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Sara Rattaro

Collana: Pandora
Anno edizione: 2017
Pagine: 252 p. , Rilegato
  • EAN: 9788820061517

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Un ospedale. Due uomini ricoverati. Due incidenti, in luoghi e circostanze diverse.  Due rampe di scale, a dividere le stanze nelle quali si trovano. Due vetri, oltre i quali c’è chi aspetta con ansia che le loro condizioni migliorino. Una sola donna dietro entrambi, il suo nome è Giulia.

«Ci sono molti modi per scoprire come stanno le cose. Possiamo fare domande, consultare un manuale o affidarci al destino. [...] Esiste un momento preciso nel destino di ognuno di noi in cui una cosa diventa chiara: siamo sempre noi gli unici responsabili delle nostre azioni.»

Giulia ha quasi quarant’anni e la sua vita scorre veloce su due binari paralleli che fatalmente s’incrociano per caso nella sala d’aspetto di un ospedale.
È lì, che corre in preda al panico dopo aver soccorso un uomo sulla spiaggia. Giulia quell’uomo lo ama, intensamente. Ma lui ha già una moglie, e non è lei.
Ed è sempre lì, nello stesso ospedale, che poco dopo viene ricoverato suo marito. Ha avuto un incidente in auto. E al suo fianco, a stringergli la mano prima dello schianto, un’altra donna.
Le due metà della sua vita divise da un piano. Un castello di carte pronto a crollare al primo sospiro, che Giulia trattiene a fatica perché non è in grado di fare una scelta. Non lo è mai stata, o meglio, non ne ha mai avuto bisogno perché c’è sempre stato chi lo ha fatto al posto suo, fin da quando l’ha messa al mondo, anche quando non avrebbe dovuto.

Questo l’aperitivo di L’amore addosso, il nuovo romanzo di Sara Rattaro, che attraverso la sua penna mostra al lettore come sia difficile quando si ha un segreto inconfessabile che stringe un nodo alla gola, mandar giù quel cocktail micidiale e dal sapore agrodolce chiamato verità; e come sia lampante che finché non lo si svuota quel maledetto bicchiere, non si riuscirà mai a vedere il suo fondo per quello che realmente è.
Sara Rattaro ha sempre raccontato di donne. Donne vere, vittime disperate degli eventi che non riescono a controllare, imperfette e rinchiuse nel loro bocciolo con la speranza mai abbandonata di poter finalmente un giorno riuscire a sbocciare.  E lo fa anche in questo caso, con il suo solito stile che l’ha sempre contraddistinta, semplice e diretto, che punta al bersaglio e lo centra al primo colpo.
Se nel suo romanzo precedente, Splendi più che puoi, racconta di Emma, una donna che, precipitata in un abisso blu come i lividi che le segnano il corpo e soffocata da un amore claustrofobico, ha la forza di dire basta e rialzarsi, in questo L’amore addosso (che la vede all’esordio con Sperling & Kupfer) ci presenta Giulia, la protagonista che barcolla alla cieca in perenne e precario equilibrio sul filo delle sue emozioni, tra un amore viscerale strappato via da un passato mai del tutto cancellato e una passione proibita alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze. E che non si rende conto che in fondo al baratro dal quale sta cercando di salvarsi c’è già chi è pronto a prenderla al volo al momento della caduta.

Perché niente è come sembra, e la verità è quasi sempre una storia raccontata a metà.
Ma Sara Rattaro sa alla perfezione come raccontarla. E a noi non resta che leggerla.

Recensione di Andrea Papa

 

Le prime pagine del romanzo

Ci sono molti modi per scoprire come stanno le cose. Possiamo fare domande, consultare un manuale o affidarci al destino.

La tua mano è scivolata dalla mia. Mi sono girata pensando di trovarti pronto a fotografarmi per rapire un momento tutto nostro.
Uno dei pochi.
Invece ti sei accasciato a terra e per un attimo, uno brevissimo, ho creduto che avessi voglia di scherzare. Il tempo di un battito di ciglia ed ero lì accanto a te, sulla nostra sabbia, vicino al nostro mare e con la salsedine che ci colpiva il viso portata dal vento.
Ho urlato mentre ti sbottonavo la camicia.
Ho urlato mentre cercavo il cuore che spingeva ostinato sotto la tua pelle.
Ho urlato perché puoi attraversare una vita intera e accorgerti troppo tardi che ti basta una manciata di secondi per capire di amare qualcuno, e questo può fare solo molta paura.
Ti hanno infilato un tubo in gola e ti hanno caricato su un’ambulanza. Mi hanno permesso di salire accanto a te. Nessuno diceva nulla perché erano troppo concentrati a salvarti la vita. Abbiamo superato una lunga coda, il solito incidente che paralizza la città e che riesce a innervosirti, perché non pensi mai che potresti essere tra quelli che hanno avuto la peggio.
Un’auto ha sfondato il guardrail e si è fermata contro un grosso albero che le ha impedito di precipitare nel vuoto. L’autista dell’ambulanza si è accertato che la centrale operativa fosse già stata avvertita e che un’altra équipe fosse in arrivo. Quando la porta si è aperta davanti al Pronto Soccorso, ti hanno portato via.
«Signora, lei è la moglie?»
Ci avevamo scherzato su almeno un paio di volte. Se ci fossimo mai trovati in una situazione simile, sapevamo esattamente come comportarci, anche se non pensi mai che si possa avverare sul serio.
«No, io passavo di lì per caso e l’ho solo soccorso. Non lo conosco», ho risposto e, con quella sciocca bugia, ti ho lasciato andare.
«Aspetti», ho strillato.
«Cosa?»
«Mi farebbe comunque piacere avere sue notizie.»
«Possiamo fornire informazioni sui pazienti soltanto ai famigliari.»
«Sarà difficile prendere sonno stasera. Lo scrupolo di non aver fatto abbastanza…»
L’infermiera mi ha fissata. «Perché non si ferma un po’ qui? Si prenda qualcosa di caldo al bar, io provo a ripassare.»
«Grazie», ho risposto e mi sono seduta su una sedia perché le gambe hanno iniziato a tremare. È difficile spiegare cosa ho provato. Cercavo di pensare a quello che mi stavi dicendo prima che accadesse.
Riavvolgevo le immagini nella mia testa come se fossero state una pellicola. L’ho fatto e rifatto più volte, diventando sempre più attenta ai particolari, perché quello era l’unico modo per impedire alle lacrime di ridurmi in briciole. Dovevo immaginarti vivo, così come ti ho sempre visto.
Avevo lasciato tutto là. La mia borsa con il telefono mi stava aspettando nella nostra casa al mare. Un bilocale sulla spiaggia di cui avevamo pagato l’affitto in contanti per non lasciare tracce. Perché non fosse reale, come il resto delle nostre scelte.
«È lei la signora che ha soccorso mio marito?»
Ho alzato lo sguardo su una donna che avrei dovuto non aver mai visto prima, ma che aveva un viso familiare. Ho socchiuso le labbra senza fiatare, perché quella donna mi assomigliava più di quanto potessi accettare.
«Come sta?» ho sussurrato.
«Lo stanno operando. Devono ridurre la pressione nel cervello. Mi hanno detto che, se lei non fosse intervenuta subito, sarebbe morto lì da solo… Volevo ringraziarla.»
Le sue parole, il suono sordo delle nostre bugie e l’immagine di te steso al suolo mi hanno attraversata come frecce appuntite, ho portato una mano alla bocca e finalmente sono scoppiata a piangere. Nel momento più sbagliato, nel luogo più inadatto.
Tua moglie mi ha allungato un fazzoletto.
«Lei è scioccata! Si faccia dare qualcosa dall’infermiera e chiami qualcuno che l’accompagni a casa.»
Ho cercato di contenere la mia reazione.
«È che non ho mai soccorso nessuno e non sapevo cosa fare. È successo tutto così in fretta.»
«Ha fatto moltissimo. Gli ha salvato la vita. Grazie. Ora mi scusi, ma devo tornare da mio marito.»
Sono rimasta lì a guardarla camminare verso di te come se avesse una velocità tutta sua, e per la prima volta ho capito cosa significasse essere l’altra.

Accorgersi in tempo della qualità delle carte che si hanno in mano è il modo migliore per provare a chiudere la partita.