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Nell’estate del 1926 la «Frankfurter Zeitung» propose a Joseph Roth un viaggio in Russia. Dopo i primi anni di entusiasmo per la rivoluzione, quando si firmava «Roth il Rosso», egli era entrato, ora, in una fase di dubbio: così vide quel viaggio come una preziosa occasione di verifica. Attento, curioso, con occhio vivido e mano ferma, vagò per le grandi città, seguì il corso del Volga, si spinse fra i popoli dell’Asia Centrale, scrivendo a caldo le sue corrispondenze. All’inizio, il suo atteggiamento è di forte simpatia verso quel mondo in formazione. Ma la sua lucidità gli permette anche di vedere il tetro squallore di quell’«uomo nuovo» che già si incontra in ogni strada. Mentre schiere di scrittori occidentali avrebbero visitato la Russia per decenni, gareggiando (salvo poche eccezioni) in cecità e servilismo, Roth vide e seppe raccontare tutto ciò che allora si poteva vedere. Queste sue pagine vibrano non solo per la sua arte di narratore, ma per la sua chiaroveggenza di testimone. A Walter Benjamin, quando si incontrarono a Mosca, Roth disse di essere partito bolscevico e di ritornare monarchico. In verità si stava compiendo in quei mesi la trasformazione di Roth in uno dei suoi personaggi: Franz Tunda, il protagonista di Fuga senza fine, colui che combatte per la rivoluzione e poi si aggira in un’Europa decaduta, ma soprattutto non appartiene più a nulla, ha reciso ogni legame di affinità con tutti i mondi che lo circondano e ascolta «rapito il canto dei tarli». Questo viaggio è una delle prime testimonianze illuminate di uno scrittore occidentale sulla Russia sovietica: ma esso segna anche un passaggio decisivo nell’evoluzione di Roth. Come leggiamo in una lettera da Odessa a Bernhard von Brentano: «È una gran fortuna che abbia fatto questo viaggio in Russia: altrimenti non avrei mai riconosciuto me stesso».
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«Le città lungo il Volga sono le più tristi che io abbia mai visto. Fanno pensare alle città francesi che sono state distrutte nella zona di guerra. Le loro case bruciano nella guerra civile rossa; le macerie, poi, videro la fame bianca passare al galoppo lungo le strade.» Un *Marzio G. Mian ante litteram, perché parte del tragitto che Joseph Roth compì in una Russia ancora fresca di Rivoluzione, segue proprio il grande fiume, restituendone un'immagine virata a seppia: lo stato delle cose immortalato esattamente 100 anni fa. «La rivoluzione russa non è affatto una rivoluzione proletaria, come pensano i suoi rappresentanti. È una rivoluzione borghese. La Russia era un paese feudale. Ora comincia a diventare un paese urbano, un paese di cultura cittadina, un paese borghese.» Sa un po' di paradosso questo enunciato di Roth, ed è la sua visione lucida dei cambiamenti politici e sociali di cui fu testimone, ad aprire, in questo suo reportage di viaggio e di pensiero, a diverse interpretazioni. Insomma, ha voluto 'metterci il naso' andando di persona a verificare quanto di ciò che era stato promesso dalla Rivoluzione si stava realizzando o meno. Un testo critico e disincantato che, attraverso la sua personale visione del mondo, restituisce fatti, dubbi e considerazioni fotografando quel preciso momento storico. La visione di un uomo colto e brillante, il cui sguardo attento soppesa e racconta – al di là di ogni propaganda – il bene e il male, le verità e le menzogne in un mondo in trasformazione. Fra i tanti resoconti di viaggi in Russia che ho letto, questo è il più magnificamente letterario: «Una precoce sera invernale portò della fresca, morbida neve, che si mise a cadere insieme alle tenebre, come per rischiararle. Ma per quanto nevicasse, la piazza rimaneva profonda e il suo livello non sembrava alzarsi neppure di un centimetro. È troppo grande questa piazza! pensai. - Troppo grande!...» In qualsiasi genere si cimenti, sempre ottimo, il vecchio Roth!
Molto interessante e scorrevole, sicuramente acquisterò altri libri di questo autore, il capitolo XVI è molto attuale...
Opera cruciale e troppo spesso sottovalutata. Viaggio in Russia è lo spartiacque tra la prima fase della produzione rothiana - quella della riottosa ribellione contro le ingisutizie del mondo in decadenza e l'appoggio a ideali filo-libertari - e il secondo e più intenso periodo di scrittura - quello dei romanzi che segnano la disillusione dell'autore e la sua ormai amara consapevolezza della necessità di un ordine che lucidamente vede crollare. Un insieme di articoli che furono commissionati allo scrittore austriaco da un quotidiano tedesco e che, nel loro insieme, compongono uno dei primi affreschi sulla Russia della rivoluzione bolscevica. Alle sirene della posticcia fame di ideali e di slogan di terza o quarta mano, Roth contrappone lo sguardo fotografico del reporter di guerra e l'onestà intellettuale che pochi - specie tra gli ammiratori della rivoluzione d'ottobre - riusciranno a sostenere. "Si aprono le finestre per far entrare aria di muffa": in questa frase il compendio di un cambiamento solo presunto, di un'azione nata vecchia, ma anche di un'Europa che si crede in mano a un nuovo vento di passione che in realtà è già stagnante aria di palude. Libro da consigliare a ogni tipo di pubblico.
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