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Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 462 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806218812
Usato su Libraccio.it € 7,56


"La storia di una famiglia senza storia è la sua leggenda. La leggenda che di generazione in generazione si arricchisce di particolari, nomi, episodi. La leggenda tramandata nella distratta indifferenza dell'infanzia - poi ritrovata troppo tardi, quando nessuno può rispondere alle domande più semplici, necessarie e assillanti, quelle di sempre - chi sei, da dove vieni, di quale destino sei l'ultimo anello".

All'inizio del '900 due bambini, Vita e Diamante, sbarcano a New York da un transatlantico di emigranti che li ha tolti da un'esistenza miserabile in un paesino del Casertano per gettarli in un'esperienza altrettanto miserabile ma ancora più pericolosa e disperante nel ghetto italiano di Downtown, dove l'unica a prosperare è la famigerata Mano Nera. I due ragazzini sviluppano fra loro un fortissimo legame, un'ancora di speranza per un futuro migliore insieme, che si promettono di realizzare nonostante le mille peripezie che li divideranno; ma il tempo e la lontananza distruggeranno ogni illusione di felicità. Dopo dieci anni, Diamante rimpatria da solo, segnato da una malattia debilitante e da un intimo rancore che velerà di tetraggine tutto il resto della sua vita e anche la famiglia che da lui discenderà. Vita, che restando in America finalmente arriva all'agiatezza, dopo la seconda Guerra Mondiale tornerà in Italia per cercare Diamante e con lui ricostruire i suoi sogni, ma sulle macerie del cuore non allignerà che la delusione.

Il cognome di Diamante è Mazzucco: il romanzo della sua vita è ricreato, sulla scorta soltanto di pochi documenti e reticenti ricordi familiari, da sua nipote, Melania G. Mazzucco, che dopo il premiatissimo Lei così amata, dedicato alla "bella e dannata" Annemarie Schwarzenbach, conferma la sua maestria nel portare allo scoperto i livelli più nascosti e sfumati di storie vere, rivissute con concentrata partecipazione, attraverso un arsenale letterario vigoroso e intelligente.

Senza seguire l'ordine cronologico delle vicende, ma alternando epoche e scenari secondo l'onda dei ricordi e gli spunti della propria attività di ricerca, l'autrice stessa è tra i protagonisti di questa storia familiare, Vita, che attraversa il secolo e i continenti riportando a galla le dolorose cicatrici del nostro popolo di emigranti. Il titolo del romanzo non a caso privilegia, invece del nonno, la donna amata irragionevolmente perduta, che aleggia più come immagine della fantasia che della memoria, e il cui nome sembra raggiungere, alla fine, un valore metaforico.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

I miei luoghi deserti

Questo luogo non è più un luogo, questo paesaggio non è più un paesaggio. Non c'è più un filo d'erba, non una spiga, un arbusto, una siepe di fichi d'India. Il capitano cerca con lo sguardo i limoni e gli aranci di cui gli parlava Vita — ma non vede neanche un albero. Tutto è bruciato. Incespica di continuo nelle buche delle granate, lo avviluppano cespugli di filo spinato. Ecco, qui dovrebbe esserci il pozzo — ma i pozzi sono avvelenati da quando ci hanno gettato dentro i cadaveri dei fucilieri scozzesi, caduti durante il primo assalto alla collina. O forse erano i tedeschi. O i civili. C'è odore di cenere, di petrolio, di morte. Non deve distrarsi, perché la strada è disseminata di bombe inesplose. Sono qui, panciute al centro della strada, come carogne. Dozzine di caricatori vuoti, fucili inservibili. Bazooka arrugginiti, tubi da stufa da 88 millimetri abbandonati da tempo e già coperti di ortiche. Asini morti, gonfi d'aria come palloni. Grappoli di proiettili come sterco di capra. Ossa scarnificate che affiorano dal terriccio. Il capitano si copre la bocca col fazzoletto. Non era questo — mio Dio, non era questo.
La strada per Tufo è ingombra di veicoli incendiati. Motociclette camion automobili. Sportelli nei quali le pallottole hanno aperto decine di occhi, ruote ridotte a ferraglia. Gli si parano davanti colline di rottami. Avvicinandosi, realizza che si tratta di carri armati. Li oltrepassa con un senso di timore, come fossero il monumento di una disfatta. Non sa se sono i Churchill che hanno perso a gennaio, o i Tiger che hanno perso i tedeschi quando hanno abbandonato il paese la prima volta. Scavalca l'ala di un aereo — intatta, recisa di netto, con il marchio della Luftwaffe ancora visibile. La cabina è esplosa nel vallone. Vede un albero. È il primo — o l'ultimo. Affretta il passo, i suoi soldati arrancano, fa caldo, il sole è già alto, che ti è preso, capitano? take it easy. È un olivo — completamente incenerito, nero come l'inchiostro. Quando lo tocca, gli si sbriciola tra le dita. C'è un tale polverone che, nonostante i Ray-ban, gli lacrimano gli occhi, O forse è fumo. Le pietre fumano ancora. Lo impressionano più di qualunque altra cosa abbia visto finora. Non è in grado di controllare la fuga dei pensieri. A un tratto ha la sensazione di essere giunto nel luogo a lui destinato.
Sulla salita gli viene incontro un vecchio macilento. Ha i capelli duri di polvere e lo sguardo vitreo. Lo oltrepassa, come se lui fosse un fantasma. Come se non fosse qui. Il capitano sta sudando nella divisa. Si deterge la fronte col palmo della mano. I suoi soldati rallentano, scherzano. Sono giovani, arrivati da poco per riempire i vuoti del Fronte sud. Ma lui sa perché si trova qui, e sa di essere in ritardo. Sarebbe dovuto venire prima, avrebbe dovuto. Ma le immagini frammentarie e involontarie di ricordi non suoi che lo assalivano di tanto in tanto avevano qualcosa di molesto — come il residuo di un sogno. Rimandavano a una terra perduta e incomprensibile, popolata di individui dai volti alieni e remoti, e la paura di trovare conferma di questa estraneità lo ha tenuto lontano. Comunque, alla fine è venuto. In altri paesi sono entrati a cavallo dei carri armati — tra gli applausi. Ma qui vengono a piedi, perché la strada è interrotta. Ha le tasche piene di doni. E ha vergogna di portare doni. Viene con la polvere la distruzione e il clamore. Dal fumo che si dirada, emerge una parete di pietra. Dunque, questo era il punto. Questa la prima casa del villaggio. Ma non è più una casa — dietro la parete c'è uno strapiombo. La casa se n'è andata giù a gennaio — borbotta il vecchio. Almeno, il capitano crede che gli abbia detto così, perché non lo capisce. Il vecchio esamina la sua divisa — i gradi sulle spalline. Ha solo ventiquattro anni, ed è già capitano. Ma il vecchio non si lascia impressionare. Quando gli porge un pacchetto di Lucky strike, il vecchio si rincantuccia nelle spalle, tira dritto e sparisce dietro un mucchio di cocci. È quello, suo nonno?
È arrivato troppo tardi. Il paese non esiste più. Il suo paese? Quello di Vita? Il paese di chi? Questo luogo che non è un luogo non è niente per lui. È nato lontano — su un altro pianeta, e gli sembra di camminare a ritroso nel tempo. L'unica strada che attraversava Tufo, tagliata trasversalmente da vicoli stretti che da un lato precipitavano nel vallone e dall'altro s'arrampicavano sulla collina, è ormai un canyon fra due pareti di macerie, oppresso da un tanfo atroce di cadavere. E questo l'odore del passato? O quello dei limoni che lei ricorda ancora? "Le bombe, le bombe", ripete una vecchia svanita, rannicchiata su una seggiola di paglia davanti a quella che era forse la sua casa. Sferruzza. La sua casa è una porta sospesa sul niente. Ombre impolverate si aggirano fra le rovine, non sanno chi siano loro e non vogliono saperlo. Hanno paura che neanche stavolta durerà. Non sanno se sono venuti a liberarli o a seppellirli definitivamente. Sono tutti vecchi, qui. Dove sono andati i bambini che ruzzavano nei vichi? "Dov'è via San Leonardo?" chiede alla vecchia, sforzandosi di riesumare quel po' di lingua che condividono. "Figlio mio", gli risponde lei, con un sorriso sdentato, "è questa."

Recensioni dei clienti

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    Susanna

    26/11/2016 17.51.05

    Un romanzo assolutamente coinvolgente,, che non vorresti lasciare più, Melania Mazzucco riesce a calare in pieno il lettore un'epoca ormai remota ed in luoghi che probabilmente ormai non esistono più, non almeno come ce li racconta lei. Ci si addentra così tanto sulla Repubblic, il transatlantico su cui tutto ebbe inizio, che pare persino di sentirne il clamore, i suoni,le voci. Lo stesso per Prince Street, dove troveranno alloggio i due piccoli migranti appena sbarcati in America, una Babele che ti rimane appiccicata addosso, con la sua animosità ed il suo pungente odore di essere umano. E poi un vertiginoso passaggio di volti, crocevia di storie, incontri surreali. La puntualità del racconto e la prosa fluida rendono la storia avvolgente, mai retorica, mai banale, né scontata. Un' "America" dura, difficile, che forse sarà riconoscente, ma a quale prezzo. Per ricordarci che la storia, come ci hanno insegnato, si ripete.

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