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Descrizione


È un fenomeno sempre più rilevante: pezzi interi della «generazione perduta» cercano rifugio e possibilità in montagna. Costretti da una crisi e da una precarietà infinite, uomini e donne si spostano fuori dalla città, in un complesso movimento migratorio «al contrario», tutto da scoprire e interpretare. Nascono così progetti di vita innovativi, basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla green economy e sulla soft economy. Nascono nuove storie e nuove creatività. Vecchi borghi vengono ripopolati. Antiche strade vengono risvegliate. Questo è un libro di paesaggi, di ritratti e di racconti. Un libro di montagna, e di inchiesta.
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Dettagli

2017
26 gennaio 2017
189 p., Brossura
9788865481769

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Claudio
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Non dico che fossi scettico prima di leggerlo, altrimenti non lo avrei acquistato. Tuttavia devo dire che è stato illuminante e concreto, con esempi vicini alla nostra realtà (anche geograficamente). Lo consiglio a chi è curioso o semplicemente a chi vorrebbe prendere questa decisione radicale ma soprattutto terribilmente necessaria in molti casi.

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Voce della critica

«Si mette male. Bisogna sbrigarsi, se si vuole ancora vedere qualcosa. Tutto scompare». «Tra qualche secolo ogni cosa sarà appiattita […], ma il poco che resta è ancora molto caro al cuore e allo sguardo» - Paul Cézanne (citato in Peter Handke, Nei colori del giorno)

La lettura di Via dalla città di Maurizio Dematteis apre e rivitalizza sentieri, ossigena i polmoni, dischiude varchi in tempi di frane, smottamenti e arie insalubri: le sue peregrinazioni con mezzi pubblici e a piedi, per valli e montagne che cingono quello che fu il triangolo industriale italiano, raccolgono un lavoro d’inchiesta notevole, e rivelano un fermento variegato e importante di persone e culture non appiattite sulla monocronia cittadina. Piccoli, medi e ramificati laboratori di resistenza biopolitica si abbarbicano alle montagne dove interagiscono in chiave sociale, culturale, estetica, biologica e fisica, oltre che personale, con l’esistente.

Il problema, letteralmente, è proprio l’esistente: laddove, ad esempio, il cemento e la neve artificiale, coi loro smisurati e smodati interessi industriali, non sono ancora riusciti a desertificare la montagna, vi ha contribuito l’esodo, ovvero l’abbandono e la fuga verso la “sopravvivenza” della maggior parte dei suoi abitanti, non meno d’una legislazione scriteriata e sproporzionata (fondata com’è su regole valide – a malapena – in pianura, quando non in città). Già, la città: altro lato dell’esistente con cui fare i conti, luogo di provenienza di pressoché tutti i protagonisti e referente ambiguo da lasciarsi alle spalle, sì, ma non del tutto, vuoi per legami familiari, vuoi per rapporti lavorativi, di studio o di mercato… Senza tralasciare l’immancabile esistente esistenziale, personale e affettivo, più che quotidiano, fatto di legami – semplici o doppi –, d’intuizioni e piccole percezioni, di sotterranee irrequietezze e lampi a ciel sereno, ma anche di silenzi, odori, fatica, e sogno.

Le testimonianze sono raccolte seguendo le tre provenienze metropolitane di riferimento dei protagonisti, Torino Milano e Genova, diversissime tra loro nel passato – prossimo e remoto –, ma ancor più nel presente. Sono invece le mete, gli approdi e i destini, a somigliarsi molto: tanto da entrare in risonanza perfetta non solo tra loro, ma anche con analoghi e talvolta più drammatici spostamenti verso le alture d’altri tempi. Ci sono state epoche in cui le valli e le montagne alpine hanno saputo offrire rifugio a dissidenti, perseguitati, riformatori e minoranze pugnaci, culture ancora vive dopo secoli di pedinamenti, rastrellamenti e messe al bando: per stare ai territori trattati, non si può non nominare Valdo, Dolcino e Margheritai. Allora le rivendicazioni erano giocate secondo un registro prettamente religioso, e infatti le lotte intestine, i roghi, le scissioni e i colpi bassi avvenivano per lo più all’interno dell’onnicomprensiva Chiesa. Più vicino nel tempo, il registro cambia e si fa prettamente politico: sono gli anni a noi più prossimi della Repubblica dell’Ossola, della lotta partigiana che ha come teatro non esclusivo, ma rilevante, le nostre montagne. Quello che però accade da qualche lustro sulle Alpi occidentali non ha più alcunché di prettamente religioso o politico, o almeno, non solo: si tratta in effetti di qualcosa di esistenziale ed economico al contempo, di etico ed estetico, politico e poetico, religioso e sacro, che si traduce, secondo le varie declinazioni e interpretazioni, in un no secco ma sentito alla smisurata omologazione in corso (culturale ovviamente ed economico-finanziaria, ma anche ludica, agonistica, turistica, ecologica…), per un più critico confronto costruttivo – razionale e sentimentale – a misura d’uomo. Perché una delle costanti esistenziali di ciascuna delle storie qui raccolte pare la contrapposizione tra un modello “industriale” (sempre più drammaticamente multinazionale), impositivo imbonitore e incomunicante, e un modello squisitamente correlato ai luoghi precipui, alle persone con cui si ha a che fare, comunicante.

Dai nomi noti ai giovani più intraprendenti, passando per qualche coppia giovane e coraggiosa, non di rado con figli, ma anche per attempati amanti della montagna e delle sue storie e curiosità, le esperienze raccolte da Dematteis hanno il pregio innanzitutto d’essere, appunto, raccolte: ovvero d’esser prese singolarmente ma poi riunite, confrontabili e vicine, a dischiudere e dar senso a un fenomeno che avrebbe altrimenti tutt’altro peso e rilevanza. Quanto in effetti Dematteis opera con tale lavoro, oltre che un’inchiesta sviluppata prettamente da un punto di vista letterario e narrativo, è prima di tutto un gesto politico e sociale rilevante: col suo spostarsi – anche questo raccontato e documentato – a incontrare via via i protagonisti della rivincita della montagna, egli conduce, si fa tramite e tesse tra loro, anche fisicamente, una rete vitale che ne comunica e fa comunicare tra loro le varie voci, mostrandole al contempo come personali e politiche, individuali e corali. Come hanno espresso così bene Deleuze e Guattari in Mille piani, «non c’è enunciato individuale, non ce n’è mai. Ogni enunciato è il prodotto di un concatenamento macchinico, cioè di agenti collettivi di enunciazione (non nel senso di popoli o società, ma di molteplicità). Ora, il nome proprio non designa un individuo: al contrario, è quando si apre a molteplicità che lo traversano da parte a parte che l’individuo acquista il suo vero nome proprio. Il nome proprio è l’appercezione istantanea di una molteplicità. Il nome proprio è il soggetto di un puro infinito compreso come tale in un campo d’intensità». Che è esattamente quanto accade, a ulteriori livelli e in altrettanti contesti, per ciascuna delle esperienze raccolte in Via dalla città: ciascuna segna un campo d’incontri e vicende differenti e molteplici, ma in profonda risonanza con gli altri. E il suono comune di queste esperienze ha note che sanno di ritmi a misura d’uomo e di stagioni, di tetti in beola, di legna che brucia, di foglie secche che frusciano, di nuvole che in un attimo annebbiano ogni cosa e altrettanto rapidamente possono dileguarsi, di discussioni accese e silenzi eloquenti, di fontane dissetanti e terre che custodiscono segreti, di animali che condividono lo stesso tetto e altri che minacciano di sconvolgerne l’equilibrio, di parole date, parole affidate a libri, e parole al vento.

Ma anche, più prosaicamente, di villaggi abbandonati che tornano pian piano a vivere e a ospitare socialità, economie e culture alternative e solidali, di boschi nuovi e terreni ristrappati al bosco, di cooperazioni e sinergie inaspettate ma desiderate, di questioni collettive a vario grado e momenti critici più intimi, di fatica e libertà. In una parola, Via dalla città.

Roberto Gelini

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