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Un altro tempo. Testo a fronte

Wystan Hugh Auden

Curatore: N. Gardini
Editore: Adelphi
Edizione: 2
Anno edizione: 1997
Pagine: 216 p.
  • EAN: 9788845912900
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recensione di Rognoni, F., L'Indice 1998, n. 2

"Another Time" (1940) è il primo libro "americano" di Wystan Hugh Auden (1907-73), un poeta che - a soli trentatré anni - era già così autorevole, così "pubblico", da essersi guadagnato un'allusione niente meno che nel "Finnegans Wake" (1939) di Joyce (dove, è vero, s'allude a tutto l'alludibile); mentre, negli ambienti letterari inglesi, gli anni trenta venivano etichettati come "età di Auden" prima ancora che finissero. Non era, insomma, un autore alle prime armi o in cerca di fortuna, il giovanotto con le orecchie a sventola che, il 26 gennaio del '39, in compagnia dell'inseparabile Christopher Isherwood, arrivava in una New York stretta nella morsa del ghiaccio. Due giorni più tardi, nel sud della Francia moriva William Butler Yeats - cui Auden, nel giro di qualche settimana avrebbe dedicato un'elegia che è fra le sue cose più alte: "Disparve nel pieno dell'inverno: / i ruscelli erano gelati, gli aeroporti quasi deserti, / e la neve sfigurava le statue pubbliche; / il mercurio sprofondava nella bocca del giorno morente. / Sì, tutti gli strumenti concordano: / il giorno della sua morte era un giorno scuro e freddo".
È sempre in "In memoria di W.B. Yeats", che si legge quella famosa affermazione - "la poesia non fa accadere niente" - così apparentemente paradossale per un poeta impegnato come Auden. La quale non inaugura una fase di disimpegno, o disperato disincanto, quanto la consapevolezza di una dialettica più complessa e conflittuale fra "poesia" e "politica" - dove, se mai vi sarà riscatto dalla Storia, esso avverrà non tramite l'incitamento all'azione, ma attraverso la fedeltà al linguaggio: "Il Tempo che è insofferente / con l'ardito e l'innocente / e insensibile in un giorno / ad un corpo tutto adorno, // il linguaggio onora, e approva / chi gli dona vita nuova".
Ed è qui, probabilmente - oltre che nell'inquietudine omosessuale (e infatti a New York Auden avrebbe presto trovato il grande amore, Chester Kallman, cui "Un altro tempo" è dedicato) -, una delle chiavi del volontario esilio, o ritiro, americano di Auden (le stesse ragioni d'integrità umana e artistica, oltre che di libertà sessuale, che valgono anche per Isherwood).
Ma veniamo a "Un altro tempo", che - proprio perché così di transizione, sospeso "tra due mondi" (come s'intitola il breve scritto conclusivo dell'ottimo curatore, da cui però avremmo voluto qualche nota esplicativa in più) - è fra i libri più ricchi e vari del poeta, contiene alcuni dei suoi pezzi più famosi (oltre alle elegie per Yeats e per Freud, almeno "Bruxelles d'inverno", "Musée des Beaux Arts", "Ninnananna", "Dover", "Spagna 1937", "1° settembre 1939"), dispiega al massimo il suo straordinario virtuosismo tecnico (qui c'è proprio di tutto, dal sonetto al poemetto in prosa, al verso sillabico, alla ballata, al blues) e, insomma, può gratificare sia gli ammiratori dell'Auden magico, orfico (come Seamus Heaney), sia quelli - come Josif Brodskij - che sembrano privilegiare l'Auden più "civile" e discorsivo. E anche chi, con meno pretese, qualche anno fa al cinema s'era divertito fino alle lacrime con "Quattro matrimoni e un funerale", adesso sarà curioso di una nuova traduzione di "Blues in memoria", questa volta con tutte le sue rime: "Le stelle non servono più: spegnetele una a una; / smontate il sole e imballate la luna; / strappate le selve e scolate tutto il mare. / Nessun piacere potrà mai tornare".
Mentre Gardini fa del suo meglio per ricreare appunto il "piacere" - oltre che l'"intelligenza" - dei testi (sempre che in poesia la distinzione abbia un senso: comunque, quando si traduce si è sempre obbligati a farla, ed è per questo che la traduzione della poesia è spesso una cosa insensata...). Che nel caso di Auden significa, oltre a una buona tenuta del ritmo e il gusto di un'ampia scelta lessicale, appunto - soprattutto - il coraggio o l'incoscienza della rima: più discreta e occasionale nelle liriche, diciamo, serie metafisiche, più vistosa e quasi sfacciata in certe poesie "light", cioè leggere e cantabili. Come nella frenetica "Calypso" ("Via, macchinista, accelera e in fretta / va' per Springfield nel sole che saetta. / (...) / Perché l'amore è più forte e importante / anche d'un prete o d'un politicante"), o nel malinconico "Blues del Vallo Romano": "Soffia il vento bagnato sopra l'erica, / ho il raffreddore nel naso e pidocchi nella tunica. // La pioggia giù dal cielo picchietta, / ignaro del perché, sto al Vallo di vedetta. // La nebbia avanza sul grigio e duro suolo, / la mia ragazza è in Tungria; io dormo solo. // In casa sua Aulo le dà la caccia, / detesto i suoi modi detesto la sua faccia. // Pisone adora un pesce, è cristiano; / sparirebbero i baci, se non pregasse invano. // Lei mi diede un anello ma ai dadi l'ho perduto; / voglio la mia ragazza e quel che mi è dovuto. // Quando avrò un occhio in meno e bianco il pelo / non farò altro che guardare il cielo".
Qualcuno potrebbe obiettare che Gardini (che è anche poeta in proprio) si prende un po' troppe libertà, per esempio nel penultimo verso (letteralmente: "Quando sarò un veterano con un occhio solo"). Ma almeno il quarto e il quinto distico conservano la stessa divertita, e sconsolata, inevitabilità dell'originale, e anche l'inglese potrebbe quasi essere una traduzione dell'italiano, non solo viceversa. E di questo senza dubbio Auden, dal cielo (ché presto anche il poeta avrebbe preso ad "adorare il pesce" senza per altro far sparire i baci...), gliene sarà sicuramente grato. Intanto, a maggior ragione, gliene siamo grati noi.

Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    30/04/2017 06.47.35

    Le tantissime umiltà di un poeta, i suoi debiti umani, un corteo di autori eccelsi ricordati sui fogli come in una lunga singola elegia, un Grazie per esserci stati e ispirare ancora le stagioni di un pensare, uno scrivere, pur dentro "gli ostili regni del vero" a uccidere col loro lurido fiato i nobili assalti al palazzo della speranza, quel regno che è e rimarrà la prima mira nell'occhio di un poeta. L'intarsio dei versi è di una ricchezza stilistica degna di pochi paragoni, Auden chiama le parole a convivere una accanto all'altra come un domatore si muove a gabbie aperte e conscio del pericolo, ma ugualmente fiducioso dell'esito, che in effetti è puro lucidissimo incanto nel cuore di ogni rigo. Qualcosa come un saggismo sciolto in superlativa maestria lirica. Dalla poesia "Melville": "Il Male non è spettacolare ed è sempre umano, / e divide il nostro letto e mangia alla nostra mensa,/ e noi siamo presentati alla Bontà ogni giorno/ anche nei salotti in mezzo a una fola di colpe...". Mai schivare in poesia, mai arretrare, occorre che ogni nota si riversi sull'anima nella pienezza del suo suono, quale che sia il suo mandato, il suo inganno, la sua identità. Il talento poetico è addossarsi nella parola i contrasti fra sentire e comprendere, subire e accettare le sorti del proprio tempo, di vite lontane, e stendere su quegli squarci e su ogni carenza il docile panno di armoniose compassioni. Il poeta è il respinto che non respinge nessuno, perché "per noi come per gli altri esiliati, /come per gli incontabili fiori che non sanno contare,/ è oggi che viviamo...". Libro immortale, gettato come un germoglio fra noi, perduta gente, da un introverso che fece del suo canto un sole senza slabbrature. Silloge di grandezza indiscussa, dove solo e soltanto amore echeggia da ogni cruna di sillaba, l'amore che ferma gli orologi (Funeral blues), l'amore come un guardaroba imprevisto grazie al quale indossiamo divise di gioia, l'amore che spegne e che divora, ma non può morire..

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    Aurelia

    27/12/2007 23.43.16

    La vita cattiva di Auden non mi piace; poetare in maniera sensazionale sul dolore non mi piace; il tragico Auden non mi piace. Pensate però che amo Ungaretti e Quasimodo. Bye.

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