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Le vie dei canti - Bruce Chatwin - copertina
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Le vie dei canti Bruce Chatwin
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Descrizione


"La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?" (Bruce Chatwin a Tom Maschler, 1969).
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Dettagli

13
1988
19 settembre 1988
390 p.
9788845903069

Valutazioni e recensioni

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GD
Recensioni: 3/5

Quando lo lessi al suo apparire mi sembrava un libro figlio di geniali intuizioni, ma devo dire che col passare del tempo il mio entusiasmo si è di molto ridotto. Chatwin era un grande affabulatore ed uno scrittore che affastellava idee, ma non era uno studioso e nemmeno un romanziere: diciamo una via di mezzo, ma appunto in mezzo ci troviamo. I suoi romanzi tutti, diciamolo, sono piuttosto banali e di una noia pesante. Questo "Le vie dei canti" possiede fascino ma non è robusto abbastanza. Se vogliamo parlare di teoria del viaggio nulla di meglio di "La mente del viaggiatore" di E.J.Leed e se vogliamo parlare di resoconti di viaggio sempre niente di meglio di "Strade blu" di Heath Moon. Qui siamo disancorati da una idea narrativa coerente, ancorché in pieno spandere di affascinante raccontare.

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ele65
Recensioni: 5/5

Uno dei piu' bei libri mai letti.

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recensione di Scatasta, G., L'Indice 1989, n. 5

Bruce Chatwin, l'autore di questo libro, è morto il 18 gennaio a Nizza di una malattia che, secondo le poche notizie giunte in Italia, aveva contratto in uno dei suoi molti viaggi. Aveva quarantotto anni ed era un personaggio atipico nel mondo letterario inglese, come si può facilmente intuire dagli avvenimenti della sua vita e dalle numerose note autobiografiche che si trovano nei suoi romanzi. Chatwin iniziò a lavorare molto giovane come esperto d'arte per Sotheby, occupandosi in particolare d'impressionismo, e lavorò al "Sunday Times" come giornalista. Nel 1962 iniziò a viaggiare per il mondo, visitando fra l'altro l'Africa, l'Afghanistan, l'Unione Sovietica, l'America del Sud e l'Australia, ed interessandosi del fenomeno del nomadismo. A1 1977 risale il suo primo libro, "In Patagonia", pubblicato in Italia nel 1982 da Adelphi, come le altre sue opere: "Il vicerè di Oujdah", forse il più tradizionale dei suoi romanzi, ambientato in Brasile; "Sulla collina nera" le cui vicende si svolgono in Galles, e questo "Le vie dei canti", che tratta di una tradizione degli aborigeni australiani secondo i quali la loro terra è attraversata da strade invisibili che si possono seguire solo se si conosce un canto che fu funge da guida. Poco prima di morire, Chatwin aveva terminato il suo quinto libro, ambientato in Europa.
L'ibridazione struttura a più livelli il libro di Chatwin, che si muove attraverso quelli che una volta erano i rigidi confini tra romanzo, saggio, autobiografia e diario con una sapienza, tecnica e umana, che non nega l'importanza e la pericolosità del mettere in gioco se stessi e le proprie certezze, sapendo che questo viaggio fra diversi generi, come il viaggio reale, "è un frammento d'Inferno", secondo una frase di Maometto riportata da Chatwin. "Le vie dei canti" è un romanzo perché riferisce di un viaggio in Australia del narratore; ma è anche un saggio perché in esso l'autore espone in forma concisa, appassionata, le sue teorie sul nomadismo e sulle società sedentarie, fino ad affrontare problematiche antropologiche che toccano (ibridandosi?) il mitologico, come nelle pagine in cui si indaga sulla Bestia, il "Nemico per eccellenza" dell'uomo, l'animale che in Africa si cibava dei nostri progenitori. Ed è ancora un diario di viaggio, un'autobiografia, un po' ma non troppo romanzata, e anche, come richiedono i tempi, un esempio dell'impossibilità (o della presunta impossibilità) di scrivere un romanzo tradizionale, o almeno di scrivere un romanzo che sia del tutto tradizionale, che non sia ibridato con appunti, aforismi, voci, canti, racconti nel racconto, divagazioni, ricordi, oblii.
La stessa geografia del romanzo è ibrida, come quella di alcuni drammi di Shakespeare, con i rapidi passaggi da Milano all'Africa all'isola deserta nella "Tempesta", o dalla Boemia alla Sicilia nel "Racconto d'inverno", e come quella di alcuni romanzi di spionaggio contemporanei: l'azione si sposta vertiginosamente da un luogo all'altro, da una realtà all'altra, e lo spaesamento genera mille esiti, dall'azione colonizzatrice di Prospero della "Tempesta" all'occhio disincantato, scaltro e opportunista dell'agente segreto, fino all'adesione discreta e affezionata del nomade. La famiglia di Chatwin, come viene descritta nel secondo capitolo, è un elenco di "cittadini benestanti e sedentari" e di "vagabondi innamorati dell'orizzonte, che avevano sparso le loro ossa in ogni angolo del globo: il cugino Charlie in Patagonia; zio Victor in un campo di cercatore d'oro dello Yukon; zio Robert in un porto d'Oriente, e poi lo zio Desmond, dai lunghi capelli biondi, che era scomparso a Parigi senza lasciar traccia; e zio Walter che era morto al Cairo in un ospizio per santoni cantando le sura del Glorioso Corano".
Tempo e spazio si confondono sulla pagina, con un'impressione di spaesamento che confonde ma non ottunde, come uno sguardo affascinato che impedisce di dare un senso a ciò che si osserva e impone di dilazionare la riflessione, di allontanare la meditazione per non rovinare la percezione dell'attimo, nella speranza che attimo e meditazione coincidano in un'estasi insieme mistica e razionale.
Ad un altro livello, l'ibridazione si manifesta nella comunione delle differenze: nessuno, in questo romanzo, è uguale all'altro, tutti sono stranieri in un luogo in cui gli stessi indigeni sono stati costretti a diventare tali, ora che la terra è cambiata e non possiede più quella geografia, segnata dalle "Vie dei Canti", a loro nota, ora che è attraversata da strade, ferrovie, esplosioni atomiche preavvisate da cartelli in inglese che gli aborigeni non possono leggere. In una terra in cui tutti sono stranieri, chi è paradossalmente più estraneo agli occhi del narratore è chi dovrebbe essergli eguale, chi appartiene alla sua razza: gli avventori dei bar alle fermate degli autobus che collegano i grossi centri, i poliziotti, gli uomini della ferrovia. Allo stesso modo non c'è esaltazione ingenua degli aborigeni: il loro e un mondo estraneo, che può essere misterioso, affascinante, stupido o crudele, visto da un occidentale, ma dotato di una coerenza propria, e che comunque è probabilmente tutto ciò e molte altre cose.
In questo mondo monadico, gli incontri avvengono per illuminazioni, per improvvisi crolli di mura insuperabili, per contatti difficili o incredibilmente semplici, e la scrittura segue questi percorsi con docilità e attenzione, ma anche con scatti improvvisi, stacchi impensati. Natura e cultura sono ormai fuse, non esiste più una sapienza tradizionale "pura", e "Così parlò Zarathustra" sul comodino di un vecchio aborigeno o la "Recherche" proustiana (nell'edizione della Pléiade) nelle mani del barista di Cullen non sono ibridi così stridenti e stupefacenti come potrebbero apparire a prima vista, non più almeno di un Kentucky Fried Chicken in un villaggio al centro dell'Australia.
"Le città belle", scriveva Mario Praz, "è facile lodarle"; ma trovare la bellezza a Liverpool (o, per quel che ci riguarda, nel deserto australiano) è tutt'altra cosa: c'è bisogno di attenzione, di capacità di stupirsi, di affezione. E nel caso di Chatwin di un misticismo materiale, che squarcia la consuetudine e si presenta come un lampo obliquo, un nuovo modo di vedere il reale, un paesaggio indistinto in bianco e nero che prende colore e forma. La bellezza dell'Australia è data dalle sue contaminazioni, dal suo carattere meticcio in cui le identità si mescolano, e con esse si apre alla comprensione di chi osserva. La forza di Chatwin e della sua scrittura consiste anche in questa apertura al "diverso" di chi non ripudia la propria origine culturale, la propria tradizione ma le porta con sé in un cammino nomadico in cui essi si contaminano con altre tradizioni, altre culture. In questo modo, senza stridori ma con una dolce compostezza, una attivista del Land Rights Movement in un campo di aborigeni può somigliare ad una madonna di Piero della Francesca ed un aborigeno che canta la storia della lucertola è simile a Konrad Lorenz che imita lo spinarello.
Abbiamo parlato di spaesamento ma in "Le vie dei canti" non c'è, n‚ può esserci spaesamento, se non momentaneo, se non superficiale: e l'ibridazione, a sua volta, non è un tentativo vano di mettere ordine, di ricondurre l'ignoto al noto, di ridurre il diverso al già conosciuto, quanto piuttosto una fertile e salutare operazione. La sensazione di spaesamento, il sentirsi stranieri in terra straniera, ha perso buona parte delle caratteristiche che possedeva un tempo a causa di un appiattimento che permette, apparentemente, di trovarsi ovunque fra simboli ed elementi familiari: lingua inglese, Coca Cola, aeroporti, alberghi, denaro, birra, sigarette, libri ecc. Ma le differenze esistono ancora, più sottili, perfino nascoste, e non saperle vedere equivale a non saperle vivere. La via di Chatwin, quella dell'ibridazione, del nomadismo fisico e culturale, va oltre lo stupore, inebetito o estatico, dello spaesamento, avverte le differenze e le trasforma in scambi, in mescolanze in cui le identità si fondono ma non si perdono, si uniscono restando diverse.

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Conosci l'autore

Bruce Chatwin

1940, Sheffield

Scrittore e viaggiatore britannico, Bruce Chatwin è diventato celebre per i suoi racconti di viaggio. Dopo aver compiuto gli studi presso il Marlborough College, nello Wiltshire, inizia a lavorare presso la prestigiosa casa d'aste londinese Sotheby's, diventando in poco tempo uno dei più competenti esperti di arte impressionista. A ventisei anni abbandona il lavoro e s'iscrive all'università di Edimburgo per approfondire la sua passione per l'archeologia. Dopo gli studi inizia a viaggiare per lavoro: prima in Afghanistan, poi in Africa, dove sviluppa un forte interesse per i nomadi e il loro distacco dai possedimenti personali.Nel 1973 viene assunto dal «Sunday Times Magazine» come consulente per temi di arte e architettura. Questo nuovo impiego gli...

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