Anticorpi. Racconti e forme di esperienza inquieta

Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 182 p.
  • EAN: 9788806146641

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recensione di Cerasi, E., L'Indice 1998, n. 2

"Anticorpi", titolo della recente raccolta einaudiana di racconti di narratori italiani più o meno inediti, allude a una funzione immunitaria della letteratura raccolta: "Racconti anticorpi mediologici" come vaccino contro il conformismo, afferma la prefazione. E se pure, non si può negarlo, fa un po' sorridere una così tardiva riproposizione della concezione salvifica dell'arte, benché nella più modesta forma biologistica oggi di moda, è pur vero che una raccolta di racconti è spesso richiesta di un filo conduttore; in questo caso, l'idea del racconto come anticorpo deve esser sembrata abbastanza generica per legare materiali a prima vista assai eterogenei.
Ma forse l'apparenza di eterogeneità è dissolta dal sottotitolo del volume: "Racconti e forme di esperienza inquieta". Qui, probabilmente, "inquietudine" non è tanto oscillazione fra l'essere e il non essere quanto, per dirla alla Heidegger, tra l'"essere presente" e il "non essere presente". L'esperienza inquieta, dunque, alluderebbe all'oscillazione fra la presenza e l'assenza - ma di cosa? Dell'identità, cioè del corpo, inteso, come afferma la prefazione, come "ultimo baluardo dell'identità individuale e tribale".
Se mettiamo alla prova questa ipotesi di lettura possiamo osservare come i nove racconti si dispongano sui due divergenti versanti della presenza e dell'assenza. I due racconti, molto belli, di Federico Fubini - "Insetto fra gli insetti" e "La rottura delle dighe d'Olanda" - da questo punto di vista evocano un'inclinazione allo smarrimento, alla rinuncia al dono della presenza: "È mio preciso scopo, sparire" e "Fummo travolti da una massa liquida-terrigna nera e fangosa, più alta, più veloce e più ruggente di trecento eserciti del Re". Lo stesso insistere sul termine comparativo fa pensare alla simbologia del gesto, che è l'essenza, nel linguaggio religioso, del sacrificio rituale. Ma sul valore della gestualità, sulla valenza simbolica del "maneggio", è costruito il racconto "Insetto fra gli insetti": "Non che io sia mai stato religioso, ma devo riconoscere che fin dalla prima adolescenza, quando facevo i miei primi borseggi seguito da mio padre, avevo cura di rendermi assolutamente invisibile nel momento decisivo anche nell'ipotesi che qualcuno mi stesse guardando dall'alto, proprio a perpendicolo". Ad analoga lettura può essere sottoposto il racconto "Cose" di Simona Vinci, che pure, nel complesso, sembra più artificioso, soprattutto quando cerca di passare dalla riflessione metafisica alla narrazione.
Diversa è l'andatura di Tiziano Scarpa. La parola, si sa, è la prima forma della rappresentazione, del rendere presente, e la lotta contro la balbuzie del protagonista di "Madrigale" appare proprio come una lotta per il proprio esserci. "Questa pacata meditazione sulle mie origini" è innanzitutto lotta contro un linguaggio che, minacciosamente, tende a essere risucchiato e a risucchiare, come le sirene di Ulisse, nel vortice dell'originaria - appunto - indistinzione, qui iconoclasticamente rappresentata dalla lavatrice di casa. "Dovevo - confessa il protagonista - innanzitutto venire a capo del complicato groviglio di sillabe nel nome di Margherita Mardegàn per dichiararle il mio amore". Nella letteratura di Tiziano Scarpa, dopo le tonalità più pessimiste di "Occhi sulla graticola" (Einaudi 1996; cfr. "L'Indice", 1996, n. 4), sembra prendere corpo una tendenza al gioco linguistico che, senza pretendere di esprimere una presunta oggettività degli "stati di cose", come diceva Wittgenstein, aspira solo alla mobilitazione della strategia rappresentativa, nemmeno consolatoria, semplicemente votata all'immanenza.
Tra volontà di presenza e desiderio di comuni smarrimenti nel vortice della vita quotidiana si giocano dunque queste "forme di esperienza inquieta". Non tutti i racconti sono egualmente riusciti né, soprattutto, rientrano tutti nei confini ipotizzati (pensiamo ad esempio ai racconti di Bernini e Bosonetto, davvero poco omogenei agli altri). Tuttavia la lettura di questa raccolta è nel complesso promettente per chi abbia a cuore l'affrancamento della letteratura italiana da un neo-neorealismo poco interessante.