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Kevin Powers

Traduttore: M. Colombo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: 192 p. , Brossura
  • EAN: 9788806213800

Recensioni dei clienti

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    Loris

    05/09/2016 13.47.39

    La struttura non così infrequente è quella di due piani temporali che si dipanano in parallelo fino a convergere nel finale. Il presente del protagonista dipende in tutto dal passato e dalla memoria, da un'esperienza di guerra che va oltre la cronaca per porsi come romanzo di formazione che però non porta stabilità. La difficoltà a trovare un'identità e un ruolo sociale è la premessa dell'arruolamento, più fuga che speranza di futuro. La gerarchia e la ripetizione dovrebbero eliminare dubbi e scelte, ma la violenza e la crudeltà della guerra hanno un impatto devastante. Compatire e fermarsi a pensare sono opzioni deleterie e suicide. Il peso degli eventi e delle azioni ricade sul ritorno di chi sopravvive e non trova il modo di accettarsi e di riconoscere una casa. Il romanzo oscilla tra realismo e lirismo, offre pagine intense e altre dove rischia di diventare sfuggente e involuto. L'ambizione è alta e tutto sommato centra il bersaglio.

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    RICCARDO

    04/06/2016 00.01.18

    La guerra in Iraq descritta da un soldato americano. Distruzione, morte, crudelta', devastazione fisica e psicologica. L'orrore della guerra ferisce e uccide le persone non solo fisicamente ma le distrugge anche nell'animo. Triste e profondo, per capire l'assurdita' e inutilita' della guerra.

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    And the Oscar goes to ....

    30/04/2016 15.12.26

    All'inizio non mi piaceva ma l'ho apprezzato man mano che lo leggevo e particolarmente gli ultimi capitoli.

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    LEON

    01/09/2015 23.01.44

    Gran bel libro. Complimeti all'autore. Sensibilita' e crudezza si mescolano come raramente accade. La storia narrata ci restituisce una profondita' di sentimenti veri, lucidi, poetici. Avrebbe meritato il Pulitzer; nessun dubbio.

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    vecchioblister

    19/02/2014 16.54.32

    Libro durissimo, nella violenza della narrazione irachena, come nell'alienazione di quella americana. Mondi diversissimi eppure legati indissolubilmente, per incosciente responsabilità del protagonista, ma soprattutto per chi (finanzieri, politici, militari, industriali) ha deciso che dovessero esistere le guerre "per esportare la democrazia". E' proprio nell'asimmetria con un mondo già di per sé disperato, che non ha elmetto e fucile, che si respira più profondamente un dolore che sembra inevitabile; nella devastazione visiva e olfattiva che la guerra semina sono scritti i destini di tre ragazzi che non hanno avuto la possibilità di scegliere se e come farsi uomini. Eccessivo, a mio parere, il ricorso a descrizioni di ambiente attraverso colori e metafore, nonché l'uso di prosa poetica, quand'anche per introspezione, che a volte appesantisce il racconto. Ma pagine come quelle dalla 123 alla 127, un flusso di coscienza e poi un sogno, restano memorabili, elevano moltissimo il valore del libro, e già da sole lo renderebbero meritevole di essere letto. Cos'è la guerra, cosa lascia dietro e davanti: credo che poche volte si sia arrivati così vicino a farlo capire anche a chi non l'ha fatta.

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    Piergiorgio

    24/12/2013 20.50.51

    A me invece non è piaciuto. Troppo introspettivo e poetico, paranoico, quasi forzato. Forse l'ho letto troppo in fretta. Forse.

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    sordello

    27/09/2013 11.46.21

    Bellissimo, a tratti insopportabile per la crdudezza dellae descrizioni, sembra di essere lì in Iraq ma anche nelle periferie di un'America da dove tanti, troppi ragazzi di vent'anni sono partiti per non ritornare, in ogni senso. Un libro necessario, imperdibile.

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    Alice

    09/09/2013 12.52.07

    La guerra non fa per me. Non mi piacciono le armi. Non mi piace la barbarie che gradualmente si attacca alla pelle degli uomini che hanno a che fare con la guerra: l'individuo svanisce, si dissolve; restano solo i numeri. Quei numeri sono la conta dei cadaveri. Sono quelli che i due soldati, Murphy e Bartle, protagonisti di questo libro, scrivono assiduamente, nella speranza che sia qualcun altro a incrementarli, nella logica fredda e crudele del "Se muori tu aumentano le possibilità che non muoia io". Non mi piace la guerra esattamente per tutto ciò che questo libro trasmette. Ed è per questo che è indispensabile. Un libro necessario ha più valore. Ma Powers rilancia, aggiunge monete al piatto. E lo fa con la scrittura incredibilmente precisa, a tratti cruda, ma mai totalmente distaccata. È una chiarezza sofferente. E lo fa anche con la poesia. La poesia, in questo deserto costellato di cadaveri in putrefazione, arriva diritta al cuore. E cadavere è Murphy, che non riuscirà a tornare a casa, e lo stesso Bartle, sul quale la mano impietosa del ricordo giungerà a distruggerlo, a condannarlo, destabilizzandolo. Perché " a volte è difficile stabilirlo: la memoria è per metà immaginazione". E quindi la guerra continua anche dopo che è finita, anche dopo che tutti i cadaveri sono stati seppelliti, le medaglie al valore consegnate e appese al muro. Continua sull'aereo, quando la mano si stringe su un fucile che non c'è più. Continua nella testa, che ripropone per sempre il corpo mutilato del tuo migliore amico e che fa ammettere: "Io non lo so più come si fa a vivere lì fuori". Di un'onestà straziante, Yellow Birds colpisce nel segno, tratteggiando tre personaggi -Bartle, Murphy e Sterling- che, insieme, sono il ritratto di un solo uomo: lo stesso Powers.

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    Tomas il pittore

    27/08/2013 14.18.34

    Libro "divorato" in poche ore, per urlare al mondo -con cuore e unghie- il dramma di chi torna dall'inferno. Un pugno che picchia duro nello stomaco.

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    Antonio

    20/08/2013 13.27.41

    Avevo in mente di mettere solo una parola, all'inizio. Una parola sola. Quando ho finito il libro. Quella parola mi girava nel cervello, ronzava come un'ape. E mi son preso dei giorni per riflettere. Sul libro. E mi son venute in mente tante altre parole. Troppe per la verità. Ma, alla fine, quel ronzio mi sfrecciava accanto di continuo dribblando le altre parole. Ascoltando quel ronzio, mi son detto: «scrivi una recensione, solo una recensione, non una parola». E ho provato, ho provato un paio di volte ma non mi riesce, cavoli. Non mi riesce. Perché il ronzio è troppo forte. E allora, alla fine, forse, è meglio che io metta quel suono lì, quella parola che vibra l'aria qui intorno, che la metta lì, che tanto ce l'avevo in mente fin dall'inizio. Quella che avevo in mente subito dopo, dopo averlo letto. Dopo. E che m'è uscita di sfuggita senza neppure accorgermene. Solo che la parola che avevo in mente ha diversi significati e a volte ben poco a che fare con un libro del genere. Ma proprio niente. A volte. Diavolo. Eppure, pensandoci bene, è l'unica roba che son riuscito a pronunciare per cinque minuti, dopo, l'unica roba che m'è uscita, dopo aver finito questo splendido libro... E allora va bene così. va bene. Solo quella lì. Ci metto quella. Dico solo quella. Quella lì che m'è uscita dalla bocca accompagnata da un sospiro rassegnato mentre lo sguardo mi si rintanava in un angolo buio accompagnato da un paio di lacrime bastarde che ho ricacciato giù dal naso. Per non vederle. far finta di non vedere. Quella lì. Ci metto. E basta. Ci metto quella lì che esce ogni tanto a chiunque, prima o poi, forse, quando c'hai da dire tutto o magari quando non c'hai da dire proprio un bel niente. Una sola... una sola... Quella lì... Ci metto una sola parola: «Cristo...». Cristo, che storia. Cristo com'è scritta. Cristo... tuto quel che volete. Uno di quei casi in cui la parola non basta. Ma pesa. Pesa pure dirla. Se le dai un significato. Se lo ha. Se vuoi che l'abbia. «Cristo».

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    nicolaz

    19/08/2013 19.14.38

    Un po' deluso, un po' tutto sommato puo' andare. Toni sobri e poco pathos. Poi ho pensato al libro di Giordano "Il Corpo Umano" e, secondo me, Powers è più realista e meno "cacca-sesso" del libro di Giordano. E con una punta di poesia che non guasta mai. Malgrado cio', resto deluso. Invece, umanamente, molto bella la storia reale dell'autore. Chapeau.

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    Lorenzo72

    03/08/2013 19.52.20

    Un libro molto forte, intenso e scritto benissimo. Difficile dimenticare i pensieri, le paure, gli stati d'animo del protagonista. E mette a nudo, se ce ne fosse bisogno, la crudeltà della guerra, le cicatrici che lascia in chi la combatte.

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    davideconchiara

    16/07/2013 17.29.31

    Sono un libraio. Consiglio al cliente il libro dicendo: Non narra vicende di guerra. Te la fa respirare, andata e ritorno, quando c'è...il ritorno. Il cliente che accetta il consiglio, dopo qualche giorno torna, ringrazia e ne compra copia per amico/a parente etc etc. Dolorosamente magnifico

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    stefano

    13/06/2013 10.36.31

    Straordinario, crudo, straziante!

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    clara

    04/05/2013 13.29.40

    Finalmente un libro che parla della guerra in modo non banale, non pietistico ma che ci fa capire tutta la distruzione che porta non solo nei luoghi di guerra ma anche dentro le persone che direttamente o indirettamente ne vengono a contatto.

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