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Traduttore: L. Prato Caruso
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Edizione: 3
Anno edizione: 1992
Pagine: 184 p.
  • EAN: 9788807014284
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recensione di De Agostini, D., L'Indice 1993, n. 1

Anni e anni dopo "la guerra, la fame, i morti, i campi, i matrimoni, le separazioni, i libri, la politica, il comunismo" (ricorda Marguerite Duras nell'ultima pagina di questo suo ultimo romanzo), il cinese della sua adolescenza, l'"amante" del fortunatissimo libro del 1984, le aveva telefonato. Per dirle che, "per lui la loro storia era rimasta come prima, che non avrebbe potuto smettere di amarla, che l'avrebbe amata fino alla morte". Nel maggio del 1990, venuta a sapere della sua morte, la Duras interrompe quello che sta scrivendo e per un anno intero si immerge di nuovo in quella storia, "chiusa dentro quell'anno di amore tra il Cinese e la bambina". Si spiega così il senso di uno dei possibili titoli - "L'amore ricominciato" - di questa nuova versione del romanzo che sette anni prima la scrittrice aveva intitolato, più semplicemente, e perciò meno puntualmente, "L'amante".
Con "L'amante della Cina del Nord" ("È un libro. È un film. È la notte": così scrive la narratrice che in questa versione parla "in luogo della voce, scritta del libro") la Duras non scrive solo il "romanzo dell'amante" ("Sono tornata a scrivere romanzi", osserva l'autrice ad opera conchiusa, nel maggio del 1991), ma anche una sorta di rivisitazione del proprio passato, la storia di un "evento", nel contesto del colonialismo degli anni trenta, in una località della Savana, nel Sud dell'Indocina francese, che si situa all'origine della sua vicenda biografica, e, parallelamente, della sua vastissima produzione narrativa, cinematografica, teatrale, saggistica.
Se è vero, infatti, che tutti i romanzi della Duras (dai più lontani "Una vita tranquilla", 1944, e Einaudi 1950; "Una diga sul Pacifico", 1950, e Einaudi 1951; "I cavallini di Tarquinia", 1953, e Einaudi 1954; fino a "Moderato cantabile", 1958, e Feltrinelli 1986; e ai più recenti del "ciclo dell'India": "Il rapimento di Lol V. Stein*, 1964, e Feltrinelli 1989, "Il viceconsole", 1966, e Feltrinelli 1986, "Distruggere, ella disse", 1969, e Marcos y Marcos 1990, "India Song", 1973, e Mondadori 1990) mettono in scena il desiderio: della scrittura, da un lato, ma anche, e soprattutto, dell'amore come "illusione di mai dimenticare", che essi ripetono una "ricerca di un momento perduto", di un "evento durato un istante ma che nella sua folgorazione ha fatto sorgere una certezza definitiva" e che è destinato a ripetersi in una sorta di ricominciamento infinito; è vero, anche, che quell'evento sarebbe stato destinato a ripresentarsi soprattutto nelle opere che, pur situandosi al limite tra la scrittura di finzione e quella autobiografica, incorniciano i frammenti di una storia personale, i resti di un ricordo che "mura" un passato. "L'amante" era, per l'appunto, il romanzo di quell'"evento".
Redatto nel 1984, dopo un'ampia produzione creativa (narrativa, innanzitutto, teatrale: le raccolte "Théƒtre I" e "Théƒtre II" - 1965 e 1968 -; e cinematografica: tra gli altri, i testi dei film "Nathalie Granger", e "La femme du Gange", 1972, e Mondadori 1990; "India Song", 1974, e ivi 1990; "Baxter, Véra Baxter", 1976, "Le Camion*, 1977; fino a "Les enfants", 1985) e poco prima di una produzione anche saggistica ("La maladie de la mort", 1982; "Il dolore", 1985, e Feltrinelli 1985; "Testi segreti", 1987, e Feltrinelli 1987; "La vita materiale", 1987, e Feltrinelli 1988), questo romanzo, come nella sua riscrittura, è la storia d'amore di una francese quindicenne con un giovane miliardario cinese, sullo sfondo di un ritratto di famiglia nell'Indocina degli anni trenta: il padre, professore di matematica, malato, lontano, già morto, la madre, direttrice di scuola, madre amata detestata, e i due fratelli: il "fratellino dell'eternità", Paulo, e il fratello maggiore, Pierre, il "fratello perduto". Riprende, quindi, i nuclei narrativi dei primi romanzi della scrittrice, quelli autobiografici, e segue quelli che, a partire da "Il marinaio di Gibilterra" (1952, e Feltrinelli 1991) inaugurano una scrittura più astratta, una scrittura dell'"assenza": dei quali, in un certo senso, si pone "all'origine", ne rappresenta la genesi. "È lì - a Nevers - dice il giapponese di "Hiroshima mon amour" (nel bellissimo film diretto da Alain Resnais sulla sceneggiatura della Duras, 1960, e Mondadori 1990) alla giovane francese. - È lì, mi sembra di aver capito - che ho rischiato di perderti... è lì che ho rischiato di non conoscerti mai"; "È lì, mi sembra di aver capito - aggiunge in una variante, entrambe accolte da Resnais - che tu avrai cominciato a essere come sei ancora oggi". È lì, sul traghetto tra Vinhlong e Sadec, nella grande pianura di fango e di riso del Sud della Cocincina lungo l'attraversamento del Mekong, che per la bambina di Saigon, "presto fu tardi" nella sua vita; è lì, sul traghetto, che la bambina con il paio di scarpe di lamé dorato, dai tacchi alti, e un cappello "inaudito" da uomo, con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero, avrebbe incontrato, accanto alla limousine nera, l'elegantissimo Cinese della Cina del Nord. Lì, lo avrebbe amato, e lo avrebbe perduto. Ed è lì, a Sadec, che la stessa bambina quindicenne dirà alla madre: "Voglio scrivere. Quello che voglio, è scrivere". "Scriverò dei libri. Questo vedo oltre l'istante, nel grande deserto sotto le cui sembianze mi appare la distesa della mia vita .
Omaggio commovente e inquietante alla poetessa Emily Dickinson, il racconto "Emily L." (1987, e Feltrinelli 1988) raccoglie il messaggio che in tutti gli scritti di Marguerite Duras ritorna come riflessione sull'amore: "Volevo dirti quello che penso, e cioè che bisogna sempre conservare per se stessi un posto, una sorta di luogo personale, per esservi soli e per amare, per conservare dentro di sé lo spazio di un'attesa"; e sulla scrittura: nella sola poesia non interamente scritta dalla donna inglese, la poesia scomparsa che avrebbe dovuto dare il titolo alla raccolta pubblicata a sua insaputa, quella sulla luce d'inverno nel parco dell'isola di Wight, vi era inscritta "la percezione della differenza finale: quella, profonda, che è al cuore dei significati". Tematica costante dell'opera della Duras, lo "spazio dell'attesa" apre non solo all'incontro con l'altro, ma anche alla scrittura, che di quell'attesa, di quel mistero, si fa racconto: "Non ho mai scritto credendo di farlo, non ho mai amato credendo di amare, ho solo aspettato davanti a quella porta chiusa".
Solitudine e incomunicabilità, distanza che sancisce l'incontro con l'altro e ne determina l'irreprimibile desiderio, perdita di sé in un "piacere inconsolabile" ("Gli ho detto di non disperarsi, gli ho ricordato quello che lui aveva detto, che me ne sarei andata in qualunque posto, che sarebbe stato più forte di me", dice la "bambina" all'amante della Cina del Nord); accesso al dolore definitivo, assoluto, del momento in cui, come per gli amanti di "Hiroshima mon amour", il corpo dell'altro apre allo sguardo della morte; "Tu mi uccidi, tu mi fai bene": la conoscenza dell'amore è, nell'universo femminile - e maschile -, della Duras, conoscenza del dolore, esperienza dell'oblio e della morte. "Fra qualche anno - dice il giapponese di "Hiroshima mon amour" - mi ricorderò di te come dell'oblio - dell'amore stesso". "Non ci rivedremo mai - dice la bambina al Cinese - mai. Dimenticheremo. Faremo l'amore con altri. E poi un giorno ameremo qualcun altro. E poi, un giorno, dopo, molto dopo, scriveremo la nostra storia".
Così la scrittura: nei primi romanzi più articolata, descrittiva, procede verso la scarnificazione dell'intreccio, la rarefazione del linguaggio, l'essenzialità dell'immagine che, spezzata, allontanata, riflette la frammentazione del soggetto e del discorso narrativo. Ancorata alla prima passione adolescenziale, l'identità femminile dei romanzi della Duras si spezza in due figure speculari: la madre, desiderio impossibile, troppo innamorata del fratello maggiore "caricatura della figlia", e l'"altra" la Signora di Savannakhet, l'impossibile del desiderio, l'amante del vice amministratore che per lei si era ucciso, e che, con il nome di Anne-Marie Stretter sarà una delle protagoniste femminili di tutti i romanzi della Duras "Entrambe, la Signora e la bambina, isolate, sole come regine, votate al discredito per la natura del corpo che hanno abbandonato all'infamia di un piacere che fa morire, morire di quella misteriosa morte che colpisce gli amanti senza amore", scrive la narratrice dell'"Amante". Entrambe, Anne-Marie Stretter e Lol V Stein, figure di un triangolo che si disfa e si ricompone nel triangolo d'amore de "L'amore" (1971, e Mondadori 1989) e de "Il rapimento di Lol V. Stein*, e che, come l'onda che si perde nel mare, si rifrange nell'erranza della mendicante di Savannakhet, di chi "chiede un'indicazione per perdersi.
Così il cammino della Duras, che, a ritroso, capovolge la ricerca nel suo rovescio, nella disparizione, nell'oblio di un'origine risucchiata dal movimento stesso del ricordo: "Scrivere, è anche questo, probabilmente, cancellare. Sostituire". Cammino che procede sempre più verso l'occultazione e il silenzio, lasciando nella sua oscurità una "parte al lettore": anch'esso "rapito" nello spazio dell'attesa che si apre con l'evento del libro, ripete l'esperienza della scrittura che, secondo Marguerite Duras, è "lasciarsi prendere da quell'altra persona che appare solo alla scrivania, la 'visitatrice', il libro".

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    Fabrizio Porro

    19/02/2015 06.19.47

    Una francese quindicenne misteriosa sorride per strada ad un giovane miliardario cinese. Questi ricambiando le indica la lunga scalinata che porta alla sua camera;così comincia un amore che è esplorazione reciproca. Tanto più che non hanno neppure un linguaggio in comune. Come farà allora? L'amante della Duras come la storia di un pilota a Pattaya, che sulla falsariga del re del Buthan che ha sposato le sue quattro sorelle, ama una quindicenne che ha ritrovato a Bangkok. Perché lei lo conquista...

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