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Anno edizione: 2015
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"Credo, egregia Sibilla, che non avrò eredi. Anderò col mio famoso fardello dove anderò. Finita la guerra non esisterò più ammesso che esista ancora." (p. 43, dalla lettera I di Dino Campana a Sibilla Aleramo del 22 luglio 1916) Rilette col senno di poi, queste affermazioni risultano profetiche: nel 1918 il poeta sarà rinchiuso in manicomio in via definitiva, lotterà con i fantasmi della propria mente sino alla morte, avvenuta nel 1932, e non avrà davvero eredi, diventando un unicum e una sorta di "crazy diamond" del nostro Novecento letterario. Leggendo il carteggio 1916-1918 tra Dino Campana (1885-1932) e Sibilla Aleramo (1876-1960), ben curato da Bruna Conti, la prima impressione è quella di un'antitesi fra le poche, per lo più brevi, e asciutte lettere del primo e le tante, spesso analitiche, e a tratti retoriche lettere della seconda; ma a una lettura più attenta, emerge un'altra sensazione ed è quella di una sorta di incommensurabilità fra i tempi e le gradazioni di un amore che se per il poeta dei "Canti orfici" fu discontinuo ma profondo e unico, per la sua amata fu forse più travolgente ma effimero. "Cara, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita. Vieni a vedermi, ti prego tuo Dino" (p. 129): questa l'ultima lettera, scritta dal manicomio di San Salvi il 17 gennaio 1918: la risposta non arriverà mai. "In un momento / sono sfiorite le rose" (p. 97)
Splendido scambio epistolare tra due persone di spicco nella letteratura e nella poesia italiana. Le lettere di Sibilla sono profonde e poetica, molto più fredde e sintetiche quelle di Dino ma anche questo aiuta a comprendere il loro legame.
La storia tra Campana e Aleramo è bene evidenziata dalle lettere dei due. Bruna Conti introduce egregiamente il libro e ne chiarisce alcuni aspetti.
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