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Robert Macfarlane

Traduttore: D. Sacchi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: 408 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806212100

  "Di viaggi si è scritto molto, di strade assai meno", osservava Edward Thomas, poeta edoardiano, poco noto in Italia, infaticabile camminatore per i sentieri meno battuti dell'Inghilterra all'inizio del secolo scorso. Le antiche vie di Robert Macfarlane, scrittore girovago e docente di letteratura inglese a Cambridge, prova oggi a colmare questa lacuna, nella convinzione che la voce della strada custodisca il segreto del legame tra l'umano e ciò che lo circonda, tra il fuori e il dentro del viaggio. "I sentieri sono le consuetudini di un paesaggio. Sono atti di creazione consensuale. (…) I sentieri uniscono. È la loro missione fondamentale, la ragione prima della loro esistenza. A rigor di termini uniscono luoghi, in senso lato persone". Immaginato come il terzo volume di "una trilogia informale dedicata al paesaggio e allo spirito umano", dopo Come le montagne conquistarono gli uomini (2003) e Luoghi selvaggi (2007), Le antiche vie racconta la storia del fitto tracciato di sentieri che da millenni, senza clamore, attraversa la Gran Bretagna. Come nei libri precedenti, Macfarlane vi snocciola una ricca serie di riferimenti letterari, finemente intrecciandoli al racconto di esperienze di viaggio personali. Al centro della narrazione c'è ancora una volta il tema più autentico della sua scrittura: quei "luoghi selvaggi" che secondo l'autore sarebbe possibile incontrare non lontano, all'altro capo del mondo, ma vicino, a due passi da casa, in tutti gli spazi periferici e marginali cui una modernità in polvere avrebbe ormai voltato le spalle. Macfarlane chiama questi luoghi "xenotopie": luoghi "stranieri", "estranei", addirittura "esotici", non distanti, ma "dissonanti", capaci cioè di rovesciare ogni abitudine percettiva, di suscitare "la sensazione di abitare uno spazio tra due mondi, o anche di occupare due sistemi geometrici del tutto diversi". Inoltrarsi in una "xenotopia" significa fare pratica di "strolling": l'arte di girovagare a piedi di cui per secoli gli scrittori inglesi sono stati maestri ("Camminando, ci penserò" diceva lo Yorick di Sterne), e che di recente pare essere tornata una loro specialità. Non molti anni fa, Iain Sinclair ha affascinato Londra con il racconto delle sue passeggiate urbane: lo sguardo di Macfarlane, in un analogo esercizio di "psicogeografia", si concentra ora su spazi aperti e disabitati, in cerca di voci esili e inascoltate. Vengono in mente le passeggiate in East Anglia raccontate da Winfried G. Sebaldin Gli anelli di Saturno (1996), alla ricerca di destini sospesi, di impalpabili incontri, di storie inverosimili, soprattutto quando Macfarlane descrive l'incerto dissolversi e riaffiorare della Broomway, sorta di via camminabile sulla costa orientale dell'Inghilterra, a volte sommersa, a seconda delle ore e delle condizioni metereologiche, dall'alzarsi della marea. Sentieri come la Broomway portano lontano dalla fretta e dalle ansie di tutti i giorni, in un luogo della mente dove poter ritrovare un legame più diretto con il mondo e con se stessi. "Da un po' di tempo ho l'impressione che per ogni paesaggio importante le due domande da farci dovrebbero essere le seguenti ‒ scrive Macfarlane. ‒ Primo, che cosa so quando sono in questo luogo che non posso sapere da nessun'altra parte? Dopo di che, e senza speranza di risposta: che cosa sa di me questo luogo che neanch'io posso sapere di me stesso?". "Soltanto i pensieri nati camminando hanno valore", ha scritto Nietzsche. Prima di lui, la stretta interdipendenza tra il camminare e il pensare era già stata intuita da Thoreau, Kierkegaard, Rousseau, Montaigne. "Solvitur ambulando", recita il detto latino, come se l'immaginazione, per mettersi in moto, avesse bisogno di un movimento reale. Verità antica, secondo Macfarlane, che cita a questo proposito molte etimologie sul significato creativo ed esperienziale del camminare: in inglese, ad esempio, "apprendere" (to learn) e "scrivere" (to write) deriverebbero da termini che indicavano rispettivamente il "seguire orme" e l'"imprimere tracce". Del resto, un sentiero è sempre anche una metafora del racconto, un detonatore di storie: invita a proseguire in avanti verso l'ignoto e a tornare indietro nel tempo, pensando a chi l'ha percorso prima di noi. È come un gomitolo di tempo: lo si percepisce nell'immediatezza del momento, ma non lo si comprende che nella profondità del passato. Come per un altro cantore di strade, Bruce Chatwin, anche per Macfarlane la scrittura è un modo di preservare la singolarità dei luoghi dalla furia omologante del presente, di "archiviare in parole ciò che stava svanendo, o di ricreare in parole ciò che era svanito". Camminare, pare suggerire Le antiche vie, apre le porte di quelle che Edward Thomas chiamava le "stanze senza chiavi della mente". Accorda il ritmo della vita a quello del respiro, e ricorda che ne esiste anche un altro, più profondo, forse perenne: "Le strade proseguono / mentre noi dimentichiamo e siamo / dimenticati come una stella / cadente che passa e svanisce".   Luigi Marfè

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    cantarstorie

    12/10/2016 11.02.31

    Splendido e raffinato diario "in cammino" di un poeta del vagabondare. Lieve è il trascorrere delle pagine, tra ricerche e scoperte, piccole meraviglie apparse solamente grazie alla lentezza dei passi, ricordi colmi di dolcezza e mondi pervasi da pietre e foreste. Uno splendido omaggio all'antico, all'immutabile, alla profondità della memoria.

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