Apprendere e innovare

Curatore: Ocse, Ceri
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 24 febbraio 2011
Pagine: 213 p., Brossura
  • EAN: 9788815146939
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Strana cosa davvero, la scuola. Struttura chiusa, conservativa, presenta un alto tasso di staticità nella propria organizzazione: la classe, l'orario, l'anno scolastico, la promozione o la bocciatura (certo, possiamo chiamarle anche con altro nome, ma restano sempre tali…), l'insegnante con il registro e molto altro ancora, tutto ha un sapore di immobilità. I tentativi di cambiamento, anche i più seri, hanno tutto sommato inciso ben poco (spesso inciso solo a parole) su questo quadro.
Ma, d'altra parte, la scuola è per sua stessa natura rivolta al futuro e al mondo che sta fuori dalle sue porte: ha il compito di educare la nuove generazioni a essere cittadini, di formarle all'attività lavorativa e prepararle a produrre in maniera qualificata per l'insieme della società. Per questo la scuola, ormai da decenni, è costantemente sottoposta a una tensione riformatrice: ma tale intervento è consistito finora, soprattutto per la secondaria superiore, nel riaggiustamento dei contenuti, mentre ben poco ha interessato la struttura della scuola. Anche l'arrivo di quelle che continuiamo a chiamare le "nuove tecnologie" non ha cambiato nel complesso il modo di fare scuola, che rimane imperniato su modelli appropriati a una società paleoindustriale: e questa è una delle ragioni non secondarie delle grandi difficoltà che oggi vive l'istituzione scolastica. Basti pensare al fatto che, in una società in cui i percorsi formativi divengono per necessità sempre più individuali e personalizzati, permane nella scuola, anche (direi soprattutto) nella secondaria superiore, la modalità organizzativa e pedagogica della classe di livello uniforme per età e per livello di contenuti proposti, fondata essenzialmente sull'ipotesi di una crescita omogenea delle conoscenze e della preparazione di tutti gli studenti in tutte le discipline nel corso dell'anno. Qualora ciò non si verifichi, l'allievo o ripete l'anno, cioè ripete la preparazione in tutte le discipline, anche in quelle in cui ha raggiunto un buon livello di competenza, oppure viene promosso, cioè passa a un livello più avanzato nello studio anche di quelle discipline in cui la competenza acquisita è ancora insufficiente. È solo un esempio fra i tanti: le incongruenze determinate dalla rigidità di un sistema obsoleto, fondato sull'intreccio classe/orario/uniformità degli esiti formativi, sono numerose e ogni giorno che passa sempre più eclatanti.
Non ha torto, quindi, la ricerca eseguita dal Ceri (Centro per la ricerca e l'innovazione educativa) e dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Apprendere e innovare, edita in Italia dal Mulino per iniziativa della Fondazione per la scuola, a sostenere che "le riforme si sono ultimamente scontrate contro un muro, o piuttosto un soffitto, oltre il quale ulteriori progressi sembrano impossibili, il che ha condotto un numero sempre maggiore di dirigenti scolastici e di educatori a chiedersi se le scuole non abbiano bisogno, piuttosto che di essere riformate, di essere reinventate".
Questa affermazione, che si fonda sui cambiamenti del punto di riferimento sociale che determina la congruità di un sistema scolastico, propone riflessioni che possono portare a importanti ma anche divergenti conclusioni. È un dato acquisito che le economie delle società di tipo industriale si sono trasformate nell'ultimo decennio in sistemi socio-economici che si fondano in maniera specifica sulla "produzione e sulla distribuzione della conoscenza e dell'informazione piuttosto che sulla produzione e sulla distribuzione di oggetti". Ne deriva l'urgenza che la formazione scolastica metta un giovane in grado non tanto di apprendere risposte date a quesiti predeterminati, ma di elaborare soluzioni plurime a qualsiasi problema attraverso "un paradigma basato sulla creazione di conoscenza, piuttosto che sulla sua trasmissione": invece una parte consistente dell'apprendimento scolastico si è connotata nei secoli come trasferimento di conoscenze e non di rado come "imparare senza capire", e tale continua a essere nel presente.
Siamo dunque di fronte alla necessità di cambiare la struttura stessa della scuola: come afferma in maniera ampiamente condivisibile Tom Bentley nel saggio finale di quest'opera, "se vogliamo dei modelli scolastici che servano realmente a sviluppare pienamente il potenziale di ogni società, e che superino i modelli consolidati di disuguaglianza è richiesto (…) l'apprendimento personalizzato".
Qui sta il nodo per dare una formazione adeguata: ma la soluzione non può essere "più addestramento e meno cultura", verso cui sembra essere indirizzata la scuola in Italia (e non solo), ma più cultura, maggiore conoscenza critica perché, come scrive Martha C. Nussbaum, "mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali; mentre l'innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l'istruzione si ripiega su poche nozioni stereotipate" (Non per profitto, il Mulino, 2011; cfr. "L'Indice", 2011, n. 5). In questo panorama l'insegnante viene ad assumere sempre più il ruolo di colui che stimola che non di colui che presenta soluzioni da imparare, di colui che non semplifica il materiale da apprendere, ma esercita un'azione di regolazione sulla sua complessità prevedendo una serie di passaggi che favoriscano lo sviluppo delle capacità di ciascuno.
Certo, per trasformare la scuola nel senso dell'insegnamento personalizzato servono investimenti cospicui (non solo di denaro, ma anche di impegno culturale e di considerazione sociale) e, se è vero che "investire, attraverso la politica educativa, nel capitale umano, sta diventando la modalità centrale per migliorare la competitività", è altrettanto vero che la definizione delle priorità politiche in base alle quali procedere agli investimenti non è mai una scelta facile e indolore, soprattutto in una fase di difficoltà economiche, e ciò comporta dei rischi: in questo caso l'incognita maggiore consiste nel fatto che al bisogno di innovazione venga sacrificata la conquista del diritto di tutti a una formazione adeguata. È un pericolo serio, già presente nella politica scolastica attuata in questi anni in Italia (politica che per di più non ha neppure un'impostazione innovativa, ma è tristemente volta agli stereotipi di un passato improponibile). Il timore di uno sbilanciamento della scuola a favore del privilegio non può però indurre al tradizionalismo le forze politiche e culturali progressiste che vogliono un rinnovamento democratico del paese. Infatti, senza un'innovazione che non sia di facciata ma si collochi al livello dei cambiamenti in corso sulla scena mondiale, la scuola perderebbe la sua funzione di principale ambito sociale di formazione, si ridurrebbe a un aspetto assistenziale e residuale della società e, in questa sua caduta, trascinerebbe con sé la democrazia.
Vincenzo Viola