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Edoardo Albinati

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2012
Pagine: 150 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804614685
  "Il figlio dell'ingegnere dagli occhi grigi" faceva la sua comparsa già in 19 (2001), il libro in cui Edoardo Albinati attraversa Roma a bordo di un tram. Il figlio dell'ingegnere è l'autore stesso, che ora affronta sino in fondo questa definizione di sé. Figlio, innanzitutto; e di quell'ingegnere difficile da capire: "Era un uomo spaventosamente ambiguo. In apparenza calmo e freddo, fino a farmi pensare che fosse indifferente alla maggior parte dei problemi degli altri". Ma è proprio così? Vita e morte di un ingegnere, fin dal titolo, manifesta la volontà di recuperare un personaggio (una persona) nella sua interezza, di analizzarlo e interrogarlo fuori dal complesso e ambiguo romanzo in cui era immerso (la sua vita). Si potrebbe pensare a questo libro come a un "a parte" rispetto a un romanzo possibile, perché Albinati isola istanti, esamina frammenti di esistenza, oggetti, frasi; sottrae al flusso del romanzo possibile e della vita qualcosa da mettere sotto una lente di ingrandimento. È come se, dopo aver scritto Papà Goriot, Flaubert ripensasse Goriot fuori dal romanzo, ne investigasse ulteriormente la natura, il carattere "a posteriori" rispetto al romanzo e alla sua trama, isolato da quella trama, e dovesse tenere conto che Goriot è suo padre. Così, il romanzo dell'ingegnere è come se, da qualche parte, fosse già scritto, e Albinati volesse tornarci sopra, come un critico, come un investigatore sempre più coinvolto, implicato. Nelle prime pagine c'è uno sguardo più distante: non freddo, semmai distaccato. "Dopo la sua morte non ho trovato niente di interessante nel suo guardaroba" scrive Albinati e fa tornare in mente il gesto che apre L'invenzione della solitudine di Auster (insieme a Patrimonio di Philip Roth, uno dei memoir più intensi degli ultimi vent'anni sulla morte del padre vista da un figlio). Si assiste come al passaggio da una serie di soglie, filtri, intralci: tutto ciò che complica un avvicinamento. "Una cosa strana e anche triste di cui mi sono accorto è che so tante cose stupide e inutili, o anche importanti e illustri, sui più svariati argomenti, mentre non conosco quasi niente della persona che mi ha generato, la persona, probabilmente, a cui nel mondo sono più simile e a cui devo di più". Il padre come estraneo, come straniero: Albinati accumula domande, domande anche semplici, semplicissime ("Cosa faceva l'estate a Roma da solo?"), ma che diventano enormi e terribili perché destinate a restare inevase. Il libro procede aprendo ricordi come varchi ("Una volta con mio padre presi parte…"), come prove di qualcosa. Albinati si approssima alla verità, a una verità tentando definizioni: "Mio padre era un uomo allegro", oppure – nell'incipit – "Mio padre non amava la musica", che mi ha ricordato l'incipit che dà il titolo a un romanzo del '94 di Enzo Siciliano, Mia madre amava il mare. Forse è un libro che ha contato per Albinati: l'esposizione – nudi, indifesi – alla complessità di una vita (quella dei genitori) che ci riguarda come poche altre e che tuttavia, precedendoci, ci sfugge, non è afferrabile. Ci mette appunto nella condizione di archeologi che lavorino però su fonti, su reperti a un tempo misteriosi e familiari. In ogni caso, caldi. Ondivago, desultorio, e affascinante proprio per questo, Vita e morte di un ingegnere diventa anche una serrata riflessione sull'essere figli, sull'immaturità, sul significato dell'obbedienza, su come essa possa convivere o meno con la complicità. È un libro trasparente, con una prosa limpida, un italiano bello e pulito, che sembra di un altro tempo. Commuove perché, tenendo sempre a freno le derive sentimentali e sorvegliata com'è ogni pagina, riesce a far sentire al lettore uno strazio profondissimo, un grido muto, il dolore di una resa dei conti che è impossibile chiudere e archiviare. Le pagine sulla malattia toccano non solo per ciò che di "esterno" raccontano, il decorso, le cure, la speranza e la disperazione che da esse deriva; ma è quella stessa malattia che consente di avvicinarsi, quello "stato di necessità" che apre gli occhi e ridiscute le distanze, quella malattia che, diciamo così, può far riavvicinare un padre e un figlio è anche ciò che chiude e li separa definitivamente. "Quelle erano le ultime occasioni che avevo per parlargli, erano gli ultimi istanti che potevo trascorrere accanto a lui, e bisognava prendere o lasciare quello che offriva il tempo rimasto, le poche briciole di una vita che stava per concludersi". Sono pagine pietose e spietate insieme, animate dal coraggio di ripercorrere una storia che è di tutti, universale però solo quando diventa dolorosamente privata, personale, intima. "La morte è oscena e semplice, un sibilo". Paolo Di Paolo

Recensioni dei clienti

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    angelo

    30/06/2016 15.47.54

    Ingredienti: un padre ingegnere freddo e taciturno, un figlio scrittore timido e distaccato, un rapporto fatto di silenzi tra due solitudini taglienti, una malattia terminale come un passaggio di consegne. Consigliato: a chi costruisce legami regalando frammenti da ricomporre, a chi da figlio vuole trasformarsi in padre.

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    maria

    23/04/2014 01.02.42

    Anch'io ho pensato che l' autore ha fatto catarsi e ho pensato a Roth Poteva risparmiarsi l' episodio della pornografia anche per rispetto alla propria madre che certamente leggera' il libro e forse non lo sapeva. Do' un voto medio perche' malgrado sia scritto benissimo c' e' un che di voyeurismo

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    Lorso57

    08/07/2012 11.27.20

    Testo molto impegnativo in cui si coglie appieno la sofferenza dell'autore e il valore aggiunto dato dall'esperienza reale vissuta. Un rapporto padre-figlio piuttosto problematico con pochi squarci di vera felicità e una tendenza a proteggersi per non aprirsi verso l'altro. La seconda parte, davvero dolorosa e senza filtri con la descrizione chirurgica dell'agonia del padre si presenta per il lettore quasi al limite della sgradevolezza. Da parte dell'autore un'opera sincera di autoanalisi con funzione catartica.

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    ant

    09/06/2012 10.13.49

    Un libro così come vuole il titolo, ben diviso in due parti. Prima la descrizione della vita del padre del protagonista e poi i duri e tristi passaggi della morte, visti però anche in chiave ironica.Quello che mi ha più colpito di questo libro è innanzitutto lo stile: asciutto e senza pietismi o ricerca di sensazionalismi ;e poi la cosa che ritengo più importante come messaggio intrinseco: la differenza comportamentale e di pensiero tra lo scrittore, cinquantenne, e il padre. Albinati sorprende per la capacità descrittoria a riguardo del cambiamento di rapporto tra padre e figlio, ci sono tanti spunti e tante pagine x riflettere su questo argomento. Per chi ha vissuto da figlio fino agli anni ottanta e da padre dai novanta, o dopo, in poi certi ragionamenti contenuti in questo romanzo risulteranno, a mio avviso, molto pertinenti e reali. Albinati è bravo a non fare distinzioni , (tipo: le generazioni precedenti erano più bravi di noi a svolgere il ruolo di padri o viceversa) e sa far risaltare tante piccole grandi differenze nell'approccio genitori figli da com'era un tempo ad oggi. Libro x riflettere, bello

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    Giancarlo Tramutoli

    23/03/2012 08.43.24

    ... e ti fa pensare anche a un altro gran romanzo: Patrimonio di Philip Roth, dove anche qui, c'è l'agonia del padre dell'autore.

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    Giancarlo Tramutoli

    12/03/2012 11.29.45

    Edoardo Albinati, Vita e morte di un ingegnere, Mondadori 2012 Come dichiarato nel titolo, l'autore parla della vita e della morte di un ingegnere che è suo padre. Un romanzo breve ma di grande intensità. Una tematica delicatissima, dove a ogni frase si rischia la retorica, il patetico, il compiacimento autobiografico, tematica, invece, trattata con stile impeccabile, dove il giusto distacco restituisce al lettore il pathos necessario. Nello stile, si sente la stoffa del poeta, quale Albinati è. C'è infatti grande controllo della materia, rigore, essenzialità. Un libro insolito che si legge con partecipata sofferenza perché l'esperienza dell'autore è, purtroppo, qualcosa che ci attraversa tutti. Fare i conti con la fine dell'esistenza. Col suo mistero. Senza far finta di niente. Non rifugiandosi nella banalità effimera del quotidiano. Fermandosi, ogni tanto, a pensare al perché stiamo respirando, adesso.

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    ALDO

    25/02/2012 11.57.03

    veramente intenso vero commovente

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