Collana: Zig Zag
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 10 maggio 2018
Pagine: 230 p., Brossura
  • EAN: 9788899918316
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    Instagram @brunitudo

    23/09/2018 20:02:04

    Alla sua vita una e plurima, molti sono stati introdotti da Carrère. Limonov riprende laddove il suo collega francese si è fermato e racconta di sè e della sua esistenza atipica dopo l'uscita dalla colonia penale. Sullo sfondo di una Syry (zona industriale - sic! - di #Mosca) racconta delle tante ragazze, dei figli avuti da un'attrice famosa e volubile, della relazione grottesca con una altrettanto grottesca spogliarellista, della "bulterrierina" che mal tollerava... Limonov è Limonov, non somiglia a nessuno. Coinvolge e lascia di stucco, è brillante nel torbido. Leggete questa autobiografia, vite sui generis come questa ormai non ne fanno più.

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Meglio non fidarsi troppo dei libri. È lo stesso Eduard Limonov – scrittore, politico nazional-bolscevico, anarchico e dissidente russo, reso celebre dalla spuria, divertentissima biografia bestseller di Emmanuel Carrère – a dichiararlo nella prefazione di questo volume, che il suo editore presenta come un’autobiografia: “Ritengo che questo mio libro sia un romanzo moderno”.

Zona industriale racconta i giorni di Limonov nella periferia di Mosca, a partire dalla sua uscita dal carcere nel 2003, a sessant’anni compiuti, tra vecchie e nuove fidanzate, guardie del corpo, la politica, la scrittura, gli incontri inaspettati. Come Limonov di Carrère era più una biografia dell’autore francese che un racconto affidabile della vita del “personaggio Limonov”, così Zona industriale sembra piuttosto il racconto di una periferia russa che, gradualmente, passa da desolata a senz’anima, da poetica a brutale: due diversi tipi di violenza, dove è facile intuire quale sia la preferenza dell’autore.

Chi avesse pensato che questa potesse essere una “risposta realistica” al libro di Carrère, sarà costretto a ricredersi. Il “Johnny Rotten della letteratura” – definizione dello stesso Limonov, da giovane – ha scritto un memoir che, pur nel suo cinismo e nel suo residuo vitalismo, è pervaso da una nota patetica, quella del vecchio punk che vuole continuare a essere il più figo di tutti. Ma il mondo è cambiato, e quel punk deve venire a patti con qualche stronzata, quelle che per tutta la vita ha cercato evitare. Ed è questa nota patetica che finalmente lo rende, se non più credibile, almeno un po’ più umano.

Recensione di Mario Bonaldi