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Philip Roth

Traduttore: V. Mantovani
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 182 p. , Brossura
  • EAN: 9788806220051

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    luciano

    21/07/2016 15.02.23

    Gilbert Zuckerman è uno scrittore trentasettenne che, al suo quarto romanzo "Carnovsky", raggiunge uno strepitoso successo, diventando molto ricco. La sua vita, ovviamente, cambia; è perseguitato dai suoi lettori, i giornalisti chiedono di intervistarlo, in TV terapeuti esperti analizzano il suo complesso di castrazione, non può più salire sull'autobus perché viene riconosciuto, addirittura il " il Re dei Filetti di Aringa" gli chiede " di fare pubblicità ai suoi stuzzichini in uno spot televisivo", qualcuno minaccia di rapirgli la madre. Zuckerman rimpiange la vita normale che conduceva prima della notorietà. Il romanzo, negli ambienti degli ebrei, da cui proviene, viene considerato scandaloso e indecente; qualcuno gli dice: "Ho letto il tuo libro. Fin dove ho potuto prima che mi venisse il voltastomaco..." Questo romanzo è un romanzo sulla libertà, sulla rottura di legami che limitano il nostro modo di essere. Dopo la morte del padre, che, al pari della madre, aveva sofferto per la pubblicazione del romanzo, Zuckerman dice a se stesso: " Non sei più figlio di tuo padre, non sei più il marito di una brava donna, non sei più il fratello di tuo fratello, e non vieni più da nessun posto"

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    Giuseppe Russo

    07/06/2014 06.42.37

    Scritto tra il 1980 e il 1981, «Zuckerman Unbound» è decisamente uno dei romanzi più freudiani tra quelli che hanno per protagonista il principale alter ego di Roth, che qui diventa una sorta di campione dell'autopunizione perché incapace di gestire il proprio improvviso successo come autore rispetto alle aspettative che la sua famiglia aveva nutrito per lui. Ne scaturiscono una curiosa angoscia da castrazione (che gli impedisce di tornare a scrivere per il timore di perdere l'attributo maschile che lo sta facendo conoscere nel mondo) e una forma piuttosto contorta di Edipo nei confronti di una madre che Nathan si trova improvvisamente costretto a porre in primo piano nella sua vita e quasi a dover proteggere, non essendo capace né desideroso di farlo. Ogni tentativo di allontanarsi dai propri doveri (ansia primaria per il protagonista, che non a caso si ritrova con un volumetto di Kierkegaard continuamente in tasca) viene vanificato dagli avvenimenti che si verificano intorno a lui e che lo fanno retrocedere da scrittore di successo a poveraccio. Se la vicenda non si gonfia fino a farne una sorta di «Cognizione del dolore» ebraico-newarkese è solo grazie ad una fortissima vis ironica, che ricorda al protagonista che, in fondo, «non devi fare altro che aspettare, e la vita ti insegna tutto ciò che bisogna sapere sull'arte dell'irrisione». E l'irrisione basta ad evitare il peggio.

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