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Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: VI-101 p.
  • EAN: 9788806137830

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recensione di Tranfaglia, N., L'Indice 1995, n. 4

"Non sappiamo quale sarà la misura del distacco dal passato dei nuovi assetti istituzionali che si preparano nel groviglio inestricabile della crisi presente", scrive Pietro Scoppola nelle pagine conclusive del suo saggio "25 aprile. Liberazione" e che ora pubblica Einaudi in una nuova serie, "Lessico civile", affidata alle cure di Gustavo Zagrebelsky. "Ma sappiamo per certo - prosegue Scoppola - , da una non smentita esperienza storica. che in nessun caso il passato si cancella, che forti elementi di continuità traversano sempre le stagioni di più intensa trasformazione. Capire il passato è stata sempre e rimane una condizione essenziale anche per orientarsi nel futuro e nel nostro passato vi è come punto di riferimento saldo e imprescindibile quell'evento che il 25 aprile ricorda e la successiva fase costituente".
L'una e l'altra affermazione sono alla base della riflessione che lo storico della "Repubblica dei partiti" (Il Mulino, 1991) e di molti altri saggi e ricerche sull'Italia liberale, fascista e repubblicana condotti nell'ultimo trentennio ritiene oggi necessaria per comprendere, e far comprendere, il significato di una data e di un fatto storico che molti ancora nel nostro paese rifiutano e altri celebrano come se si trattasse di una nebulosa retorica di cui non si può fare a meno ma che poco o nulla ha a che fare con la situazione e i problemi di oggi.
Scoppola sgombra subito il campo dall'obiezione che Augusto Del Noce, convinto sostenitore della tesi che fa del superamento dell'antifascismo un punto di partenza necessario per individuare l'identità della democrazia repubblicana, ha più volte avanzato affermando che l'unità antifascista degli anni trenta e quaranta si è dissolta quando nel 1947 socialisti e comunisti sono usciti (o meglio sono stati cacciati) dal governo De Gasperi e che cercare di farla rinascere e porla alla base della nostra democrazia è del tutto funzionale alla politica del partito comunista.
Scoppola ricorda che "il giudizio di Del Noce non tiene conto di un dato storico di grande importanza: quella unità antifascista, creatasi nel momento della lotta al fascismo, nella quale convergevano realtà diverse, alcune delle quali non avevano fatto fino in fondo i conti con i valori della democrazia, è stata qualificata positivamente in senso democratico non solo con l'esperienza del Cln ma anche e soprattutto nel lavoro e nella sia pur difficile convergenza all'Assemblea Costituente sulla nuova Costituzione".
In altri termini l'autore replica non solo a Del Noce ma a tutti gli studiosi che negli ultimi tempi hanno individuato nella presenza centrale dei comunisti nelle coalizioni antifasciste dopo il 1934-35 la contraddizione insuperabile dell'antifascismo democratico, ricordando che la scelta democratica dei comunisti, nel caso italiano, avviene in maniera incontestabile nel processo di costruzione e di difesa della democrazia repubblicana.
È un argomento questo rispetto a cui non ci è ancora accaduto di sentire da parte degli storici revisionisti repliche convincenti. L'analisi delle istituzioni cui collaborano i comunisti italiani durante la guerra civile del 1943-45 e la partecipazione, per molti aspetti determinante, data al disegno costituzionale nato proprio dal lavoro di cattolici come Dossetti e Mortati, di laici come Perassi e Ruini, di comunisti come Terracini e Laconi, dimostrano, senza possibilità di equivoci, che l'accettazione della democrazia fu un terreno comune decisivo nella coalizione antifascista.
Certo, quel lavoro non fu senza limiti e senza contraddizioni (e Scoppola indica, come altri osservatori, la necessità di rimeditare alcune norme della seconda parte della Carta costituzionale che più risentirono di concezioni non adeguate alle lezioni del secolo: come, per far soltanto un esempio paradigmatico, l'irrisolta ambivalenza tra democrazia parlamentare e democrazia dei partiti che ha caratterizzato il primo cinquantennio repubblicano.
Al di là di un simile, decisivo argomento sul piano storico, si deve aggiungere peraltro che ragiona in maniera assai astratta e antistorica chi pone ora a confronto con una concezione odierna della democrazia le forze politiche e gli uomini che dovevano scegliere allora e in quel momento tra lo stalinismo sovietico, i cui orrori sono grandi e ancora non del tutto commensurati, e il nazionalsocialismo hitleriano alleato con il fascismo mussoliniano. La scelta doveva essere in quegli anni netta e drastica, senza infingimenti ed esitazioni, e le democrazie occidentali erano impegnate in uno scontro mortale contro i fascismi, non contro il regime di Stalin: con questo dovevano fare i conti in tutto l'Occidente i democratici e in gran parte - se si esclude la disperazione di uomini che pur venivano dalla sinistra come il francese Doriot o l'italiano Tasca e che precipitarono nei gorghi del collaborazionismo di Pétain - optarono per gli alleati delle grandi democrazie e quindi anche per la dittatura oppressiva del georgiano.
Del resto non si può dire - e Scoppola non lo dice - che da parte della cultura cattolica dominante la democrazia fosse l'obiettivo di fondo: chi come lui ha illuminato a fondo i compromessi e le contraddizioni della Chiesa cattolica durante il ventennio sa quanti equivoci ci fossero anche da quella parte rispetto a una concezione moderna della democrazia quale è quella con cui oggi cerchiamo di fare i conti.
Quel che importa, dunque, è l'esito dell'incontro, sul piano programmatico e costituzionale, tra forze che pure - come è nel caso di quelle cattoliche e di quelle comuniste - si rifacevano a concezioni della società che non venivano dalla tradizione democratica occidentale del filone francese o di quello anglosassone. "Per la costituzione repubblicana può valere perciò - osserva lo storico - quella identificazione tra antifascismo e democrazia che non può essere affermata invece n‚ sul piano astratto dei principi n‚ sul piano storico generale".
In questo senso si può dire che il discorso di Scoppola, chiaro, documentato, di piacevole lettura, è un contributo importante da parte della cultura del cattolicesimo democratico che si rifà all'esempio di De Gasperi per eliminare gli equivoci che un revisionismo , a volte superficiale a volte assetato di nichilismo autodistruttivo, sta rovesciando da qualche anno sul periodo cruciale della storia nazionale.
Ma non è difficile prevedere che, nei prossimi mesi e anni, altri attacchi saranno portati con grande clamore a quello che molti, a cominciare da chi scrive, considerano il nucleo essenziale dell'identità italiana dopo il fascismo, vale a dire la lunga lotta di chi si oppose a una dittatura oppressiva e cercò di costruire in carcere o in esilio un'Italia nuova e democratica.
Uomini come Giovanni Amendola, Carlo Rosselli, Antonio Gramsci, Francesco Luigi Ferrari, LEmilio Lussu, Luigi Sturzo e tanti altri: assai diversi tra loro ma tutti persuasi della necessità di abbattere il regime di Mussolini e di creare un paese che in futuro non avesse più bisogno n‚ di tiranni n‚ di eroi.