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Giuseppe Genna

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2014
Pagine: 163 p., Brossura
  • EAN: 9788804634638
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    Gianluca Garrapa

    09/07/2015 12.57.53

    Il non-romanzo di Genna mostra due non-personaggi, agiti, loro malgrado, da un vuoto pneumatico: uno a massacrare esseri umani in nome di una legge solo sua e anche del neonazismo, l'altro a non-raccontare il mostruoso dell'umano mostrando le sue nevrosi sempre quasi suicidarie. Uno è Anders Behring Breivik, l'altro è la voce non-narrante di un giornalista che del fattaccio sull'isola Utøya deve mostrare uno spionaggio, un thriller, qualcosa di leggibile e commercializzabile, insomma. La voce come oggetto, come niente, come sguardo, come stacco dal corpo. Come fossile. S'impone di scrivere una storia di questo non-personaggio giornalista che sempre vede e mostra dall'alto le tracce del pianeta terra: dalla torre Galfa o da un aereo verso la Norvegia. E mostra Milano, la sua generazione tossica, sua del giornalista. Uno sguardo profondamente poetico che smette il racconto e intavola un progetto di pregressione all'esoterrestre. Niente può giustificare un'azione tanto esecrabile, nessun trauma. Eppure si può pensare a una declinazione psicotica dell'intero reale, privo di sintomi, e dunque senza scrittura, non c'è scrittura senza sofferenza, dove il luogo che agisce primordiale l'atto nazista e quello scrittorio, non esiste più, è forcluso. L'inconscio non c'è più. C'è un buco, un vuoto. Quel vuoto intersiderale dove fiori crescono in balia di un film interiore che ci fa credere ancora. Credere? Cosa? Nulla. La poesia di Genna, tra la provinciale di elenchi in periferie lombarde e immense strade ultranordiche, ci accompagna e studia il modo di farla finita per sempre con il giudizio di un racconto. Con il mostruoso che non si può mostrare. Non che questo sia solo un non-romanzo, o solo una non-inchiesta, non che non si dica qualcosa di vero intorno all'impossibile, ovvero il reale. Perché, infatti, si può a tratti percepire il gioco alieno della scrittura burroughsiana di Nova Express...

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    rejectedfrogs

    20/05/2015 10.06.53

    La vita umana sul pianeta Terra conferma la capacità di Giuseppe Genna di andare oltre, confezionando un'opera difficilmente etichettabile: inserita tra i romanzi, in realtà la narrazione pura e semplice, in queste pagine, scarseggia di proposito (per quanto se ne possa dispiacere l'editore, che avrebbe preferito una classica spy story). L'intento della copertina, raffigurante Anders Behring Breivik, è di far emergere dai flutti dell'oblio il racconto della strage di Oslo e Utoya, da lui messa a punto nel 2011; nelle pagine dell'autore, questa tragedia causata non dal male assoluto, ma dal vuoto supremo, è un pretesto per illustrare il degrado della società, tanto a Berlino (illuminante è il discorso ai giovani che studiano da squali) quanto a Milano, dove si ha la sensazione che anche le persone omologate, proprio come i reietti e i tossicodipendenti, non abbiano futuro. La rilevanza inopinabile della strage, progettata da un uomo che fino a pochi anni prima difendeva i compagni dai bulli, viene a tratti quasi oscurata dalla corpulenza delle riflessioni metafisiche dell'autore, costretto a evidenziare la marcescenza di intere generazioni. Non è un libro per persone disperatamente ottimiste e forse non piacerà a chi ha letto solo i romanzi noir di Genna, ma offre la possibilità di approcciare la personalità e la filosofia dell'autore, in modo meno totalitario di quanto possa fare Italia De Profundis.

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    alida airaghi

    29/01/2015 08.19.06

    Seguendo le indicazioni impartitegli dall ' "Editore più importante dell'Italia...vestito al solito, un completo antracite argenteo...l'orologio massiccio di Rolex", Giuseppe Genna avrebbe dovuto scrivere un "thriller, azione, spy-story...un cazzo di storia semplice e leggibile..." per rappresentare il male, quello che la gente vuole vedere e leggere, in cui ama riconoscersi. Quale male più autentico, allora, di quello impersonato dal nazi-stragista norvegese Anders Behring Breivik, che il 22 luglio 2011 in poche ore sterminò 77 persone, di cui 69 adolescenti? Ma secondo Genna, "Breivik non è il male. E' il vuoto." E raccontare il vuoto non è facile. Ma si può cercare di delinearne i contorni, descrivendolo, recuperando anche cronachisticamente, con puntuali ricerche investigative, l'accaduto, e le sue inspiegabili spiegazioni. Ricostruire, quindi, l'infanzia anaffettiva e disturbata del mostro, l'adolescenza con i suoi complessi e le passioni, la sessualità morbosa, le letture fanatiche, le droghe, i rapporti con tutti gli estremismi di destra mondiali, i traumi... Ma "Qualunque trauma è secondario. Qualunque trauma non ha la forza di giustificare nulla." Genna incastra il vuoto psichico ed esistenziale di Breivik nel vuoto sociale di tutto l'occidente contemporaneo, lo confronta con il proprio vuoto, intercalando la vicenda biografica del nazista con la sua, confrontando la periferia di Oslo a quella milanese, il disagio delle masse giovanili norvegesi a quello dei ragazzi italiani. Indaga le proprie ansie, il proprio "terrore di vivere e di morire", scoprendosi "unico e interrotto", sperduto come tutti, come tutti su questo nostro pianeta Terra riecheggiante "l'urlo della scimmia antenata". Breivik alias Hitler, sterminatori di vittime che non sanno nemmeno più dichiararsi innocenti, e vagano come fantasmi muti implorando giustizia o vendetta. Ma "Questa è l'epoca. Non è follia. E' seriale. Ogni mito è muto...Senza niente se non questo niente".

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    Subhaga Gaetano Failla

    27/05/2014 18.59.00

    Questo è un libro fastidioso, impastato in una struttura nervosa e fibrosa, simile a quella carne che da bambini ci si ingrossava in bocca e diveniva una enorme pallottola difficile da mandar giù. Un libro che vorremmo scacciare, alla maniera forse dell'antico tafano, pagine che narrano la storia della fine d'una ovviamente effimera civiltà occidentale. Genna ci dona una sorta di canto aspro e dissonante, crudele a volte, e intessuto a tratti da ritmi ripetitivi e cantilenanti, echeggianti nenie malinconiche - una musica d'oscuro fascino che proprio per tale motivo ci spaventa e al contempo ci attrae. La foto in ombra in copertina e l'altra di complementare luminosità al termine, suggeriscono forse l'idea banale ed essenziale che in fondo respiriamo tutti, più o meno inquinata, la stessa aria planetaria.

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