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Jacques Le Goff

Traduttore: M. Ramponi
Editore: Laterza
Collana: I Robinson
Anno edizione: 1997
Pagine: 270 p.
  • EAN: 9788842051800
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recensione di Matteoli, F., L'Indice 1997, n. 9

Jacques Le Goff, intervistato da Marc Heurgon, suo vecchio compagno del Psu, racconta la propria vita a partire dall'infanzia. Figlio di una madre "di un cattolicesimo per lui insopportabile" e di un padre "anticlericale militante", rifiutò categoricamente di diventare boy-scout e restò a lungo turbato dall'aggressività volgare e dal razzismo dell'ambiente militare locale, pur lasciandosi, al contempo, affascinare dell'immaginario della Marina.
Proprio nella reazionaria Tolone matura la coscienza politica del giovane Le Goff, che negli anni dell'affermazione del Fronte popolare assume una posizione militante, aderisce alla Lega contro il razzismo e l'antisemitismo e nel 1941, giunge a dimostrare la sua aperta opposizione a Pétain rifiutando di sfilare davanti al maresciallo insieme alla rappresentanza del liceo.
Dopo essere stato respinto due volte al concorso di ammissione, nella primavera del 1945 entra finalmente all' cole Normale di Parigi: aveva già deciso di dedicarsi alla storia e al medioevo anche grazie all'incontro, avvenuto anni prima al liceo di Tolone, con Henri Michel, un giovane e brillante professore che per primo gli aveva fatto conoscere l'uso dei documenti storici e gli aveva insegnato che "la storia non deve raccontare, bens" spiegare". Durante gli anni trascorsi all' cole Normale, Le Goff incontra molti di coloro che saranno i suoi amici più cari e si confronta per la prima volta con maestri ispiratori e futuri compagni di lavoro quali Fernand Braudel, Louis Halphen, Maurice Lombard, Charles-Edmond Perrin, William Seston.
Le Goff racconta poi i suoi soggiorni di studio all'estero: a Praga nel 1947-48, quando assistette (con "diciotto gradi sotto zero nella piazza del mercato della città vecchia") al discorso di Gottwald che segnò la presa del potere da parte dei comunisti; a Oxford nel 1951-52, dove maturò un sentimento di rifiuto nei confronti degli inglesi ("il popolo più straniero che abbia mai incontrato"), e visse un anno solitario a studiare le università medievali; a Roma nel 1953, quando fu "definitivamente conquistato dalla passione per le biblioteche" e decise di modificare il campo di ricerca della sua "thèse d' tat" (che peraltro non condusse mai a termine), dedicandosi alla questione del lavoro intellettuale. Lo troviamo poi nel 1959 a Varsavia affidato a Bronislaw Geremek, allora giovane ricercatore, che rivest" le funzioni di "pilota" per l'universitario occidentale. È curioso notare che, l'anno seguente, lo stesso Geremek sarà il pilota di un altro grande medievista, Georges Duby, anch'egli a Varsavia nell'ambito di scambi culturali (promossi da Braudel) fra l'Accademia delle scienze polacca e l' cole des Hautes tudes.
Ancora, Le Goff spiega il percorso che porta alla nascita dei suoi libri più importanti, quello un po' anomalo della sua formazione e della sua carriera, parla degli anni della direzione delle "Annales" e della VI Section dell' cole des Hautes tudes, racconta l'influenza esercitata su di lui dall'opera di Marc Bloch, di Maurice Lombard (docente ai corsi preparatori all'"agrégation*) e anche di personalità controverse: Michelet, nel quale vede "il grande maestro della nuova storia", distinguendosi in questa opinione da Duby, molto più freddo verso lo storico romantico, e Dumézil, che reputa immeritevole dei giudizi di antisemitismo e nazismo che ne avevano reso impopolari le intuizioni.
Molti sono gli incarichi che Le Goff ricopre, molte sono le persone con cui entra in contatto nel corso della carriera, ma fondamentale e controverso è il rapporto professionale e umano con Fernand Braudel. Il primo incontro fra i due avviene nel 1950 quando Braudel è esaminatore nell'"agrégation* in cui Le Goff risulta uno dei candidati più brillanti. Nel 1959 Le Goff apprende che Braudel era prevenuto nei suoi confronti perché qualcuno gli aveva parlato male del suo libro "Gli intellettuali nel Medioevo"; ciononostante ottiene un posto come "chef de travaux" (un incarico equivalente all'incirca a quello di un ricercatore) all' cole des Hautes tudes. Per alcuni anni Le Goff considera Braudel il più grande storico vivente: "La sola idea di diventare suo collaboratore, di stargli vicino e di poterlo ascoltare costituiva una grande fortuna". Nei dieci anni successivi Le Goff - la cui carriera all' cole procede velocemente - si conquista la fiducia di Braudel e ne diviene un fedele collaboratore; nel 1970 tuttavia i commenti e i giudizi sprezzanti su persone conosciute insieme espressi da Braudel "in termini difficilmente sopportabili" e la scoperta di "un Braudel nel quale l'uomo non era certo all'altezza dello storico" proiettano un'immagine che Le Goff non potrà più cancellare dalla sua memoria. I rapporti fra i due storici, rimasti in ogni caso corretti, si deteriorano infine per le continue ingerenze di Braudel nell'operato di Le Goff come condirettore delle "Annales" e presidente della VI Section.
Le Goff riflette su queste vicende con un giudizio pacato, che riesce sempre a distinguere il piano umano da quello professionale: ancor oggi, in un momento in cui sarebbe facile attaccare Braudel, resta per lui "un orgoglio e un onore il fatto di essere stato scelto e di aver a lungo beneficiato dell'amicizia generosa" di quello che ritiene essere stato "il più grande storico francese della seconda parte del XX secolo", cui riconosce "anche lati di vera generosità e fascino irresistibile".
"Io non amo definirmi solo come medievalista, la mia aspirazione e il mio desiderio è quello di essere uno storico il cui campo d'azione e di riflessione principale è il medioevo. Ma alla fine è il mestiere di storico, e in definitiva la comprensione del presente e della società attuale nella lunga durata che riesce a darmi motivazioni e soddisfazioni". In virtù di questa autodefinizione, che rende ancora un tributo alla "longue durée" braudeliana, gli incarichi extradisciplinari che gli danno la possibilità di uscire dal suo "piccolo territorio" rispondono perfettamente all'indole aperta e alla convinzione di Le Goff che il cammino dello storico sia "un continuo andirivieni tra presente e passato". Cos" negli anni ottanta partecipa a diverse e singolari iniziative, come un seminario quinquennale sulla città istituito dalla società dei trasporti parigini (Rapt): la ricerca, dal titolo "Crise de l'urbain, futur de la ville", impegna Le Goff e altri ricercatori ad acquisire anche nozioni sul funzionamento dei mezzi pubblici e sugli aspetti tecnologici ed economici del più ampio e amato tema dei percorsi e della mobilità degli uomini. Collabora inoltre con Jean-Jacques Annaud alla trasposizione cinematografica de "Il nome della rosa": e qui l'esperienza non è tra le più felici a causa dell'esclusione degli studiosi da un controllo diretto delle riprese, con conseguenti clamorosi errori nel film. Presiede la commissione ministeriale sull'insegnamento della storia e, da quasi trent'anni, conduce la trasmissione radiofonica "Lundis de l'histoire" per l'emittente France Culture.
Nel corso di un'altra recente intervista, Le Goff, parlando di san Luigi, dice: "Car si l'homme construit sa vie, il est également construit par elle". Un'affermazione che può senz'altro essere ribaltata su di lui: immaginiamo un Jacques Le Goff appagato da una vita di quelle da invidiare un po', colma di molti degli avvenimenti importanti del nostro tempo, vissuta con la consapevolezza e l'impegno politico e civile di chi sa bene che il mestiere di storico costituisce uno dei migliori strumenti per affrontare l'avvenire ma non, ricordiamocene, per prevederlo.
Qualche appunto sull'aspetto editoriale dell'operazione. Sarebbero stati utili un indice dei numerosi nomi che si affacciano alla memoria dello storico e almeno pochi cenni di contestualizzazione della lunga intervista. Sarebbero state preziose - in particolare per il pubblico italiano - alcune righe su Marc Heurgon e sull'incontro fra l'intervistato e un intervistatore la cui presenza diviene via via più accessoria (tanto che alcune domande hanno l'aria di essere state inserite in sede redazionale con le brevi note a piè di pagina). Sono tuttavia carenze perdonate da un mercato facile, affamato di biografie, interviste e notizie sulla storia e sugli storici, come ben si vede dai cataloghi editoriali degli ultimi anni. Ma siamo davvero sicuri che a nessuno interessino le vite dei geografi?

Jacques Le Goff ci racconta la sua vita nella forma amichevole e colloquiale dell'intervista. Veniamo così a conoscere le scuole e gli ambienti frequentati da ragazzo, i rapporti con i maestri della «nuova storia» delle «Annales» (Bloch, Febvre e Braudel), le esperienze europee (a Praga, Oxford, Roma), la gestazione dei suoi saggi fondamentali. E, oltre alla passione per il «mestiere» di storico, anche l'impegno nelle questioni sociali del nostro tempo: dalla riforma della scuola media superiore alle problematiche dell'Europa unita.