Categorie

Curatore: M. T. Chialant
Editore: Marsilio
Collana: Ricerche
Anno edizione: 2006
Pagine: 461 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788831789653
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

Quando, all'inizio di Heart of Darkness, spiega il desiderio di viaggiare di Marlow con la passione che nutriva da bambino per le carte geografiche, Conrad fa insieme una confessione e un'operazione meta-letteraria. Il viaggio è infatti il cammino che separa lo scrittore dal primo gesto con cui si era appropriato del mondo scritto, segnando con il dito gli spazi vuoti sulla mappa: «Quando sarò grande, voglio andare qui».
Il volume raccoglie gli atti di un convegno tenutosi nell'ottobre 2004 all'Università di Salerno, dove la curatrice insegna letteratura inglese. Il filo conduttore è una definizione del viaggio attraverso le coordinate dello spazio e del tempo. A essere ricostruita è una geografia di intricati incroci culturali, lungo un arco che va dal Quattrocento a oggi. Grande attenzione è riservata alle modalità del viaggio e alle sue contaminazioni con la letteratura; una sezione riguarda inoltre i viaggi nella fantasia, dal discorso utopico alla matematica.
Il viaggio si offre alla letteratura come rito di passaggio. Sospesi tra smarrimento e petizione del senso, le salidas di don Quijote e i naufragi di Shakespeare sono metafora di una Bildung dolorosa, ma forse ancora possibile. Alla fine dell'Ottocento, però, il meccanismo si inceppa e assume in Zola l'immagine della locomotiva fuori controllo. Abbandonata la strada del ritorno, la letteratura di viaggio riflette sulla sua natura testuale; lo scrittore diventa aiguilleur, vale a dire "scambista" dei fili del discorso.
Il carattere unheimlich dei viandanti romantici sembra raccolto oggi da chi invece deve spostarsi per forza: rifugiati, esuli, migranti. Contro i viaggi da salotto verso i non luoghi che saranno descritti da Marc Augé, gli scrittori dell'anti-turismo scelgono il festina lente lungo le strade trascurate dalle guide, come Norman Douglas ed Edward Hutton, oppure ascoltano il silenzio delle lande più impervie, al modo di Paul Bowles. Raul Schrott declina invece il nomadismo in chiave opposta, riscattando il non luogo degli Hotels: la poesia come ultima traccia di sé, prima che passino a rifare la camera.
La materia dei saggi spazia su orizzonti mediterranei e atlantici: dall'Italia di Johann G. Seume e Charles De Brosses all'America di Henry James e Caryl Philips. A confronto con le civiltà altre, il pericolo è quello sottolineato da Edward Said, secondo cui l'orientalismo europeo si limita a perfezionare un immaginario già forgiato, come in Haggard e Kipling. L'Europa dovrebbe piuttosto lasciarsi convincere da Dipesh Chakrabarty a ridiscutere il proprio etnocentrismo. Un modello inaspettato è in Matija Mažuranić, scrittore croato che si interroga nell'Ottocento sulla Bosnia ottomana, gettando un ponte tra Oriente e Occidente, che sarà poi raccolto da Ivo Andrić.
I viaggiatori sono narratori inaffidabili e i saggi insistono sull'operazione di finzione letteraria che si cela dietro ciascun resoconto. A volte, però, l'invenzione sa dire di più delle impressioni veritiere. Leggendo la relazione sul viaggio in Spagna di Francesco Guicciardini, torna in mente il Mario Praz della Penisola pentagonale, che disconnette le convenzioni del pittoresco iberico. Al tentativo dello studioso di scrollarsi di dosso la gorda Pepita con il latino (cui gravis oris odor numquam jejuna loquatur et sempre spatio distet ab ore viri), questa spezza per sempre il mito della Carmen fatale, domandando impagabilmente: «Porqué me hablas vizcayno?».
  Luigi Marfè