificante complotto di Ferraguzzo, che tante morti ha provocato, si fa coraggio e annuncia a sua madre di voler andare via, rinunciando ai propri diritti dinastici per esplorare il mondo. "Bene! Vediamo quali altri scenari è in grado di partorire l'immaginifica mente di Peake" si potrebbe essere tentati di dire. E un nuovo scenario in effetti c'è, ma sarebbe ipocrita ritenerlo all'altezza della turrita e labirintica Gormenghast. La nuova città futuristica cui approda Tito, dominata da una tecnologia invasiva al servizio di un regime poliziesco, non gode della medesima attenzione ai dettagli e cura descrittiva da Peake riservata all'atavica dimora dei de' Lamenti, col risultato che inevitabilmente si perde uno dei maggiori pregi della sua scrittura. Il consegnarci nuovi indimenticabili personaggi, però, riequilibra le sorti di questo libro. Tuttavia la storia non ha lo stesso smalto dei primi due libri. Peake appare quasi meno ispirato, l'architettura narrativa sfibrata, meno meditata; se però ci si prende la briga di incrociare a queste caratteristiche la vita privata dell'autore, si può capire il perché: mentre Tito lotta contro la nostalgia di casa, Peake lottava contro una grave malattia neurodegenerativa. Un libro pieno di difetti, senza dubbio, ma non si può non amarlo e la malinconia che Tito prova nell'intravedere un'ultima volta il profilo fumoso della sua Gormenghast è la stessa che attanaglia noi lettori nel sapere che dopo quell'ultima pagina saremo costretti a dirle per sempre addio.

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    evan

    27/09/2012 11:56:27

    Una delusione. In questo terzo capitolo, né l'ambientazione (una città pseudo-futurista) né i personaggi reggono il confronto con la vecchia Gormenghast e i suoi abitanti. Per non parlare di Tito, che è a dir poco irritante. A chi dovesse ancora iniziare la trilogia, consiglio di fermarsi al secondo libro.

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    Ale_Buttero

    20/05/2010 15:20:50

    E' chiaramente un libro "incompleto" scritto a fatica, e non portato a termine, da un Peake ormai in balia di crolli nervosi determinati anche dall'avanzare del Parkinson. Tutto ciò che ha fatto innamorare i lettori, come me, dei primi due libri della triologia di Gormenghast rivive solo a sprazzi (magistrale la descrizione di Sottofiume) in un libro confuso, con troppi personaggi lasciati a se stessi e mai approfonditi (Tito incluso) ed una trama zoppicante. Tanto onirismo se non delirio. Consigliato solo a chi ha già letto i due primi libri della triologia e vuole in ogni caso arrivare alla fine. Assolutamente sconsigliato a chi lo vorrebbe leggere come primo approccio alla triologia, il serio rischio è quello di allontanarsi da Gormenghast senza mai capirne la genialità e l'incredibile atmosfera. La sufficienza è in ogni caso d'obbligo ed un doveroso "onore delle armi" ad un grande autore ed una grande opera.

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