Traduttore: M. Gini
Curatore: P. Biskind
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2015
In commercio dal: 23 aprile 2015
Pagine: 340 p., Brossura
  • EAN: 9788845929953
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Descrizione
«A me non piacciono, i film. Mi piace farli». Una delle battute più celebri di Orson Welles sembrerebbe un paradosso, se si considera che di film propriamente intesi questo puro genio ne ha girato uno solo, a 24 anni, nel 1939, e che da quel momento $no alla sua morte i film li ha più che altro raccontati, immaginati, cominciati, interrotti, perduti, ritrovati – o se li è fatti massacrare. Ma per chi conosce bene la sua storia il paradosso è un altro, e cioè che proprio quella specie di fantasticheria permanente in 35 millimetri, che Welles sottoponeva a chiunque avesse voglia di ascoltarlo, ha $nito nell'immaginario di tutti per diventare il cinema – una sostanza quasi alchemica che i $lm in sala contengono spesso solo in tracce. Per tutti gli altri, che magari di Welles conoscono solo l'immagine, o il frammento di una delle innumerevoli leggende da lui stesso messe in circolo, queste conversazioni settimanali con Harry Jaglom a un tavolo del Ma Maison di Los Angeles costituiscono la migliore introduzione possibile a una biogra$ a per definizione più grande del vero, raccontata quasi dalla stessa voce che aveva tanti anni prima reso celebre, alla radio, il suo protagonista. Dove gli episodi verosimilmente $ttizi, come l'affair con Norma Jean Baker prima che diventasse Marilyn, le battute probabilmente ritoccate («Io e lei siamo i due più grandi attori d'America» Welles sostiene gli dicesse Roosevelt a ogni incontro) e i giudizi che invece suonano piuttosto sentiti (Marlon Brando| «un salsiccione») sono altrettanti trucchi dell'illusionista Welles per condurre il lettore al centro della più fascinosa macchina da intrattenimento di sempre, e fargliela vedere da vicino, come fosse la prima volta.

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    Cristiano Cant

    20/06/2018 03:53:27

    L'efferata sincerità di un genio, i suoi fastidi, le sue convinzioni, le sue rasoiate senza risparmi attorno a quell'astro di felicità, malattia e contraddizione che fu e tuttora resta Hollywood, un guscio unico, come sospeso in una favola tragica, in questa balera di mondo. Non si deve temere di origliare, di spiare nascosti da una serratura se dall'altra parte c'è questo gigante. A livelli così alti il pettegolezzo finisce per diventare leggenda, letteratura, poesia. I soldi, maledizione e necessità per sviluppare il proprio cinema, la rincorsa a trovarli, ad avere finanziamenti, con i film interrotti per mancanza di fondi, spezzoni e tralci di lasciti meravigliosi, come scintillanti e fastosi figli amputati ma già perfetti. Da qui il tanto fiele verso quel mondo, le frustrazioni e le invidie per quello che poteva essere, in una coscienza di sè che però sa anche diventare stanchezza, ironia, commiato: "Noi registi siamo dei poveracci, con poco bagaglio. Arriviamo con una borsa per la notte e ce ne andiamo a mani vuote. In quei vecchi elenchi dei più grandi film ci sono nomi totalmente scomparsi. Ora che la mia carriera è solo un ricordo sono ancora qui, come una specie di monumento, ma arriverà il momento in cui scomparirò del tutto, come se mi si aprisse una botola sotto i piedi. Preferirei una conclusione alla Verdi, che da giovane Verdi fece dei lavori magnifici. Molto presto. Fu acclamatissimo. Gli anni della maturità li passò a supervisionare le messe in scena e a orchestrare i lavori precedenti. Banalità. Poi, da vecchio, un giorno qualcuno andò a dirgli: “È morto Wagner”. E lui si riaccese. Compose i suoi capolavori negli anni successivi, dopo decenni di vuoto". Ecco, tanta scintillante franchezza è in quei nastri, Orson non mentiva, era e rimane uno dei più grandi prodigi del Novecento artistico, famelica voracità di fare e amare il cinema e declino non meno potente. Libro bellissimo, astioso quanto basta per elevarlo a indispensabile.

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