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Bruce Chatwin

Traduttore: S. Gariglio
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 13
Anno edizione: 1995
Formato: Tascabile
Pagine: 390 p., Brossura
  • EAN: 9788845911415
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)
recensione di Scatasta, G., L'Indice 1989, n. 5

Bruce Chatwin, l'autore di questo libro, è morto il 18 gennaio a Nizza di una malattia che, secondo le poche notizie giunte in Italia, aveva contratto in uno dei suoi molti viaggi. Aveva quarantotto anni ed era un personaggio atipico nel mondo letterario inglese, come si può facilmente intuire dagli avvenimenti della sua vita e dalle numerose note autobiografiche che si trovano nei suoi romanzi. Chatwin iniziò a lavorare molto giovane come esperto d'arte per Sotheby, occupandosi in particolare d'impressionismo, e lavorò al "Sunday Times" come giornalista. Nel 1962 iniziò a viaggiare per il mondo, visitando fra l'altro l'Africa, l'Afghanistan, l'Unione Sovietica, l'America del Sud e l'Australia, ed interessandosi del fenomeno del nomadismo. A1 1977 risale il suo primo libro, "In Patagonia", pubblicato in Italia nel 1982 da Adelphi, come le altre sue opere: "Il vicerè di Oujdah", forse il più tradizionale dei suoi romanzi, ambientato in Brasile; "Sulla collina nera" le cui vicende si svolgono in Galles, e questo "Le vie dei canti", che tratta di una tradizione degli aborigeni australiani secondo i quali la loro terra è attraversata da strade invisibili che si possono seguire solo se si conosce un canto che fu funge da guida. Poco prima di morire, Chatwin aveva terminato il suo quinto libro, ambientato in Europa.
L'ibridazione struttura a più livelli il libro di Chatwin, che si muove attraverso quelli che una volta erano i rigidi confini tra romanzo, saggio, autobiografia e diario con una sapienza, tecnica e umana, che non nega l'importanza e la pericolosità del mettere in gioco se stessi e le proprie certezze, sapendo che questo viaggio fra diversi generi, come il viaggio reale, "è un frammento d'Inferno", secondo una frase di Maometto riportata da Chatwin. "Le vie dei canti" è un romanzo perché riferisce di un viaggio in Australia del narratore; ma è anche un saggio perché in esso l'autore espone in forma concisa, appassionata, le sue teorie sul nomadismo e sulle società sedentarie, fino ad affrontare problematiche antropologiche che toccano (ibridandosi?) il mitologico, come nelle pagine in cui si indaga sulla Bestia, il "Nemico per eccellenza" dell'uomo, l'animale che in Africa si cibava dei nostri progenitori. Ed è ancora un diario di viaggio, un'autobiografia, un po' ma non troppo romanzata, e anche, come richiedono i tempi, un esempio dell'impossibilità (o della presunta impossibilità) di scrivere un romanzo tradizionale, o almeno di scrivere un romanzo che sia del tutto tradizionale, che non sia ibridato con appunti, aforismi, voci, canti, racconti nel racconto, divagazioni, ricordi, oblii.
La stessa geografia del romanzo è ibrida, come quella di alcuni drammi di Shakespeare, con i rapidi passaggi da Milano all'Africa all'isola deserta nella "Tempesta", o dalla Boemia alla Sicilia nel "Racconto d'inverno", e come quella di alcuni romanzi di spionaggio contemporanei: l'azione si sposta vertiginosamente da un luogo all'altro, da una realtà all'altra, e lo spaesamento genera mille esiti, dall'azione colonizzatrice di Prospero della "Tempesta" all'occhio disincantato, scaltro e opportunista dell'agente segreto, fino all'adesione discreta e affezionata del nomade. La famiglia di Chatwin, come viene descritta nel secondo capitolo, è un elenco di "cittadini benestanti e sedentari" e di "vagabondi innamorati dell'orizzonte, che avevano sparso le loro ossa in ogni angolo del globo: il cugino Charlie in Patagonia; zio Victor in un campo di cercatore d'oro dello Yukon; zio Robert in un porto d'Oriente, e poi lo zio Desmond, dai lunghi capelli biondi, che era scomparso a Parigi senza lasciar traccia; e zio Walter che era morto al Cairo in un ospizio per santoni cantando le sura del Glorioso Corano".
Tempo e spazio si confondono sulla pagina, con un'impressione di spaesamento che confonde ma non ottunde, come uno sguardo affascinato che impedisce di dare un senso a ciò che si osserva e impone di dilazionare la riflessione, di allontanare la meditazione per non rovinare la percezione dell'attimo, nella speranza che attimo e meditazione coincidano in un'estasi insieme mistica e razionale.
Ad un altro livello, l'ibridazione si manifesta nella comunione delle differenze: nessuno, in questo romanzo, è uguale all'altro, tutti sono stranieri in un luogo in cui gli stessi indigeni sono stati costretti a diventare tali, ora che la terra è cambiata e non possiede più quella geografia, segnata dalle "Vie dei Canti", a loro nota, ora che è attraversata da strade, ferrovie, esplosioni atomiche preavvisate da cartelli in inglese che gli aborigeni non possono leggere. In una terra in cui tutti sono stranieri, chi è paradossalmente più estraneo agli occhi del narratore è chi dovrebbe essergli eguale, chi appartiene alla sua razza: gli avventori dei bar alle fermate degli autobus che collegano i grossi centri, i poliziotti, gli uomini della ferrovia. Allo stesso modo non c'è esaltazione ingenua degli aborigeni: il loro e un mondo estraneo, che può essere misterioso, affascinante, stupido o crudele, visto da un occidentale, ma dotato di una coerenza propria, e che comunque è probabilmente tutto ciò e molte altre cose.
In questo mondo monadico, gli incontri avvengono per illuminazioni, per improvvisi crolli di mura insuperabili, per contatti difficili o incredibilmente semplici, e la scrittura segue questi percorsi con docilità e attenzione, ma anche con scatti improvvisi, stacchi impensati. Natura e cultura sono ormai fuse, non esiste più una sapienza tradizionale "pura", e "Così parlò Zarathustra" sul comodino di un vecchio aborigeno o la "Recherche" proustiana (nell'edizione della Pléiade) nelle mani del barista di Cullen non sono ibridi così stridenti e stupefacenti come potrebbero apparire a prima vista, non più almeno di un Kentucky Fried Chicken in un villaggio al centro dell'Australia.
"Le città belle", scriveva Mario Praz, "è facile lodarle"; ma trovare la bellezza a Liverpool (o, per quel che ci riguarda, nel deserto australiano) è tutt'altra cosa: c'è bisogno di attenzione, di capacità di stupirsi, di affezione. E nel caso di Chatwin di un misticismo materiale, che squarcia la consuetudine e si presenta come un lampo obliquo, un nuovo modo di vedere il reale, un paesaggio indistinto in bianco e nero che prende colore e forma. La bellezza dell'Australia è data dalle sue contaminazioni, dal suo carattere meticcio in cui le identità si mescolano, e con esse si apre alla comprensione di chi osserva. La forza di Chatwin e della sua scrittura consiste anche in questa apertura al "diverso" di chi non ripudia la propria origine culturale, la propria tradizione ma le porta con sé in un cammino nomadico in cui essi si contaminano con altre tradizioni, altre culture. In questo modo, senza stridori ma con una dolce compostezza, una attivista del Land Rights Movement in un campo di aborigeni può somigliare ad una madonna di Piero della Francesca ed un aborigeno che canta la storia della lucertola è simile a Konrad Lorenz che imita lo spinarello.
Abbiamo parlato di spaesamento ma in "Le vie dei canti" non c'è, n‚ può esserci spaesamento, se non momentaneo, se non superficiale: e l'ibridazione, a sua volta, non è un tentativo vano di mettere ordine, di ricondurre l'ignoto al noto, di ridurre il diverso al già conosciuto, quanto piuttosto una fertile e salutare operazione. La sensazione di spaesamento, il sentirsi stranieri in terra straniera, ha perso buona parte delle caratteristiche che possedeva un tempo a causa di un appiattimento che permette, apparentemente, di trovarsi ovunque fra simboli ed elementi familiari: lingua inglese, Coca Cola, aeroporti, alberghi, denaro, birra, sigarette, libri ecc. Ma le differenze esistono ancora, più sottili, perfino nascoste, e non saperle vedere equivale a non saperle vivere. La via di Chatwin, quella dell'ibridazione, del nomadismo fisico e culturale, va oltre lo stupore, inebetito o estatico, dello spaesamento, avverte le differenze e le trasforma in scambi, in mescolanze in cui le identità si fondono ma non si perdono, si uniscono restando diverse.

Recensioni dei clienti

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    lucio celot

    18/09/2011 12.01.17

    Un libro ibrido i cui registri - racconto, riflessione etno-antropologica, diario, raccolta di citazioni - danno vita ad un'alchimia perfetta. Alla ricerca dei miti fondativi della civiltà aborigena australiana, Chatwin percorre le strade invisibili che gli Anziani, gli Uomini dei Tempi Antichi, percorsero cantando i nomi delle cose e dando loro vita: fiumi, montagne, saline, sabbia?Luoghi conosciuti, oggi, solo dai discendenti di quegli Anziani, che devono difendere i sacri luoghi dai nuovi pericoli della modernità, come il tracciato della ferrovia che rischia di violare i Sogni, i Totem - invisibili agli occhi di un europeo - che, come briciole, gli Antenati hanno lasciato dietro di sé nel loro viaggio attraverso il paese. Le Piste dei Sogni, le Vie dei Canti segnano la superficie del continente australiano come una ragnatela fittissima che impedisce, a chi la sa vedere e ascoltare, di perdersi. Guidato da un russo emigrato che difende i diritti dei locali e dalle letture frammentarie e disordinate di una vita (dalla Bibbia a Lorenz, da Erodoto a Sun Tzu, da Blake ai Sumeri, tutte nei famosi taccuini?) Chatwin tesse un elogio formidabile e struggente del nomadismo, cifra autentica dell'umanità sin dagli albori. "La vita è un ponte, attraversalo, ma non costruirvi alcuna casa", recita un proverbio indiano: è tutto riassunto qui, nel modo antitetico di considerare la casa - per gli occidentali un autentico capitale di stabilità, per gli indiani un ulteriore impedimento al raggiungimento dell'identità con l'Anima universale - l'autentico peccato originale, quello dell'oblìo dell'originaria dimensione umana, "la febbre di andare" che ci rende tutti, nell'intimo, degli irridemibili inquieti. Se scrivere un libro nomade sembra apparentemente impossibile, Chatwin c'è riuscito alla perfezione.

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    corra

    22/10/2010 18.04.56

    gran bel libro, mi aspettavo una sorta di diario on the road di un viaggio ed ho trovato un trattato sull'uomo e la natura. In fondo è così, si parte per un viaggio con magari una meta e non si sa poi dove si finisce.

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    Giuseppe

    18/11/2008 09.53.47

    Bello...il racconto di un viaggio...

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    Maurizio Baldini

    09/01/2008 19.13.16

    E' un testo fondamentale per la comprensione della nostra storia sul pianeta Terra. La scelta tra il nomadismo di Abele pastore o la sedentarietà di Caino agricoltore ci riguarda ancora. Siamo moderni viaggiatori per turismo per vincere la noia della nostra sedentarietà. Siamo migranti alla ricerca di una vita migliore come nomadi in continuo movimento alla ricerca di acqua e di cibo. Siamo sedentari chiusi nei nostri uffici riscaldati, negli appartamenti con le porte blindate. E' un invito a viaggiare per conoscere gli altri, i diversi. E' un invito a viaggiare a piedi come antiche tribù.

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    gianluca

    21/07/2007 21.42.24

    Se non si incuriositi dall'australia credo che a tratti il libro sia un po' pesante. Sinceramente non ne ho colto tutta questa poesia, anche se i temi trattati sono affascinanti.

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    Adriano

    01/09/2006 20.02.05

    Un bel libro da viaggio e "di viaggi", consigliato a chi vuole conoscere l'Australia.

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    allorenzon

    03/06/2006 13.52.13

    Ho provato a leggerlo tanto tempo fa e non sono riuscito ad andare oltre la 15esima pagina,una noia mortale.L'altro giorno l'ho ripreso in mano;questa volta mi sono fermato alla quinta pagina.Mi sono informato presso altre persone molto, piu' colte ed intelligenti di me,ed il loro risultato è pari al mio. Da non leggere!!!!

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    Zeruhur

    09/04/2006 19.05.14

    Chatwin alla ricerca della natura umana. Così sintetizzerei “Le vie dei canti”. Una natura che secondo l’autore è nomade: la sedentarietà mderna è solo una prigione cui l’uomo cerca di sottrarsi. All’inizio lo scopo del libro non risulta evidente. Salta all’occhio certamente la sua natura di diario, di resoconto di viaggio. In questo senso ritroviamo il solito Chatwin: una narrazione legata a persone e fatti e non a luoghi e paesaggi. Alla ricerca delle Vie dei Canti, mitici racconti della creazione degli aborigeni australiani, Chatwin cerca la conferma della natura nomade dell’uomo. Ma è solo oltre la metà del libro che questo scopo risulta finalmente evidente, quando l’autore ci presenta estratti dei suoi famosi moleskine tutti volti a ricercare le ragioni del nomadismo, attraverso riflessioni sui testi sacri, sulle abitudini dell’uomo e sui suoi stessi viaggi. Chi voglia avvicinarsi a questo testo quindi deve farlo nel modo corretto: non si troverà un racconto di viaggio sull’Australia ma un’intesa e, a parere di chi scrive, meravigliosa trattazione su ciò che ci spinge a esplorare, conoscere, viaggiare.

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    benedetto

    09/02/2006 18.45.36

    Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin analizza a fondo e suggerisce una filosofia di vita che si traduce nell'immagine e nella necessità del viaggio continuo, dello spostamento, del nomadismo, di tutto ciò che è "ambulazione", corrente, vita. L'impellente urgenza del movimento come riscoperta di un'intima natura ormai soffocata dal "possesso" e cioè dalla prevalenza dell'"avere" sull'"essere" serpeggia ovunque nella filosofia chatwiniana: riscoperta del Sè - per cancellare quelle "origines de l'inegalitè" tanto censurate da Rousseau - che, parte di un tutto in moto perpetuo, anche se fermo, non può che muoversi e continuare a muoversi; suggerimento propositivo per preservare l'essenza del Sè, minacciato dalla comodità della "tenda evangelica" negata dal Cristo a Pietro sulla vetta della montagna; Sè contrapposto alle false infrastrutture dell'io; Sè come dimensione creativa che parte dal nome, dal canto e dalla danza; Sè con la terra e per la terra; Sè nel corpo e per il corpo; Sè: come il canguro, innocente...eppur ucciso dall'io dell'uomo, oltre il suo Sè. Chatwin cerca il proprio Sè: il silenzio, l'osservazione limpida e oggettiva, la laconicità e la pulizia della parola,l'arsura del pensiero sono i sintomi di tale ricerca, le pietre miliari di un cammino che permea da millenni culture "lontane" dai "valori" a noi cari. Spunti di riflessione per riorganizzare la creazione del nostro rinnovato Io...del nostro Sè.

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    Paolo Zuliani

    22/11/2004 18.39.24

    Francamente un libro stupendo. Pensavo che Chatwin avesse dato il massimo con il superclassico "In Patagonia", ma la sua capacità di essere acutissimo viaggiatore, quasi pellegrino su questa terra, raggiunge in questo libro livelli molto alti. Non uno scrittore randagio, clochard delle periferie di questa nostra sofferta modernità, ma un nomade della letteratura, vocato a soddisfare i brivi irrequieti dell'anima scavalcando orizzonti infiniti. Splendidi i contenuti dei suoi mitici moleskine!

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    joesimpson

    06/10/2004 14.35.21

    Bello. Ho iniziato a leggerlo prima di partire e l'ho terminato durante il mio viaggio in australia. Ti rendi conto del messaggio di chatwin vedendo di persona gli aborigeni e come li abbiamo conciati. Probabilmente anche l'autore è stato più ispirato che in altri viaggi

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    ele65

    26/08/2004 08.23.59

    Uno dei piu' bei libri mai letti.

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    Paolo

    03/05/2004 17.09.38

    Libro molto bello ed interessante. Offre molti spunti per la riflessione. Immancabile nella libreria di chiunque voglia definirsi persona di cultura.

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    vanni

    07/01/2003 18.05.56

    Ovvero, IL libro di viaggio per eccellenza. Fondamentale.

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    gianpaolo bortolin

    06/06/2002 11.29.27

    L'uomo è nato nomade ed il piacere è un movimento lento. Questo libro dovrebbe essere letto da molti architetti che hanno e stanno distruggendo territori. Basta piantare un picchetto o una palina per cambiare tutto il paesaggio e per far perdere la via. Questo libro ci fa capire l'abuso del termine natura. Buon viaggio.

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    Roberto

    31/01/2002 09.27.05

    Che bello leggere un lavoro letterario così totalmente svincolato dai canoni imposti dalle schematizzazioni mentali ed intellettuali del nostro tempo! Le vie dei canti, in australia, sono tracciate nella terra e nei cuori, nel mondo reale e nello spirito di chi ci vive. Osserviamo con attenzione l'esempio dei nostri avi, probabilmente possiamo imparare qualcosa.

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