Traduttore: P. Brusasco
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 3 settembre 2013
Pagine: 312 p., Brossura
  • EAN: 9788806213145

40° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Horror e narrativa gotica - Narrativa horror

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Descrizione
Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.

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Il viaggio nella narrativa di Colson Whitehead ci porta a New York, nel distretto di Manhattan, non più vivace baricentro di vita cittadina ma scenario deserto di un passato ormai lontano: l'intera umanità è caduta vittima di una terribile epidemia, un morbo oscuro è dilagato per le strade, ha tramutato gli uomini in zombie e trasformato la civiltà in sciami di non-morti affamati e pericolosi. I superstiti alla tragedia sono pochissimi, come da copione, e vacillano a metà tra la più acuta disperazione e la volontà entusiastica di ricostruire la società. Tra i sopravvissuti c'è anche Mark Spitz, trent'anni, celibe, professione spazzino (che nel gergo post-apocalittico di Zona Uno sta per "killer indiscriminato di zombie"): Spitz è il tipico esemplare di uomo medio senza infamia e senza lode, un tipo comune mai primo né ultimo, che fa della propria ordinarietà la corazza più solida per approcciarsi alla vita. È figura taciturna e riservata, che nella sua mediocrità si mostra però esageratamente complessa: da qui la narrazione, che gli orbita attorno, si piega alla sua personalità e si mostra anch'essa multiforme e sfaccettata. La tela narrativa è dunque più intricata di quel che sembra a un primo sguardo, e l'apocalisse abbattutasi sulla terra diviene per Whitehead superficiale pretesto per una riflessione altra, più allegorica e poliedrica: l'umanità è sull'orlo dell'estinzione, ma la speranza di un nuovo inizio tiene in vita i sopravvissuti; la civiltà del futuro tuttavia, fondata a parole su ideali di libertà e autonomia, finisce per sottostare alle stesse logiche del passato e ad arrendersi ai medesimi meccanismi di classe. Il potere è nelle mani di pochi e i pochi sono, esattamente come prima del disastro, ricchi, avidi e corrotti. Il lettore si trova dunque avviluppato tra le maglie di un tessuto a doppio strato, che da un lato è critica sociale lucida e tagliente, espressa dai pensieri di Mark Spitz e dai dialoghi con i comprimari, e dall'altro è destrutturazione ragionata del genere horror nei suoi toni più ludici e fumettisti. La fine del mondo è argomento ormai più che inflazionato, ma in Zona Uno viene declinato in maniera dichiaratamente inedita. Laura Savarino