Categorie

Lino Miccichè

Editore: Marsilio
Collana: Biblioteca
Edizione: 3
Anno edizione: 2006
Pagine: 257 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788831768566

(recensione pubblicata per l'edizione del 1990)

recensione di Rondolino, G., L'Indice 1991, n. 1

La letteratura critica su Luchino Visconti si è andata arricchendo in questi ultimi anni di vari contributi, italiani e stranieri, spesso di valore, a volte soltanto ripetitivi ovvero semplicemente riassuntivi, ma in ogni caso rivolti a riportare sull'opera complessa e multiforme del regista italiano quell'interesse e quell'attenzione che ebbe negli anni cinquanta e sessanta. E se pure il cinema contemporaneo, e di conseguenza la critica odierna e il gusto del pubblico, paiono orientati entro un differente orizzonte di proposte e di risultati, un diverso modello di spettacolarizzazione schermica e di rapporti fra l'immagine filmica e la realtà fenomenica, non v'è dubbio che il cinema di Visconti possa ancora riscuotere non soltanto successo popolare, ma anche interesse critico, suscitando magari nuovi approcci ermeneutici.
È il caso del libro di Lino Micciché, che l'autore presenta come il primo di un trittico di studi viscontiani, cui dovrebbero far seguito un volume che prende in esame i film compresi fra "Senso" e "I1 lavoro" e un secondo fra "I1 gattopardo" e "L'innocente". Un lavoro di analisi e di sistemazione critica che avrebbe la pretesa di giungere a risultati per molti aspetti definitivi e onnicomprensivi almeno a riguardo dell'opera filmica di Visconti (tralasciando quindi, volutamente, quella teatrale) frutto, a quanto appare, di una serie di corsi universitari, la cui struttura "accademica" ha lasciato una traccia evidente nella stesura del testo.
Il libro, in questo senso, ha i pregi ma forse anche i limiti di un'ampia e articolata dispensa universitaria. Da un lato sono relegati in nota o ai margini tutti i dati relativi alla biografia dell'autore e ai singoli processi di produzione dei film (con alcune osservazioni personali che non sempre sono convincenti, come quella relativa alla presenza di Visconti a Parigi nel 1939 che dà origine a due note, la 10 e la 81 del capitolo dedicato a "Ossessione", in parziale contraddizione) dall'altro c'è un'insistenza persino eccessiva sull'analisi linguistica dei film, sezionati sequenza per sequenza, inquadratura per inquadratura, con puntuali riscontri sull'uso della cinecamera, dei tagli di montaggio, delle dissolvenze ecc. Un'insistenza che, ovviamente, costituisce la ragion d'essere del libro, il suo valore ermeneutico notevole, ma al tempo stesso ne rende un po' ostica la lettura e rischia di disperdere il discorso critico complessivo in una serie di rivoli preziosissimi ma tendenti a inaridirsi.
Cosicché persino il titolo "Visconti e il neorealismo" non rende esattamente il contenuto del libro, che è e vuole essere, all'interno del progetto "panviscontiano" di Micciché, come egli stesso lo definisce un po' pomposamente (cfr. p. 10), la prima tappa di un percorso analitico che punta a "vivisezionare" ogni film, da "Ossessione" a "L'innocente", per metterne in luce tutte le componenti linguistiche e da queste ricavarne interpretazioni e osservazioni. Per questo egli parte da un"'ipotesi metodologica, che a sua volta si fonda su un doppio convincimento", uno dei quali è che l'opera di Visconti "richieda approcci differenziati, letture che privilegino di volta in volta distinti punti di attenzione, analisi che focalizzino, tramite ottiche diverse, angolazioni differenti". Un'operazione indubbiamente meritoria che tuttavia lascia un po' in disparte proprio quel rapporto conflittuale fra Visconti e il neorealismo che dà il titolo al libro e che Micciché analizza solo implicitamente o marginalmente pur avendolo ben presente.
Nell'ambito di questa serie di problemi interpretativi il capitolo dedicato a "Bellissima" è, o avrebbe potuto essere, il più interessante, per quella proposta di considerare il film come una rilettura interna del neorealismo e un suo superamento "parodico"; proposta che offre non pochi spunti per un approfondimento non soltanto dei rapporti fra Visconti e il neorealismo - siamo nel 1951 -, ma anche della natura stessa del neorealismo come "modello formale". Purtroppo questo capitolo è il più esile del libro e offre soltanto spunti, non del tutto suffragati da analisi particolareggiate del testo filmico, che avrebbero potuto essere approfonditi, anche per legare maggiormente "Bellissima" ai film precedenti, alla luce di quel "distacco" dal neorealismo, o meglio di quella estraneità di Visconti dal cosiddetto movimento neorealistico, che è una delle tesi del libro di Micciché.
Il quale, quando invece entra nel tessuto drammaturgico di "Ossessione" e di "La Terra trema" e nelle loro varie articolazioni linguistiche, offre una serie di analisi testuali che - al di là del loro carattere, come si è detto, "accademico" - costituiscono indubbiamente uno dei più seri tentativi di uscire dal generico discorso onnicomprensivo e catalogatorio per entrare nei "testi", smontandone e rimontandone i meccanismi semantici, in modo da farli "parlare" sia entro l'universo contenutistico e formale del cinema di Visconti sia in rapporto al contesto politico e sociale. Una ricerca, quella di Micciché, che si apre su nuove prospettive ermeneutiche proprio perché mette in relazione le singole parti dei film - inquadrature, sequenze, movimenti di macchina, stacchi e dissolvenze - con la struttura narrativa e drammaturgica, con le storie e i personaggi, i dialoghi e le azioni, gli ambienti e i luoghi.
Ne vien fuori un quadro estremamente articolato e profondo, in cui, ad esempio, le relazioni fra il testo di "Ossessione" e il romanzo di Cain da cui è liberamente tratto, o fra il testo di "La Terra trema" e "I Malavoglia" di Verga, acquistano nuovi significati e nuove prospettive interpretative, ben al di là delle generiche osservazioni dei precedenti interpreti e analisti. In particolare appare di grande interesse, e persino suggestiva, la ricerca delle affinità linguistiche fra Verga e Visconti, lo studio dell'uso in Verga di quelle che Micciché chiama le "dissolvenze incrociate letterarie" e la loro comparazione con le dissolvenze incrociate in Visconti. Così come risulta utile, con conseguenze critiche tutt'altro che trascurabili (di qui la polemica di Micciché con buona parte della critica precedente), l'analisi che egli fa della durata delle singole inquadrature e della composizione delle sequenze, individuando i modi autentici e le forme del "ritmo lento" di "La Terra trema".
Gli esempi potrebbero continuare, tali e tanti essendo gli stimoli che il libro offre. Un libro che, anziché chiudere il discorso ermeneutico sul primo Visconti - come forse era nelle intenzioni dell'autore -, in realtà lo riapre, sia perché ci offre l'opportunità di rileggere l'opera viscontiana diversamente da prima, sia perché le osservazioni di Micciché, intelligenti e acute come sono, non esauriscono il campo, anzi invitano ad ararlo nuovamente, magari scavando più a fondo proprio in quei solchi che l'autore ha per primo aperti.