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TESTORI, GIOVANNI, Gli Angeli dello Sterminio, Longanesi, 1992
DONINELLI, LUCA, La revoca, Garzanti, 1992
recensione di Quinzio, S., L'Indice 1992, n. 8

Se si volessero fare dei nomi, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta: la letteratura contemporanea, in blocco, non dice in definitiva altro che l'orrore di esistere, il dilagare dell'assurdo, l'angoscia del nulla e la catastrofe come ultima e unica residua possibilità di senso. Nomi? Vanno terribilmente bene Kafka e Kraus, Beckett e Peter Weiss, Céline e Ionesco, Rimbaud e Durrenmatt, Gottfried Benn e Giorgio Caproni, Thomas Bernhard e Pessoa, Gunther Grass e Canetti, Bloy e Cioran...
Il fatto, a prima vista curioso, è che ciascuna di queste innumerevoli voci viene considerata come un caso personale a sé, un'eccezione: ciascuno, come Leopardi, ha la sua gobba. Non si sente il peso intollerabile dell'insieme delle testimonianze letterarie, e tanto meno, naturalmente, quello della loro convergenza con le testimonianze che provengono dal mondo dell'arte e della filosofia contemporanee. Al più, galleggia nella nebbia generale la parola "nichilismo", che sembra etichettare una moda paradossale e deviante, sospettata, per di più, di essere al declino, tenebra in via di essere definitivamente fugata dal "nuovo ordine mondiale" alle porte. Si fa finta di niente, ma, a pensarci su, questa reazione è tutt'altro che curiosa; è anzi necessaria, perché in effetti con la letteratura, l'arte, il pensiero, il costume del nostro tempo non è possibile continuare a vivere.
I rintocchi dell'ormai vecchia campana - Dio è morto, la filosofia è morta, la poesia è morta, il teatro è morto, il romanzo è morto - non svegliano nessuno. Svegliarsi a cosa? Testori ha scritto un breve romanzo," Gli Angeli dello Sterminio", che racconta l'Apocalisse. L'Apocalisse a Milano, che è il mondo di Testori. Il verme che si snoda lungo le strade della città consumata dalle fiamme dell'incendio finale è il verme della storia che l'attraversa.
"... Lento e solenne il verme processionale dei defunti, dei re, dei principi e dei santi si muoveva dalla Piazza, se della Piazza qualcosa era ancora restato; un riflesso di tutte le sue porpore, di tutti i suoi spegnentisi ori s'agitava, tra le luci del tramonto e quelle delle fiamme, trapuntandone la sacra e tragica ritualità...". L'Apocalisse non è un giudizio morale. Testori - che ha scritto "In exitu" - non poteva ridurla a questo. Anche ciò che è più sordido e schifoso (ed è pressappoco tutto quello che resta) è guardato con pietà, perché l'infelicità delle creature umane è più grande delle loro colpe. E alla fine anche il dolore è stanco, come svuotato, i gridi si spengono subito, ricadono senza forza.
Oltre la sofferenza, non c'è che "la totale e ridicola inutilità" dei nostri sforzi. Anche dai carcerati fra i quali era stato appiccato l'incendio, "veri o presunti assassini, strangolatori, stupratori, spacciatori, venditori per lucro di figli e figlie, ... il fuoco, bruciandoli, aveva fatto emergere una strana consistenza d'inconsapevolezza e, persino, d'innocenza". Per questo i cinquanta motociclisti chiusi nel loro casco bianco e nelle loro tute nere che calpestano i cadaveri e gli agonizzanti sul sagrato del Duomo possono essere gli Angeli dello Sterminio, coloro che compiono ciò che è decretato, coloro che nel "terrificante sì, ma lucidissimo e, dunque, disumanamente gaudioso", lasciano irrompere "la forza di una sconosciuta apertura".
Quando Testori accenna al nascondimento, alla elusione, alla sublimazione falsificatrice della vita e della morte, allora alla violenza delle espressioni più crude subentra il sarcasmo: "... il computer in uso presso l'arcivescovado, anzi, il computer dentro cui lui, l'Arcivescovo, aveva interamente versata e schiacciata la sua biblica sapienza onde poter fissare e, poi, avviare, i modi nuovi, e comunque più consoni ai tempi, l'auscultazione di lui, il Verbo...".
Al libro di Testori, al suo urlo ancora disperatamente tentato, alle schegge dei suoi linguaggi diversi e irriducibili a unità, perché se potesse esistere ancora il linguaggio nella sua integrità non saremmo alla consumazione finale, si può avvicinare "La revoca", romanzo del giovane Luca Doninelli, un altro cattolico. Il luogo è lo stesso, Milano, e il tempo precede forse appena d'un attimo quello del racconto di Testori. La Città, nella quale e intorno alla quale si aggira il protagonista, è disfatta, può accadervi solo la catastrofe.
Ma Doninelli - accanto al quale, per un confronto, qualcuno ha osato evocare il nome di Dostoevskij - è come se fermasse la narrazione un istante prima. Compie "La revoca". La parola è, immagino consapevolmente, ambigua. "Re-vocare", cioè "richiamare", può significare un ritorno alla vita (revocare, o richiamare, in vita), ma significa anche ritirare, annullare. Mario, protagonista opaco e negligente e io narrante del romanzo, percorre la sua arida strada alla ricerca della tranquillità e del successo che dovrebbe garantirla. Abbandona la famiglia d'origine, e poi anche la compagna, e sprofondando nel nulla della città si ritrova in compagnia dei propri morti, della sorella Maria anzitutto, che da creatura angelica si era trasformata e degradata, fino a morire strozzata da un amante occasionale sotto un ponte della periferia.
Mario, infine, ritorna nella sua vecchia casa: "Adesso tornavo, anche se erano tutti morti". È la fine del romanzo. La revoca, dunque, è o sembra essere la revoca dell'indifferenza con la quale il protagonista si era abbandonato pigramente alla convinzione di un comune "destino irreversibile di rovina; fin dalla nascita, l'uomo non può far altro che scavarsi la fossa e infine seppellirvisi". Maria era stata conseguente nella stessa convinzione, Mario, invece, compie la revoca.
Ma il suo ritorno a casa che cosa è mai, che cosa può essere, se non il ritorno a una condizione che lui e la sorella, e gli stessi loro genitori, avevano già sperimentato come mostruosa falsità ("i nostri genitori, in perpetua malafede"). La revoca, il ritorno, sembrano comportare il ritorno alla medesima non resistenza all'orrore di cui siamo ormai diventati anche troppo consapevoli, come di un dato di fatto irrevocabile, di una condizione ineludibile.
Nel gioco psicologico che appare spesso ricercato ed esasperato, nell'ostentazione della foia incalzante affiancata al troppe volte ripetuto (e sospettabile) compiacimento per il successo e la celebrità, nello stesso indugiare sugli aspetti più desolati e disumani della città, e infine anche e soprattutto nel ritorno, credo ci sia parecchia letteratura. Del resto, lo dice l'io narrante: "Io chiedevo alla letteratura di farmi vivere, essa era il mio Dio". Se tutto è nulla, non resta altro da fare che fare letteratura (lo sapeva già Kafka, anzi lo sapeva già Kierkegaard). Ma qui il far letteratura sembra fissarsi nel ruolo dell'"intellettuale", che si riconosce ed è riconosciuto come tale. E allora non di rado s'inciampa: " Il caldo dentro l'ospedale pareva non avere alcun rapporto con l'estate, che adesso entrava, sottile e fresca, a battere sul mio avviso si può naturalmente dire che la letteratura non è separabile da se stessa. Infatti, anche in Testori c'è evidente, il gusto della parola, il compiacimento dell'espressione, ma è disperato, è la consolazione del dannato. In lui la letteratura soffre di non essere altro che letteratura. Per questo Testori guarda sopraggiungere l'Apocalisse e non compie nessuna revoca, non ritorna a casa.