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Lucio Magri

Editore: Il Saggiatore
Collana: La cultura
Anno edizione: 2012
Pagine: 288 p. , Brossura
  • EAN: 9788842818618
A due anni dalla morte di Lucio Magri, tre dei compagni che hanno condiviso il suo lungo e travagliato percorso nella storia del comunismo italiano raccolgono in questo volume una serie di contributi che aiutano a far luce su questa figura che è andata assumendo sempre più i caratteri di protagonista intellettuale della sinistra europea. Diciamo europea a ragion veduta, perché Il sarto di Ulm (quella "possibile storia del Pci" a cui dedicò gli ultimi anni della sua vita; il Saggiatore, 2009, cfr. "L'Indice", 2010, n. 2) è stato tradotto in inglese, meritandosi una recensione niente meno che di Eric Hobsbawm sulla "London Review of Books"; e nel volume è riprodotto il ricordo di Magri che Perry Anderson ha pubblicato sulla "New Left Review", in cui non esita a definirlo "l'unico intellettuale rivoluzionario in grado di pensare in sintonia con i movimenti di massa sviluppatisi durante il corso della sua vita". Non appare dunque un semplice omaggio alla sua memoria l'iniziativa che un gran numero di compagni che gli sono stati vicini nella sua lunga avventura politica hanno deciso di intraprendere: la costruzione di un sito (www.luciomagri.com) che "vuole mettere a disposizione tutti i suoi scritti e aprire uno spazio di riflessione collettiva". Alla ricerca di un altro comunismo si compone sostanzialmente di tre parti. La prima è una lunga e bella prefazione di Luciana Castellina, che oltre a essere stata per anni compagna di vita di Magri ne ha condiviso in gran parte l'esperienza politica: prima nella sinistra del Pci, poi nel "Manifesto rivista" (che porta entrambi, insieme a Rossana Rossanda e Aldo Natoli, all'espulsione dal partito), infine nel complicato percorso che attraverso il Pdup lo vede riapprodare al Pci nel 1984, opporsi al suo scioglimento nel 1990 ed essere protagonista della nascita di Rifondazione comunista. Castellina ripercorre queste tappe con un pacato distacco e con tocchi di disincantata leggerezza, come quando ricorda che i giovani della Fgci regalarono a Pietro Ingrao un paio di mocassini (calzatura allora piuttosto audace per un funzionario del Pci) accompagnato da un biglietto che diceva "Cammina coi tempi, cammina con noi". Rivendica gran parte delle scelte compiute ma non lesina spunti autocritici. E questi appaiono ancora più accentuati nella lunga conversazione che Magri intrattiene con gli amici e compagni Famiano Crucianelli e Aldo Garzia nell'anno che precede la sua volontaria uscita di scena: quasi un appassionato flusso di coscienza in cui traccia un bilancio lucido della sua vita politica, senza fare sconti né a se stesso né a quel Pci che resta in tutta evidenza, prima e dopo la sua mutazione e la sua fine, il punto di riferimento obbligato della sua riflessione e delle sue scelte. E alcuni passaggi della conversazione sono illuminanti, anche più di quanto fossero le pagine del Sarto di Ulm: si veda per esempio la definizione della "sinistra comunista", che "nella sua idea originaria voleva essere un punto di mediazione, un ponte, fra i movimenti e la tradizione comunista": funzione che le fu negata (o molto ridotta) dallo spostamento a destra dell'XI congresso del Pci del 1966, dai limiti del movimento, e dalla radiazione del gruppo del Manifesto nel 1969. "A tanti anni di distanza – confessa Magri – penso che quell'esito fosse inevitabile ma che noi avremmo dovuto gestire in modo diverso quel delicato passaggio. (…) Avremmo dovuto selezionare diversamente le priorità nel confronto interno, per esempio dovevamo insistere con più forza sul tema del partito: la sua natura, la sua realtà concreta, il suo rapporto con i luoghi di lavoro e i suoi meccanismi interni". Non mancano giudizi molto critici sull'incapacità del Pci di cogliere il momento di straordinaria novità che fu rappresentato dalle lotte del 1968-69, per il peso di una cultura politica che dopo Togliatti (per il quale Magri, come tutto il gruppo del Manifesto, mostra con il passare degli anni una crescente ammirazione) non era stata più capace di rinnovarsi. Ma il legame con il partito resta una specie di cordone ombelicale che Magri (come in altro modo Aldo Natoli) non riesce e forse non vuole davvero tagliare: fino a compiere la scelta di rientraci all'epoca del "secondo Berlinguer", quello che aveva voltato le spalle al compromesso storico ormai fallito e puntato con forza sulla "diversità" del Pci. La terza parte del volume raccoglie, in poco più di centoventi pagine, una scelta di scritti particolarmente significativi di Magri, che da soli meriterebbero una recensione più ampia di questa. Sono scritti che scandiscono alcuni momenti decisivi del suo percorso politico, dei quali almeno tre possono essere segnalati: il breve saggio sulle novità del neo-capitalismo pubblicato su "Les Temps modernes" nel 1962, l'articolo ancora più breve uscito sul "Manifesto" del 24 agosto 1972, Breve la vita felice di Lord Keynes, una preveggente analisi dei primi sintomi di una crisi storica del capitalismo, e la relazione al congresso di Rifondazione comunista del 1993, densa di spunti straordinariamente attuali. Aldo Agosti