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Edmondo Berselli

Editore: Mondadori
Collana: Saggi
Anno edizione: 2007
Pagine: 180 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804572626
Ma sarà poi vero che quando Modugno nel 1958 "ragliava volare" gli italiani "capivano Autostrada del Sole", Fiat Cinquecento e Seicento, e addirittura "partecipazioni statali", Eni, Enrico Mattei, Giorgio Bocca, Sophia Loren, e, naturalmente, "fabbriche" e "addio al lavoro nei campi"? Duole, in questo contesto, esigere un po' di necessaria filologia. Cosa accadeva infatti al cantante "con i baffetti da figaro" (simpaticamente esaltato allora da Massimo Mila) che sognava una fanciulla (danese come la sirenetta?) con gli occhi "blu come un cielo trapunto di stelle"? D'improvviso veniva dal vento rapito e incominciava a volare nel cielo infinito. Quel che è certo è che, ascoltando l'esuberante Mimmone, gli italiani innamorati di una morale premoderna, assai più vicina a padre Pio che a papa Giovanni, volevano scappare da tutto quel che evoca Berselli. Forse non proprio da Sophia Loren (e come si fa?), ma certissimamente, mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù, volevano scappare da Enrico Mattei buonanima (lasciato in effetti solo e assassinato nel 1962 dalla mafia e dalle sette sorelle) e anche da Giorgio Bocca.
In realtà questo libro sui "favolosi anni '60" è pesantemente condizionato, all'inizio del quarantennale del perverso Sessantotto, più dagli adrenalinici languori infantili e adolescenziali dell'autore – il quale non può dimenticare che la parola "Lollo" voleva dire "seno", "petto", "in sostanza un paio di zucche così" – che dalla ricostruzione delle straordinarie trasformazioni di un decennio. C'è però un'altra rivelazione che noi, insieme a lui, faremo fatica a dimenticare. Seduto sul vasino, Berselli, classe 1951, a tre anni snocciolava la formazione del Milan (era il 1954, l'anno della morte di un De Gasperi citato assai meno della metà di volte in cui viene citato Celentano), anche se poi lo stesso Berselli qualche anno dopo s'invaghirà delle malandrinate di Omar Sivori. Nessuno a questo punto esploda in un tonante "echissenefrega": sarebbe intollerabilmente troppo facile. E poi arrivarono, insieme alle canzoni di Achille Togliani (che qualcuno apostrofava Achille Togliatti), "Blek Macigno", Mandrake e soprattutto gli "Albi del Falco", dove si pubblicava "Nembo Kid", divenuto poi più celebre e meno amato come "Superman".
Siamo insomma davanti non a una traiettoria degli anni sessanta, come il libro in qualche modo si presenta, ma a un troppo lungo e pateticamente contorto "je me souviens" (con Mariolino Corso citato una volta di più di Gregory Corso), purtroppo lontanissimo dal capolavoro omonimo di Perec (1978) e distante anche da quello che tutti noi, over fifties o anche over sixties, senza pretese, e chiacchierando di sera tra amici, potremmo fare. Ed ecco allora Pepito che mostra il suo corazòn, please, please me, un po' di hula hoop, cieli che appaiono nella stanza, l'assassinio di Kennedy bello e cattolico, Satisfaction, un po' di scontri sociali e politici, l'insuperabile Pelé, il miracolo economico (che pare interessare soprattutto perché così è stato definito dal "Financial Times"), il tanto atteso centrosinistra, giacchettine, frangettine, stivaletti, berrettini, musiconzole gné-gné, chitarre, capelli lunghi, i cantautori, Diabolik e i "prolungati ludi erotici con Eva Kant". Poca letteratura, poca poesia, poca arte, quasi niente cinema. E invece lei, con il colpo al cuore (e forse anche ai polmoni) che procura, Mary Quant, la minigonna.
Tutte cose che attendono ancora uno storico vero che le metta in fila, che le collochi negli anni non del disimpegno, come appaiono in questo libro, ma dell'Algeria, del Viet Nam, dell'America Latina, delle lotte operaie, del consumismo, della società dello spettacolo. Anni, certo, di formidabili cambiamenti, ma anche di deragliamenti e di indignazioni davanti alle guerre, al razzismo, alla pena di morte, all'oppressione delle donne, al clericalume per nulla pallido e assorto, allo stalinismo costantemente risorgente, alla strategia della tensione iniziata ben prima del '69. Anni che non vengono fermati dal Sessantotto, come pretende Berselli, ma che del Sessantotto costituiscono la premessa. Il Sessantotto è insomma la conseguenza di un decennio e non l'accartocciarsi del decennio stesso nella politica dura. Non è soprattutto la rivoluzione tetra che perverte e soffoca la rivoluzione allegra. Non vi è stata del resto nessuna rivoluzione, né prima né durante né dopo il Sessantotto.
Il libro di Berselli è, invece, da questo punto di vista, identico ai nostalgici residui dell'estremismo panideologistico. E i suoi esibiti turgori adolescenziali fanno venire in mente le parole di Talleyrand messe all'inizio di un grande film di Bertolucci (qui mai citato), Prima della rivoluzione (1964): "Celui qui n'a pas vécu (…) avant la Révolution ne connaît pas la douceur de vivre". La "douceur de vivre" è qui quel che precede il Sessantotto: un paio di zucche così e le gambe denudate da Mary Quant nella swingin' London. Cose viste in tutte le stagioni. E ora, con Corso che non gioca più dal 1973, "que reste t'il de nos amours", come canterebbe non il grande Talleyrand, ma il minuscolo Berlusconi?   Bruno Bongiovanni

Recensioni dei clienti

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    lois76

    16/11/2008 00.48.23

    Credo ch l'autore abbia raggiunto il suo obiettivo:lanciare un messaggio forte rispetto a ciò che si vuole far credere artatamente.E cioè che il '68 è stato l'inizio di una nuova era.Non credo neanche,come d'altra parte anche Berselli ci trasmette,che il '68 abbia rovinato tutto.Ma certamente bisognerebbe analizzare con più obbietività le vicende di quegli anni e con onestà sottolineare oltre a ciò che di buono ne è derivato anche ciò che di esiziale per la nostra attuale società ne è scaturito.

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    Silverio Tomeo

    17/10/2008 13.36.50

    Lo sto finendo di leggere per dovere (una mia documentazione ad hoc), ed è un libro attraente e insieme desolante. Sono certo che per me e per molti come me quel mondo vagheggiato non esisteva (sono coevo di Berselli). Le inquietudini migliori ebbero un "salto" nell'anno dell'evento-'68, tutte le altre cose percepite erano sciocchezze provinciali di un paese bigotto, soggetto al boom economico, spossessato culturalmente da una pessima modernità senza democratizzazione, con un lungo secondo dopoguerra che in realtà fu il più lungo d'Europa e attraversò tutti gli anni '70. Le compiaciute notazioni di costume, utili e corpose, non danno il clima di povertà dello spirito, di soggezione, di estraneità a una politica partecipata, di greve autoritarismo, dell'Italia pre-'68.

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    Laura Barone

    08/01/2008 18.51.25

    Finalmente un libro che ha il coraggio di dire quello che molti coetanei di Berselli abbiamo sempre pensato: " Il 68 ha rovinato tutto". Mi sono ritrovata al 100% nei ricordi di Berselli, nei ritratti di personaggi dell'epoca (tipo i cattolici e le cattoliche del dissenso) eppure sono sempre vissuta in un mondo geograficamente molto lontano da quello dell'adolescenza di Berselli.

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    CLAUDIO

    19/12/2007 08.38.47

    Non metto 5 perchè non è un capolavoro, ma un bel libro ben riuscito. Forse è perchè sono praticamente coetaneo di Berselli, ma ho rivissuto nella sua esperienza degli anni 60 molto della mia. Sempre caustico e incisivo nella narrazione come negli altri libri.

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