I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l'Olocausto - Daniel Jonah Goldhagen - copertina
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I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l'Olocausto
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I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l'Olocausto - Daniel Jonah Goldhagen - copertina
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1997
Tascabile
636 p.
9788804442417

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Gondrano
Recensioni: 5/5

In generale l'impianto è molto solido, ben argomentato e incalzante. Rare induzioni non sono completamente convincenti, o sono tratte da premesse che potrebbero apparire pregiudiziali, ma è più che probabile che la loro ragion d'essere risieda negli sterminati rimandi bibliografici, che andrebbero consultati. Altrettanto rare asserzioni mi sono parse a tratti contraddittorie, ma complessivamente non ritengo rivestano grande importanza: non intendo incorrere nell'errore metodologico che imputo a certo revisionismo (ad es. in Mattogno) di focalizzarsi sulla demolizione di pochi dettagli dissonanti e marginali, comunque motivabili, trascurando ampiamente il quadro d'insieme e la pletora di dati contraria, e per di più con l'intenzione di svalutare questi in ragione di quelli. Smontati in maniera (a mio giudizio) ineccepibile molti luoghi comuni / motivazioni di comodo adottati dalla storiografia, quali ad esempio il fatto che i cittadini non sapessero, che non potessero opporsi o che non condividessero; l'antisemitismo in Germania è (era) talmente normale e radicato, che non ho dubbi che per la maggior parte dei tedeschi un ebreo contasse meno di un vaso di gerani. Terribili, dettagliate e strazianti le ricostruzioni e le testimonianze sulle marce della morte e sulle stragi vigliacche perpetrate dagli Einsatzgruppen e dai Battaglioni di polizia; i morti-viventi ebrei hanno camminato letteralmente all'inferno, ed i diavoli erano per la maggior parte comuni cittadini tedeschi. Prima di leggere questo libro, l'Olocausto mi risultava un evento difficilmente comprensibile nella sua globalità, una realtà talmente inumana e complessa da rendermi sempre stupito nei confronti delle sue manifestazioni; ora lo ritengo non solo perfettamente plausibile, ma anche relativamente "semplice".

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alfredo
Recensioni: 4/5

Il libro spazza via la pia illusione che i tedeschi non sapessero quello che stava succedendo agli ebrei. I primi massacri avvenneroad opera non solo dei reparti specializzati ma anche da parte di truppe regolari,nei territori dell' est come Polonia, Ucraina e Lituania alla presenza di civili e, in qualche caso, anche di parenti dei militari impegnati. Imppossibile che la popolazione civile non fosse messa al corrente di quanto accadeva dai militari che tornavano a casa in licenza. Quanto alla "comprensibile cautela" di cui parla qualcuno, la preoccupazione di salvare la pelle non rendeva affatto necessario incrudelire di propria iniziativa su peprsone già condannate, come hanno fatto non solo militari ma anche civili. Non parliamo dell'indegno atteggiamento delle chiese locali, protestante e cattolica.

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Carlo M.
Recensioni: 2/5

Operazione commerciale, non opera di storico. Nel libro si parla di UN CERTO NUMERO di reparti di polizia e di militari che si macchiarono di crimini orrendi; dedurne cha la gran massa dei tedeschi era favorevole allo sterminio degli ebrei non è lecito logicamente, ed è una falsità. (Analogamente le SS non erano TUTTA la Wehrmacht). Molti tedeschi si ritenevano antisemiti senza neanche sapere perchè, ma da qui ad affermare che avrebbero ucciso deliberatamente un loro vicino di casa ebreo ce ne corre... Moltissimi tedeschi sapevano quello che stava succedendo (anche se non immaginavano l'orrore dei campi di sterminio), ma certo non rischiavano la pelle per opporsi pubblicamente. E del resto, quanti erano PUBBLICAMENTE antifascisti in Italia durante il ventennio? Uno sparuto manipolo (per usare un vocabolo molto amato dal Duce). E quanti MILIONI di italiani nel dopoguerra dichiararono solennemente che loro erano sempre stati antifascisti, tra cui molti intellettuali che avevano spudoratamente leccato il culo al regime per iscritto? Chi "tiene famiglia" cerca di farsi gli affari suoi e di tirare a campa'. Vigliaccheria? Può darsi, ma gli eroi muoiono giovani, e chi desidera in futuro portare al parco i nipotini cerca di scansare le pallottole vaganti!...

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recensione di Rusconi, M., L'Indice 1997, n. 2

Il libro di Goldhagen è da alcuni mesi al centro di un vivace dibattito storiografico e di un intenso coinvolgimento emotivo, che stanno interessando Stati Uniti e Germania. Suo obiettivo è di rivoluzionare la percezione comune dell'Olocausto e della Germania nazista, attraverso l'analisi di alcuni gruppi di "perpetratori" del genocidio ebraico.
In Germania il contrasto tra il successo di pubblico (e di vendite) e le critiche (almeno all'inizio) fortemente negative degli storici è quanto mai marcato. Mentre gli editori tedeschi sono ricorsi a "nuances" di traduzione, per smorzare alcuni eccessi espressivi, nel timore che la brutalità della tesi di Goldhagen potesse risultare sgradevole al palato tedesco (a cominciare dal titolo, in cui "carnefici" diventa "esecutori"), il grande pubblico sembra attirato proprio dall'intransigenza delle affermazioni.
La tesi principale di Goldhagen che, ripetuta con ridondanza per centinaia di pagine, rintraccia nel secolare antisemitismo tedesco, trasformatosi in "antisemitismo eliminazionista", la spiegazione centrale delle origini e delle motivazioni del genocidio. Questo sentimento avrebbe saturato la società, la cultura e la politica tedesca per almeno duecento anni rendendo la "forma mentis" tedesca diversa da quella degli altri paesi (occidentali). L'autore si sofferma soprattutto sul particolare tratto antisemita, sviluppatosi in Germania alla fine del XVIII secolo: è da quel momento, cioè ben prima dell'avvento del nazismo, che, secondo Goldhagen, prese vigore l'idea dell'eliminazione prima politica, poi razziale, degli ebrei. A questo punto la questione non riguardava più il se, ma il come liberarsene: nel XX secolo la propensione eliminatoria (politica e sociale) si è trasformata in una inclinazione sterminatrice. Per questa epidemica diffusione dell'"antisemitismo eliminazionista" tra la popolazione, Goldhagen definisce l'Olocausto un "progetto nazionale" tedesco: la Germania (nazista) non si è opposta alla distruzione del popolo semita, poiché vigeva la convinzione che questo meritasse il proprio destino di morte.
Goldhagen si contrappone così a quanti, evidenziando l'influenza esercitata sui carnefici dalla pressione all'adattamento e all'uniformazione sociale (Browning), dall'inaridimento e dall'indifferenza emotiva, dagli abusi alcolici, dalla perdita del senso della realtà, dalla routinizzazione della violenza, dalla disumanizzazione delle vittime (Kelman) e infine dal prevalere dell'idea fissa della necessità, in nome della vittoria finale, di un'omogeneizzazione razziale (Mommsen), non accettano l'"antisemitismo eliminazionista" come unica possibile spiegazione storica dell'Olocausto. Quest'ultima rimane invece per Goldhagen la sola ipotesi accettabile, in quanto altre teorie presupporrebbero un atteggiamento neutrale o di condanna da parte degli esecutori nei riguardi dell'azione. In questo modo Goldhagen attacca frontalmente lo stato delle ricerche tedesche sull'Olocausto, imputando loro una grave sottovalutazione e incomprensione della componente antisemita insita nella società tedesca.
Goldhagen preferisce di fatto ignorare le testimonianze che provano la differenziazione nell'atteggiamento antisemita tra gli stessi carnefici e dimostrano come a spingere all'azione non fosse sistematicamente l'ideologia antisemita, per quanto influente. L'insistenza su una spiegazione monocausale è indispensabile a Goldhagen per mantenere l'equilibrio del libro: solo così l'autore può parlare degli eventi come compiuti non da "uomini comuni", ma da "tedeschi comuni", e di Hitler come di un uomo del suo popolo. In questo modo si ricade nello schema mentale tipico del nazionalsocialismo, sia pur con segno opposto: i tedeschi non sono più "popolo prescelto" ma "popolo abietto", incarnazione del Male (Hans-Ulrich Wehler). Goldhagen, a dispetto della pretesa di originalità, fa in questo modo retrocedere il dibattito allo stato degli anni cinquanta; allora era infatti comune rintracciare la causa prima del dilagare dell'assassinio di massa in un antisemitismo tedesco particolarmente accentuato, collegando l'intolleranza antiebraica di Lutero all'antisemitismo di Hitler, in un percorso quasi lineare verso Auschwitz. Goldhagen ignora (o ricorda solo selettivamente) i contributi di chi, prima di lui, ha adottato lo stesso approccio e di chi, a sua volta, lo ha smentito.
I maggiori dissensi storici sono scoppiati proprio attorno all'ipotesi monocausale del genocidio ebraico: se Elie Wiesel ha definito il libro un enorme contributo alla comprensione dell'Olocausto, molti storici sono insorti invece contro questa tesi, mettendo in luce l'integrazione ebraica nell'ordine sociale che ha caratterizzato la Germania dei secoli scorsi e segnalando i limiti di una mancata collocazione dell'antisemitismo tedesco nel contesto europeo. In questa prospettiva, sarebbero state proprio l'integrazione nazionale e la pacifica convivenza tedesco-ebraica ad alimentare tra i tedeschi e soprattutto tra gli ebrei illusioni sul destino riservato dai nazisti a questi ultimi.
Anche questa interpretazione però soffre di eccessivo semplicismo, in quanto l'assimilazione degli ebrei e la supposta imprevedibilità dell'Olocausto spiegano solo in modo parziale l'atteggiamento tedesco: non si è trattato di passività, ma di apatia e di (apparente) ignoranza di chi "non voleva sapere" o "non poteva sopportare" (Norbert Frei).
Ma se il libro, alla cui origine, conviene ricordare, è una tesi di dottorato in scienze politiche, premiata nel 1994 negli Stati Uniti, ha scatenato nonostante i limiti un dibattito internazionale, coinvolgendo sia gli accademici che il grande pubblico, allora deve possedere un suo valore specifico. Chi si affretta a sostenere che lo studio non apporta contributi innovativi allo studio dell'Olocausto ("nichts Neues", "nulla di nuovo", è l'espressione più ricorrente negli interventi) confessa in realtà il disagio proveniente dalla consapevolezza che le commemorazioni del 1995 non hanno posto definitivamente termine alla ricerca di un confronto con il passato, con la memoria storica, con il processo di riconciliazione interna.
La presa di posizione nettamente critica di gran parte della storiografia tedesca si scontra con il successo di pubblico (in prevalenza giovane) registrato da Goldhagen durante il recente ciclo di conferenze da lui tenuto in Germania (nel corso del quale alcuni dei precedenti critici hanno avuto occasione di ricredersi). Se l'attenzione conferma il persistente interesse per l'epoca nazista, sorprende però l'accettazione di un'interpretazione come quella descritta, che privilegia la visione di una Germania complessivamente "malata" e "diversa" e ignora gli sviluppi ottenuti dalla ricerca negli ultimi decenni.
L'atteggiamento non sorprende se si interpreta il consenso come il sollievo di chi, nato a decenni dalla fine della guerra, può condannare senza riserve e quasi masochisticamente la propria identità passata, ma allo stesso tempo può sentirsi finalmente libero dalla responsabilità di un'eredità tanto gravosa. Goldhagen alimenta questa attitudine sostenendo che l'antisemitismo tedesco ha subito un brusco arresto con la sconfitta bellica, che i modelli cognitivi e caratteriali hanno subito una drammatica trasformazione e che oggi la nazione poggia su solide basi democratiche. La tesi, dapprima enunciata sbrigativamente in una nota del libro, è stata poi ripetuta a più riprese negli interventi pubblici e nell'introduzione all'edizione tedesca (riportata in quella italiana), in un tentativo riuscito di "captatio benevolentiae". Si tratta però di un'analisi superficiale della storia postbellica tedesca, che sopravvaluta il processo di rieducazione maldestramente attuato dagli alleati e ignora gli effetti della politica di integrazione e di negazionismo portata avanti a lungo dai politici tedeschi con la complicità internazionale.
Nel libro non mancano comunque spunti di interesse storico, che si concentrano nella seconda parte; qui Goldhagen esamina le modalità d'azione di tre categorie specifiche di carnefici: i battaglioni di polizia (particolare attenzione è riservata allo studio del battaglione 101, senza però ottenere i convincenti risultati di Christopher Browning in "Uomini comuni. Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia", Einaudi, 1995), i funzionari del complesso dei campi di lavoro, e infine i responsabili delle "marce della morte" degli ultimi mesi del conflitto. Il comune denominatore di questi gruppi operativi è il regolare assassinio a sangue freddo, "en masse", degli ebrei. L'autore individua nell'"annientamento" ebraico la chiave interpretativa dei campi di lavoro e pone in evidenza il comportamento bestiale e irrazionale delle guardie nei confronti dei prigionieri delle "marce della morte", definite "l'analogo deambulatorio dei carri bestiame".
Proprio la cruda descrizione delle barbarie costituisce uno dei pregi del libro, sebbene sia un aspetto non esente da giudizi critici: Hans Mommsen definisce l'attenzione per il particolare macabro un voyeurismo estraneo alla sobrietà dello storico, che deve rifuggire da ogni effetto di intimidazione.
Neppure questa sezione dello studio si sottrae però ad alcune critiche, quali l'aver interpretato erroneamente o forzatamente degli episodi per farli collimare con la tesi generale, l'averne deliberatamente esclusi altri che l'avrebbero smentita, l'aver attinto generosamente a fonti già pubblicate. Tuttavia in questa parte il volume sviluppa alcuni aspetti del coinvolgimento al genocidio tuttora trascurati. Grazie alle testimonianze qui raccolte viene ribadito l'alto grado di complicità della popolazione, più esteso di quanto si sia voluto riconoscere per anni, come nel caso del coinvolgimento dell'esercito. Ancora una volta allora, pur partendo da un libro che non si può affermare rivoluzioni la storiografia contemporanea sull'Olocausto, si ricavano stimoli per una riflessione su un passato meno distante di quanto alcuni vorrebbero.

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