Curatore: E. Castellani
Editore: Einaudi
Edizione: 6
Anno edizione: 1971
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 150 p.
  • EAN: 9788806062965

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Letteratura teatrale

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Recensioni dei clienti

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    Martina

    16/11/2018 17:18:06

    La biografia di uno dei più grandi uomini della storia della scienza, Galileo Galilei, raccontata con un ritmo incalzante in modo da tenere sempre viva l'attenzione del lettore. L'autore è capace di farci rivivere emozione dopo emozione gli avvenimenti salienti della vita di Galileo descrivendo il tutto in modo magistrale.

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    Valentina

    03/11/2018 15:16:50

    La lettura di quest'opera dovrebbe essere obbligatoria nelle scuole: Brecht, attraverso la vicenda di Galileo, mette bene in luce il rapporto tra intellettuale e istituzioni, tra libertà di pensiero e tirannia, tema sempre attuale. Galileo non viene ritratto come eroico scienziato rivoluzionario, ma come un uomo capace di vedere ben oltre i dogmi della propria epoca, consapevole del proprio valore, ma non del tutto immune alla fragilità, all'incertezza e alla paura.

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    Giliberta

    19/09/2018 18:29:05

    Leben des Galilei è un’opera teatrale scritta da Bertolt Brecht pubblicato per la prima volta tra il 1938 e il 1939, incentrata sulla vita dello scienziato Galileo Galilei, in particolare sulle sue ricerche scientifiche e sugli sforzi per rendere pubbliche le sue scoperte. Ma una società basata principalmente sulla fede in Dio e nella chiesa non si permetteva che fossero divulgate informazioni che potessero mettere in discussioni ciò che era stato precedentemente accettato e divulgato dalla stessa. Lo spettatore assiste dall’inizio del dramma a una lenta regressione del pensiero di Galileo che, se all’inizio è una persona convinta delle sue ricerche, ma soprattutto convinta che la ragione umana possa prevalere sull’ignoranza e sulla fede cieca, alla fine dovrà a malincuore constatare che maggior parte delle persone pur di non devastare l’universo tranquillo in cui vive e rimanere dunque al “sicuro” preferisce chiudere gli occhi davanti alla verità. Ci si accorgerà poi che questo processo è inevitabilmente alimentato da chi detiene il potere e ha troppo paura di perderlo davanti a qualsiasi rivelazione che potrebbe cambiare la realtà a cui si è abituati a credere. E chi lo detiene ha ripetuto così tante volte queste bugie, che ha finito per crederci egli stesso, pur riconoscendo inizialmente il vero stato delle cose. È un circolo vizioso che purtroppo porta sempre e comunque alla vittoria del prepotente sulla verità. Ancora una volta Brecht con il suo teatro ci dimostra che a nulla valgono le emozioni e sentimenti, perché questi non riusciranno mai a far cambiare l’uomo e il mondo in cui viviamo. In particolare la vicenda di Galileo si ambienta bene negli anni in cui l’opera è stata scritta dal drammaturgo tedesco.

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    Luca Aquadro

    27/08/2018 19:43:27

    Recensire un libro come "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht è un'operazione di certo inutile e sicuramente arrogante. Inutile perché il titolo stesso è già un buon sunto della trama; arrogante perché di fronte a uno dei grandi classici del Novecento e non solo, quale lettore avrebbe le caratteristiche necessarie per dirne qualcosa di buono oltre a quanto già è stato detto? Ne consegue che stavolta mi asterrò da ogni opinione personale e mi limiterò a una piccola antologia di citazioni dal libro stesso, consigliandone a tutti la lettura. "Per duemil'anni l'umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. Papa, cardinali, principi, scienziati, condottieri, mercanti, pescivendole e scolaretti: tutti erano convinti di starsene immobili dentro questa calotta di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo fuori, Andrea: e ci attende un grande viaggio. Perché l'evo antico è finito e siamo nella nuova era." (p. 18) "Io credo nell'uomo, e questo vuol dire che credo alla sua ragione! Se non avessi questa fede, la mattina non mi sentirei la forza di levarmi dal letto." (p. 42) "La verità è figlia del tempo e non dell'autorità. La nostra ignoranza è infinita: diminuiamola almeno di un millimetro cubo! Perché voler essere adesso tanto intelligenti, se potremo alla fine essere un pochino, un nonnulla meno sciocchi?" (p. 56) "Io, Galileo Galilei (...) pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove, e che la terra non è il centro del mondo e si muove." (p. 114) "Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell'esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l'uomo." (p. 125) "Ne sappiamo troppo poco, Giuseppe, troppo poco. Davvero: siamo appena al principio." (p. 131)

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    Ivano

    03/03/2017 22:12:43

    Non ho voglia di scrivere poemi, per cui semplifico: uno splendido testo teatrale sulla figura di Galileo e sul ruolo della scienza. Leggetelo -leggetelo!- e ve lo ricorderete per sempre. Citando le parole di Galileo dette in questo libro "Sventurato il mondo che ha bisogno di eroi".

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    Cristiano Cant

    16/08/2015 22:43:44

    Se la verità non occupa il binario di coda vive o come una cartaccia che presto verrà gettata dal finestrino o come una povera clandestina senza biglietto costretta a scendere alla prima stazione. Perchè la verità esiste, ma gli uomini vogliono il falso, vogliono il male, scelgono l'accomodante maschera posticcia che nasconde alla buona le pustole palesi di sotto, le proprie colpe grandi come castelli, ed è il racconto del metterla a tacere che la affonda o tenta di affondarla, e il tutto perchè in fondo si è incapaci di comprenderne la portata, l'avvento, la grandezza. Non so pensare ad altra immagine di fronte a questo testo mirabile, storia di un conflitto fra visione dirompente e rigido assioma, conquista rivoluzionaria e ostilità conservatrice. L'abiura cos'è del resto se non il cedere di un uomo che è nel giusto alle nerbate della chiusura mentale? Brecht disegna un Galileo perfetto, uomo prima che scienziato, in un gioco di tormenti e ammissioni che alla fine scompaginano, con voce di magnifico teatro, la tela impeccabile delle questioni sul tavolo. La fragilità che accetta il credo del potere non è codardia o piglio diminuito, ma la mossa di un lungo movimento di azioni e parole che il tempo saprà poi cullare sui suoi rami durevoli dandogli fioritura di verità, appunto. E infatti è quello che è successo. Sventurato il teatro che fa a meno di Brecht.

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    Edson

    23/01/2015 00:57:58

    La figura di Galileo, uno dei creatori della scienza moderna, fa il più vivo contrasto con lo sfondo autoritario e repressivo della società in cui visse. Sull'Italia della seconda metà del Cinquecento è sceso il buio di una condizione generale di uniformitè e di silenzio, aggravata dal dominio straniero, dai governi assolutistici e dal regime inquisitorio della Controriforma. Galileo rappresenta, per tradizione, il simbolo dello scienziato combattuto da chi detiene il potere culturale e politico e valuta ogni nuova scoperta innanzitutto come una minaccia per l'ordine esistente. Ma Bertold Brecht va oltre una contrapposizione troppo facile tra la scienza intesa come verità ed eroismo e il potere inteso come pura oppressione. Togliendo a Galileo l'aureola del martire ("sventurata quella nazione che ha bisogno di eroi"), ne fa si una vittima dei suoi persecutori, ma anche delle sue incertezze e dei suoi cedimenti di uomo. Ne fa una figura reale, calata in luoghi e tempi reali, a contatto con le situazioni e le istituzioni che non potevano apparire a Galileo nella stessa prospettiva semplificata in cui le vediamo oggi. Ma proprio grazie a questo modo di rappresentare il dramma di Galileo, e non formulando una morale esplicita, ma lasciando al lettore la "calma libertà" per riflettervi, Bertold Brecht approfondisce il tema del repporto tra scienza e politica, tra verità e potere, assai più che se lo avesse idealizzato e stilizzato astrattamente. Questo rapporto, suggerisce l'autore, va visto nel concreto delle lotte sempre complesse, talora contraddittorie, che si combattono all'interno di ogno società, tra uomini e tra classi; e la scienza non è buona per se stessa, ma lo diventa proprio nella misura in cui rinuncia alla pretesa di non avere alcun rapporto col sostrato ideologico da cui nasce e col mondo della pratica con cui interagisce.

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