Acciaio contro acciaio

Israel J. Singer

Traduttore: A. L. Callow
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2016
Pagine: 240 p., Brossura
  • EAN: 9788845930805
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Descrizione
Le strade roventi popolate da orde di mendicanti, da cortei funebri, da bande militari tedesche che incedono con grande strepito, dai temuti Ussari della morte che sfilano in tutto il loro minaccioso splendore, da individui affamati e senza casa che si aggirano con espressione apatica, indifferente. Il gigantesco cantiere sulla Vistola dove gli operai - russi, ebrei e polacchi si sfiancano assonnati e indolenziti, perennemente sovrastati dal fragore delle onde, dal rombo dei macchinari, dal ruggito delle voci che sbraitano in varie lingue. È la Varsavia che accoglie Binyamin Lerner, reduce da nove mesi sul fronte galiziano nella fanteria dello zar. E più che mai deciso a sopravvivere, anche a prezzo della diserzione, a conquistare il suo destino in un mondo divelto dalle fondamenta: a contrastare, acciaio contro acciaio, l'inesorabile violenza della Storia. Una violenza che Singer ha vissuto sulla propria pelle e nella quale - mentre seguiamo Binyamin dal vertiginoso caos di Varsavia a una comune agricola in Polesia e infine a Pietroburgo, cuore della Rivoluzione - ci sprofonda, letteralmente, con la prodigiosa maestria che i molti lettori della Famiglia Karnowski hanno imparato a conoscere.

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    MD

    27/03/2018 16:48:59

    “Acciaio contro acciaio”, in yiddish “Shtol und Ayzn”, cioè “Acciaio e ferro”, è un primo esempio di narrativa autobiografica nello stile realistico di I.J. Singer; ad esso farà seguito, dopo una lunga pausa, il capolavoro intitolato “Yoshe Kalb”. Ma mentre in quest’ultima opera Singer ritrae il mondo hassidico e la figura misteriosa di un talmudista che sembra aver scordato chi è, e ritorna nello shtetl per seminare incertezza e scontento, in “Acciaio contro acciaio” domina il “tipo dell’uomo moderno che non si identifica in alcun partito, in alcun dogma, che deve seguire la sua strada personale” (Isaac Bashevis Singer). Come in un esilio prolungato, Binyamin Lerner è sempre sotto un giogo: quello della guerra come militare russo, quello della clandestinità, quello della difficile vita familiare, quello del lavoro forzato alla ricostruzione di un grande ponte sulla Vistola per conto dei soldati tedeschi. Unico spiraglio di luce è l’amore per Gitta, un’ebrea che si affeziona e poi si innamora di Binyamin quando suo padre Baruch Yosef lo accoglie in casa come disertore. La scrittura, pur trattando un argomento e un periodo drammatico, è lieve, non sentimentale però, piuttosto nella sua fluidità smorza il tono grave del discorso, è capace di osservare il mondo con scetticismo e solleva l’anima, una polvere d’oro che si irradia con un languore sontuoso, esattamente come la luce sulle pareti candide dell’appartamento di Reb Baruch Yosef a Varsavia. Lo consiglio a tutti gli amanti della buona letteratura ebraica.

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    angelo

    24/08/2016 14:57:32

    Ingredienti: un disertore ebreo in un paese conteso da stranieri, la città di Varsavia devastata dalla 1° guerra mondiale, la ricerca di cibo, denaro e lavoro per la sopravvivenza, la lotta eterna e quotidiana per non essere oppressi o farsi rispettare. Consigliato: a chi vuol vedere la reazione di un uomo qualunque ai grandi eventi del novecento, a chi vuol osservare l'assurdità della storia con uno sguardo disincantato e obliquo.

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L’acciaio, la materia più emblematica della modernità, echeggia nei titoli di due tra i capolavori della narrativa mondiale della Grande guerra, palingenesi dell’orrore di massa e di una nuova, feroce età del ferro: Nelle tempeste di acciaio, di Ernst Jünger e nell’Acciaio contro acciaio del romanzo di esordio di I. J. Singer, scritto nel 1927 in yiddish(...). Il protagonista di questa narrazione febbrile, epica e corale è l’ebreo polacco Binyamin Lerner, soldato della fanteria dello Zar, in licenza a Varsavia e prossimo alla diserzione: la città è occupata dai tedeschi, dove “per le strade roventi schiere di mendicanti si assiepavano contro gli edifici scrostati”. Nell’arco di tempo del romanzo (1915-1917), l’ordine mondiale implode, prima nel conflitto in Europa per poi deflagrare con la rivoluzione russa. Il destino assegnato da Singer al suo anti-eroe sarà quello di attraversare gli sconvolgimenti della storia che stanno determinando il corso del cosiddetto “secolo breve”. Abbandonato l’esercito imperiale, Lerner si nasconde nella casa di uno zio, si innamora della cugina, lavora nel cantiere sulla Vistola comandato da un atroce ufficiale tedesco; aiuta ad organizzare uno sciopero, si sposta in Russia dove collabora ad una comune per diseredati; viene fatto prigioniero e riappare infine alle porte del Palazzo di Inverno. Binyamin non è esattamente “l’ultimo dei giusti” ma incarna un ethos individuale (…), e istintivamente si schiera dalla parte degli infimi. Se il racconto traccia le peregrinazioni e le disavventure dell’ex soldato, le folle di profughi, in costante movimento, sono lo sfondo collettivo del romanzo. E, tra questi, gli ebrei, ultimi degli ultimi, scacciati dalla guerra e dalla minaccia dei pogrom (…). In quelle campagne dove l’instancabile Binyamin tenta, inutilmente, di dare ordine al caos e speranza ai reietti, trasformando un campo di profughi litigiosi e disperati in un villaggio operoso, il desolante affratellamento della morte domina il paesaggio: “fosse comuni di tedeschi, austriaci e russi si stendevano a perdita d’occhio”. Ma la storia non si ferma, né con essa la metamorfosi di Binyamin che si ritrova a Pietroburgo in quel fatale ottobre 1917: “La strada era la sua casa, i palchi dei comizi la sua tavola, i proclami e i volantini il suo cibo, il fermento la sua gioia”. E il romanzo termina in quell’istante esatto, una sorta di magica sospensione prima che il tempo acceleri con un nuovo, sanguinoso cominciamento che durerà tragicamente per i settant’anni successivi: “L’attacco iniziò intorno alla mezzanotte. A testa bassa si lanciarono verso il Palazzo”.

Recensione di Ennio Ranaboldo


Il romanzo è una carrellata incessante sulla pazzia del Novecento, una fotografia in continuo movimento su un uomo disposto a tutto pur di riconquistare la propria libertà, anche a maledire e ripudiare le proprie ingombranti origini.

Gli ebrei contro la Storia. Sfida impari, in cui i primi sono destinati, come da copione di una amara commedia nera, alla sconfitta. Annichilito dalla ripugnanza dell'animo umano e soprattutto da un senso di ineluttabile rassegnazione al male, il popolo ebraico pare predestinato alla sofferenza. Migliaia di testi sono dedicati ad un'aporia che ha ispirato le pagine più drammatiche e solenni della letteratura occidentale, in pochi tuttavia sono riusciti a rappresentare il senso di smarrimento degli ebrei meglio dei fratelli Singer.
Acciaio contro acciaio di Israel Singer è un manifesto di tragicommedia in salsa yiddish sull’impossibile solidarietà tra gli esseri umani. L’autore ci racconta di un giovane uomo, Binyamin Lerner, alla ricerca del proprio posto nel mondo, in lotta contro un destino pronto a fagocitarlo nella miseria del primo conflitto mondiale. Sullo sfondo la Polonia negli anni della Grande Guerra, alla vigilia dell'ennesima spartizione tra Germania e Russia. La popolazione ebraica di Varsavia non sa con chi schierarsi, in ogni caso si prospettano pogrom e carestie. Binyamin è appena tornato dal fronte per un breve congedo. La città brulica di soldati russi ubriachi, orfani nudi, prostitute malate e altri disperati che attendono con perversa mestizia il passaggio del triste mietitore. Il caldo è soffocante. Tempo di un bagno nella Vistola e di una dormita sotto quel ponte che i russi vogliono far saltare per rallentare l’avanzata tedesca, che Binyamin è già un disertore per non essersi presentato in tempo al comando dei servitori dello zar Nicola. In città l'unico a poterlo proteggere è lo zio Baruch, un possidente caduto in malora per dei cattivi affari in terra austriaca, un ometto grottesco e ridicolo, ma di buon cuore.
Gitta, la figlia di Baruch, nonché cugina del protagonista, è il grande amore di Binyamin. Ritrovatisi sotto lo stesso tetto, pare inevitabile che l’amore possa finalmente consumarsi, ma una sciagura si abbatte sulla coppia. Baruch ha promesso la figlia a un ricco amico in cambio della remissione dei debiti. Binyamin è un ostacolo alla resurrezione delle finanze dello zio. Da quando si è ripresentato a casa, Gitta non ne vuole sapere di sposare altri uomini all’infuori del cugino. Binyamin deve sparire. Disertore per i russi, il protagonista sceglierà il male minore, consegnandosi ai tedeschi appena giunti in città per ricostruire quel ponte sotto cui passò quella magica nottata di relax. Ora ad attenderlo ci sono le fatiche disumane dei lavori forzati e una prigionia da cui in pochi riusciranno a uscire vivi. Affronterà l’intolleranza degli ufficiali tedeschi e il disprezzo degli altri prigionieri polacchi, lottando nel frattempo contro la rassegnazione degli altri ebrei, fiaccati dal degrado fisico e morale.
Qui Singer offre il meglio. Il suo popolo, rappresentato come se fosse sempre pronto a farsi trascinare nel baratro dagli eventi avversi, diventa oggetto caricaturale di descrizioni amaramente tragicomiche, in cui nessuno viene risparmiato, né l’ebreo ashkenazita ortodosso né i giovani in fuga dalla campagna e dal soffocante tradizionalismo.
In prigione Binyamin conoscerà anche il socialismo, capace di radicalizzarlo e prepararlo a una rivolta carceraria. All’orizzonte la Rivoluzione di Ottobre, un evento a cui il protagonista non ha intenzione di assistere dietro alle sbarre. Potrebbe riabbracciare Gitta, nel frattempo fuggita dal padre padrone, ma Lenin lo attira di più…

Il romanzo è una carrellata incessante sulla pazzia del Novecento, una fotografia in continuo movimento di un uomo disposto a tutto pur di riconquistare la propria libertà, anche a maledire e ripudiare le proprie ingombranti origini. Singer in questo testo del 1927, pubblicato nel 2015 da Bollati Boringhieri con il titolo La fuga di Benjamin Lerner, riesce ad essere struggente ma anche divertente, grazie alla caratterizzazione dei comprimari, animati da una costante litigiosità smaccatamente yiddish, ricca di spunti comici. Ad emergere tuttavia, con una lucidità di giudizio disarmante, è il ritratto tragico e commovente di un uomo che rappresenta l’ebreo moderno, solo nell’universo, cosciente che il peggio dovrà ancora arrivare.