La vita chiara - Maria Grazia Calandrone - copertina
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La vita chiara Maria Grazia Calandrone
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Descrizione

I quattro elementi della natura sono le quattro sezioni di un libro che adegua la parola poetica all'acqua, al fuoco, alla terra e infine all'aria. Maria Grazia Calandrone vuole comunicare attraverso gli elementi stessi della natura: nella sezione Acqua si accampano Persefone e la pittura di Piero della Francesca; in Fuoco le variazioni d'amore del grande mistico persiano Hafez e alcune invocazioni di Maria; sulla Terra passano schegge di vera storia umana (Guernica, Marzabotto, leggende gotiche di vampiri e del sud Italia), mentre l'Aria chiude il libro con le estasi frantumate di Teresa d'Avila che rivolge la sua follia amorosa prima a Giovanni della Croce poi a Dio e il volume si solleva nel poemetto finale sul sorriso ironico e leggero di Chopin, descritto dall'autrice per la voce di Sonia Bergamasco.
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2011
13 giugno 2011
97 p., Brossura
9788875801557

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alida airaghi
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Una poesia che da subito si offre magmatica, densa, scavata, lontana da qualsiasi leggerezza o ironia. Di non facile e immediata decifrazione, anche se non ermetica; vibrante di un'ansia controllata, tesa in un dolore reso esplicito da immagini violente, da ricorrenti motivi di accesa aggressività, di sconvolgente sopraffazione. Il volume è diviso in quattro sezioni dedicate agli elementi empedoclei, e tutti individuati nella loro sovrumana forza distruttiva, impetuosa. Così per l'acqua il simbolo prescelto è ovviamente il mare, vissuto soprattutto come minaccia nei suoi insondabili abissi o sulla superficie popolata da presenze animali e vegetali specificate con una precisa terminologia biologica, chimica, climatologica. Il fuoco, poi, è cenere e vento, distruzione e annientamento in una sezione in cui la natura non è mai sollievo o consolazione ("il gelsomino/colma di fango tenebroso/le corolle", "i sassi/trasportati dai vermi/nella bocca). Il capitolo più corposo del volume è dedicato alla terra, alla concretezza della storia che invade e violenta la vita dei singoli, distorcendone i percorsi esistenziali, distribuendo macerie e lutti: immagini forti che dipingono scenari ancora una volta drammatici, da declamare con un alto senso della denuncia civile. Lo stile si adegua ai contenuti, ignorando provocatoriamente qualsiasi collaudata tradizione letteraria: quindi versi lunghi o lungissimi, alternati a quinari incisivi e asseverativi, con frequentissimi enjambements, spezzature, interruzioni, ripetizioni, privi di rime o assonanze, indifferenti a ogni rigidità metrica. Una scrittura personalissima che non conosce tregue o cedimenti, imperativa, forte; nemmeno la sezione finale, dedicata all'aria, si addolcisce in una volatile o delicata armonia, ma rimane concretamente realistica anche nel tratteggiare due personaggi simbolo di spiritualità e sensibilità: Teresa d'Avila e Chopin.

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  Il nuovo libro di poesia di Maria Grazia Calandrone si modula, nelle quattro sezioni, sugli elementi fondamentali della tradizione, sia occidentale che orientale: acqua, fuoco, terra, aria. Più che giustapposti, fusi come nella cosmologia di un Empedocle, straripando al di là delle rispettive sezioni e ritrovandosi mescolati anche in un unico testo che già nel titolo, Un vagito nel vapore acqueo, ci porta al primordiale umidore della nascita: "Io pronuncio il tuo nome dall'alto / della picca di un campanile affinché tu ti arrampichi / lentamente, trascini in alto i segni della terra e sulla terra / cada. Io muovo / mani nell'acqua affinché il fiume freddo del tuo cuore si disperda / come una bianca fuga di animali tra le strisce dell'erba / affinché il bianco rogo del tuo cuore non dissecchi il mio cuore – affinché non t'invochi" (nella sezione Terra). Per il filosofo agrigentino la sede dell'anima era il sangue, che fondeva in sé i quattro elementi, e corpo e sangue sono qui centrali: l'anima viene sì messa a nudo, ma attraverso il corpo, come ci dà conto già il testo d'apertura: "Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come il mio petto sia un campo aperto…" . Nella sezione Acqua si dispiega "il canto della specie", dall'emersione della vita stessa dalla sostanza prima del più antico dei filosofi, Talete: "Capovolgersi / in acqua per toccare il terreno e spuntare / ancora due o tre volte in superficie facendo / dei movimenti anfibi, assumendo il colore / artico, mercuriale degli anfibi – la posa / dello zero", scrive Calandrone. In questa vicenda, in cui è tutto "Un transitare e un perdere / creature marine / abbandonate al fango" (dove il lemma "fango" ci riporta anche alla tradizione biblica), siamo precipitati sempre più in un laboratorio primordiale, in "Un aroma di acidi e di corteccia", dove il biologico si dissolve nel chimico nella raffigurazione di paesaggi apocalittici: "Colonne combustibili nei canyon sottomarini – colonne / di individui fluttuanti salgono per il cibo di superficie in sfere / di ottone mercuriale / e l'albatro cammina / sull'olio plumbeo dell'acqua, le orche deglutiscono boccate / d'acqua e sciami di alici nelle forme / di calamita e anelli scardinati, pulviscolo / di lische, il diorama del fondo degli oceani e oro in movimento e cuori insanguinati alla luce (…) corruzione di cosa / in aria e terreno / tu che passi attraverso / la tua resurrezione". Anche qui una trasmutazione di elementi (in un verso che si tende fino alla prosa, come spesso nel libro) che attraverso il connubio di "corruzione/resurrezione" segna, brunianamente, un ciclo continuo di vita/morte/vita. Ed è l'igneo, eracliteo elemento della seconda sezione (ed Eraclito è anche il filosofo dell'unione dei contrari) a presentarci il mezzo naturale della purificazione: "Vengo ad attraversare il mio dolore / davanti a te: sono quella / che passa nel fuoco…". In un'atmosfera mediorientale, nella quale l'autrice gioca anche con i versi del mistico persiano Hafez, sembra che il fuoco suggerisca grazia e levità, pur nel capolino che fa il peccato, alla poesia (rispetto al precedente gravame della materia tra organico e inorganico), poesia che recupera temi d'amore in un'ebbrezza dionisiaca: "Forse il vino ci mette / come l'amore / nella incondizionata dimenticanza di noi…". Una dimenticanza invece impossibile nella terza, tellurica sezione, dove la poesia riprende frammenti di storia: "I sepolti / sopra la terra, se avranno pietà di noi sembreranno caduti / in un sonno privo di giudizio / come un enorme pasto / di carne umana, sembreranno mischiare con una smarrita / rassegnazione – carne / – sguardi / al fango fumigante di Guernica"; macro e microstoria s'intrecciano nel ricordo del padre che partecipò alla guerra civile spagnola. Alla pesantezza tragica della storia corrisponde di nuovo un'innalzarsi dello sguardo, nell'ultima sezione, questa volta attraverso le estasi di Teresa d'Avila, tesa tra terra e cielo: "il mio corpo / è la parte bassa del cielo (…) fai che la bocca affiori dal cielo / e dalla bocca fai passare il cielo". Nel "cedimento" di Teresa si ricompone l'eterna ciclicità dei quattro elementi, con un ritorno all'origine dei tempi – e del libro: "le mie ossa / non provano dolore / i minerali di cui siamo composti tornano all'acqua". Una poesia complessa, nella quale fondamentale è la lingua adoperata. i giochi frequenti sull'impasto sonoro delle parole e l'uso altrettanto frequente dell'enjambement danno conto di una scrittura che gareggia con i contrasti e li recupera. Lo stesso enjambement in fondo è troncamento dell'ovvio e ricucitura dell'inconsueto. La poetessa, in modo avvertito, scrive, sembrando riflettere sul suo stesso scrivere, di "oggetti ammucchiati sull'argine della lingua / blu che non ripete le azioni ma forma legamenti di cose taciute". Enzo Rega

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Conosci l'autore

Maria Grazia Calandrone

1964, Milano

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice Rai, scrive per «Corriere della Sera» e tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Ha pubblicato numerosi libri di poesia tra cui: La scimmia randagia (Crocetti 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier 2005), La macchina responsabile (Crocetti 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle 2010), La vita chiara (transeuropa 2011), Serie fossile (Crocetti 2015 – premi Marazza e Tassoni, rosa Viareggio), Gli Scomparsi (pordenonelegge 2016 – premio Dessì), Il bene morale (Crocetti 2017 – premi Europa e Trivio), Giardino...

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