Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello

Ilaria Cucchi,Giovanni Bianconi

Editore: Rizzoli
Collana: Prima persona
Anno edizione: 2010
In commercio dal: 6 ottobre 2010
Pagine: 290 p., Rilegato
  • EAN: 9788817040914
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Recensioni dei clienti

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    MASSIMO

    21/05/2011 08:52:17

    Non posso fare altro che associarmi alle recensioni che precedono.Storia illuminante di quel che ancora accade in Italia, storia che fa riflettere, storia da leggere.

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    enrico testa

    06/01/2011 14:42:33

    L'ho letto tutto d'un fiato sapendo già bene la vicenda. Ma qui c'è di più. E tutto quello che c'è di più è uno schifo, una vergogna che fa salire la rabbia anche a chi non conosceva questo ragazzo. Io Ilaria Cucchi e la sua splendida famiglia vorrei abbracciarla. Persone perbene che hanno visto uccidere il proprio figlio e fratello chissà perché. In più il libro è anche scritto bene ed è molto commovente. et

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    DONATELLA.64

    11/11/2010 17:00:01

    Una vicenda sconcertante, assurda.Non ci sono parole... Tanta solidarieta' alla coraggiosa famiglia di Stefano.

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Avrebbe voluto dirgli che non era solo: questa la prima preoccupazione di Ilaria Cucchi, nel racconto della storia del fratello Stefano, scritta con Giovanni Bianconi (Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano, mio fratello, pp. 291, € 16, Rizzoli, Milano 2010). Avrebbe voluto spiegargli che erano lì, fuori dal carcere, dall'ospedale, in tribunale, a cercare di mettersi in contatto con lui, per sapere come stava, di cosa avesse bisogno. Quel titolo, quanto la sua improbabile coniugazione al tempo presente, testimonia del dolore per l'impossibilità della parola e, forse, della comprensione. Ilaria teme che Stefano si sentisse in colpa, per il tradimento delle attese e dell'affidamento che i genitori e la sorella più volte avevano fatto sulla sua capacità di farcela, di liberarsi dalla tossicodipendenza. Per questo, forse, aveva sottoscritto quel formulario con cui negava di voler dare informazioni e di avere contatti con la famiglia. Ma il tradimento, come l'amore, vive spesso di reciprocità, temuta, quando non reale. Traspare dal titolo l'ansia di Ilaria di testimoniare al fratello l'amore che la sua famiglia ha avuto per lui, in quei giorni e dopo: non lo avevano abbandonato, non lo avevano, a loro volta, tradito.
"Almeno rispondimi": così Stefano chiude la lettera curiosamente spedita dopo la sua morte e consegnata postuma al suo corrispondente nella comunità per tossicodipendenti di cui era stato ospite in passato, sperando che qualcuno gli offrisse una nuova opportunità. Seconda solo all'impossibilità di uscirne, la difficoltà di comunicare con l'esterno è una delle più atroci sofferenze della condizione detentiva: sempre più ingiustificata (nella società della comunicazione), sempre più atroce. Era solo Stefano, abbandonato nella trafila delle pratiche del suo fascicolo, nel cui svolgersi – da qualche parte, in qualche momento – ci saranno pur state quelle botte che lo avevano ridotto in quel modo, sofferente e diffidente.
La burocratica ri-sepoltura, senza che ne fosse dato avviso alla famiglia, all'indomani della seconda autopsia, è solo il momento terminale di una successione di atti anaffettivi che hanno costellato questa vicenda, cancellando l'umanità dei suoi protagonisti e, soprattutto, della sua vittima. Passi per il linguaggio di prammatica (un "verbale di consegna" viene redatto nel passaggio di responsabilità di Stefano, dai carabinieri che lo avevano arrestato alla polizia penitenziaria che lo stava prendendo in carico nelle celle del Tribunale di Roma, dove secondo un testimone avrebbe subito le lesioni riscontrate nelle perizie autoptiche), ma è la stessa procedura burocratica, articolata in mille deleghe successive, che finisce per anestetizzare la sensibilità degli operatori, nessuno dei quali "responsabilizzato" per quanto stava avvenendo, essendo ognuno subordinato a una valutazione successiva. Così, nelle ultime ventiquattr'ore di vita di Stefano Cucchi, i medici del Pertini indirizzano finalmente al tribunale una relazione da cui emergono sia le gravi condizioni di salute che la difficoltà ad assisterlo ordinariamente. Ma anche questo atto, che avrebbe dovuto essere inviato con urgenza, per determinare decisioni d'urgenza, viene depositato nella cassetta dei fax in partenza, per essere inviato l'indomani, quando Stefano sarà già morto.
È così che i familiari di Stefano, ottenuto dopo tre giorni il permesso di colloquio rilasciato dal magistrato competente, vengono rispediti in carcere, per acquisire un visto necessario a rendere esecutiva quella disposizione nel reparto ospedaliero in cui Stefano era detenuto, "come in un grottesco gioco dell'oca" scrive Ilaria.
Esemplari, del costume burocratico e della finalità deresponsabilizzante di molte azioni del personale coinvolto, due episodi raccontati nel libro: il tentativo di rianimazione di Stefano, inscenato assurdamente a tre ore dalla sua morte, e la professionale quanto imbarazzante affermazione di un agente della polizia penitenziaria che, nel momento del cordoglio, tiene a precisare a Ilaria che le carte sono tutte a disposizione, "se volete potete controllare, noi siamo tranquilli".
Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre del 2009 a causa delle azioni violente e delle omissioni di cura che la sua persona ha subito durante sei giorni di privazione della libertà in nome del popolo italiano. Azioni e omissioni che costituiscono l'oggetto di un procedimento penale e delle responsabilità personali che saranno attribuite dai giudici competenti, ma che sono incastonate in questa terribile sequenza di burocratica indifferenza alla sua vita e, in fondo, alla sua morte.
Costretta, suo malgrado, a esporsi pubblicamente, Ilaria Cucchi non chiede vendetta, ma verità. Una delle pagine più belle del libro è quando racconta dispiaciuta del mancato incontro con gli indagati, ai quali avrebbe voluto chiedere per sapere, perché "erano persone che, al di là delle rispettive ed eventuali responsabilità, avevano avuto a che fare con mio fratello nei suoi ultimi giorni di vita". Chiede di sapere con la serenità d'animo di chi crede nelle istituzioni e nel sistema di giustizia. Ci crede tanto quando rimane sconvolta dal fatto che il fratello sia entrato sano in carcere e ne sia uscito morto dopo soli sei giorni, tanto quando si affida alla magistratura e alle istituzioni per sapere chi e come possano aver condotto il fratello alla morte. Tale è la sua fiducia nelle istituzioni che la sua domanda di giustizia è formulata nei termini di una prova della loro credibilità. Non discute, Ilaria Cucchi, la legittimità dell'arresto e della custodia cautelare in carcere per il fratello e per il reato di cui era accusato. Nulla però giustifica la morte di un ragazzo detenuto sotto la responsabilità di amministrazioni pubbliche.
Proprio per questo, ha ragione Ilaria Cucchi a voler distinguere il fatto dal contesto, la morte di Stefano dalle motivazioni del suo arresto. Aveva ragione quando replicava al sottosegretario Giovanardi, che dalla condizione di tossicodipendenza traeva – sguaiatamente – considerazioni sulla responsabilità di Stefano verso se stesso, così come ha ragione a dire che Stefano non è stato vittima del proibizionismo, del carcere, e così via. Stefano Cucchi è stato vittima di azioni e omissioni di singole, seppure numerose, persone. E quindi queste azioni e omissioni andranno verificate nel corso del processo, individuandone puntualmente gli autori, e distinguendone le responsabilità da quelle delle istituzioni per conto delle quali operavano che, a loro volta, solo così potranno riacquistare quella credibilità che molte volte, lungo questa storia, sembrano aver perso.
Rimane però – anzi, rimarrà, quando fatti e responsabilità personali potranno dirsi accertati – un quesito sulle ragioni di quelle azioni e omissioni. Insomma, di un delitto bisognerà pure trovare un movente: perché poliziotti, medici, infermieri, seppure senza premeditatamente volerlo, hanno concorso alla morte di Stefano Cucchi? Perché hanno accettato, condiviso e fatto proprio, fino al punto di risultarne penalmente responsabili, un simile processo di degradazione, da cui è potuta derivare la morte di un giovane uomo di trentun anni? Se quella morte è avvenuta nel punto di intersezione tra "malasanità" e "malagiustizia", cos'è che tiene insieme l'una e l'altra, questi due tradimenti delle pubbliche funzioni?
E qui si apre il discorso sulla pena e sullo status riconosciuto alla persona detenuta: il movente di quelle azioni e omissioni non sarà da ricercare nella pessima opinione pubblica della dignità della persona detenuta? Qual è il confine alla meritevolezza del castigo? La pena, anche quando è informalmente anticipata (come nel caso di Stefano Cucchi), è un processo di degradazione, di privazione, di spoliazione, che investe l'anima e il corpo del suo destinatario. È una pratica disciplinare che mette in conto la violenza, anche quando – formalmente – la vieta. Nel racconto della sorella, dagli atti processuali, emerge la figura di Yaya, un ragazzo del Gambia che sente, vede, incontra Stefano nelle celle del tribunale. Stefano gli fa vedere le ferite dei colpi subiti e Yaya, saggiamente, gli dice "che non deve più disubbidire loro". Queste sono le "regole della casa", e a queste regole bisogna sapersi adattare. Queste sono le regole per chi, in fondo, "se lo è meritato": l'arresto, la galera, e forse anche le botte. E qui entra in gioco la riduzione di status: quanto vale la vita, la salute, la dignità di una persona detenuta? Non è in carcere, in fondo, proprio per subire quel processo di degradazione che si è meritato per quello che ha fatto (o che è accusato di aver fatto)? Ecco dove si incontrano malasanità e malagiustizia, nella supina e diffusa accettazione che i detenuti sembrano proprio come noi, ma non lo sono, non meritano di esserlo.
"Che bello sarebbe stato far tornare indietro il tempo e magari cambiare il finale, così finalmente potremmo scoprire ciò che poteva essere", scrive Stefano alla sorella due anni prima di morire, congedandosi da una felice ospitalità.
Stefano Anastasia