L' aratro, la spada, il libro. La struttura della storia umana

Ernest Gellner

Traduttore: R. Rini
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 1994
In commercio dal: 28 febbraio 1994
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788807101700
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recensione di Fabietti, U., L'Indice 1995, n. 3

Produzione, coercizione e conoscenza. Questi sono i tre fattori, metaforizzati nell'aratro, la spada e il libro, dal cui intreccio scaturisce quella che Ernest Gellner chiama "la struttura della storia umana". "L'aratro, la spada, il libro" è una specie di sintesi di guanto Gellner è andato elaborando nel corso di lunghi anni di riflessione. Sarebbe però sbagliato credere di trovare in questo volume una summa del suo "pensiero". Il libro di Gellner è infatti, come quasi tutti i lavori di questo filosofo passato poi all'antropologia, costruito attorno a un tema molto forte: la trasformazione della volontà umana delle origini in quella moderna; ma questo tema non è che un pretesto per sviluppi teorici (antropologici, storiografici e filosofici) ciascuno dei quali costituisce un campo di riflessione autonomo. Inoltre Gellner, al pari del suo coetaneo (e avversario teorico) Clifford Geertz, ha la notevole capacità di sviluppare temi antropologici di interesse non strettamente tecnico, ciò che lo rende uno degli antropologi contemporanei più seguiti dagli studiosi e dai cultori di scienze umane. C'è però qualcosa che certamente una parte di questo pubblico, specialmente italiano, non conosce: Gellner, dopo essere cresciuto filosoficamente sotto l'invidiabile guida di Karl Popper e Bertrand Russell, si dedicò all'etnografia del mondo musulmano, studiando l'organizzazione sociale e politico-religiosa delle comunità berbere dell'Atlante marocchino. Non è forse un caso che "L'aratro, la spada, il libro", si apra con un detto attribuito a Maometto, una specie di aforisma antropologico ("la sottomissione entra in casa con l'aratro") che sembra riassumere in sé parecchi dei temi sviluppati da Gellner. Ma se, dicevamo, non si può ignorare quella che è stata la specifica esperienza etnografica dell'autore, "L'aratro, la spada, il libro" sviluppa temi che esulano dall'ambito antropologico più stretto e immediato.
Secondo Gellner si può parlare di un movimento generale della storia la cui spiegazione è da ricercarsi in elementi determinati: Per quanto non unilineare e complesso, il movimento della storia è segnato dalla comparsa della divisione del lavoro, della società gerarchica e dall'avvento della società democratica, mentre sul versante del pensiero si assiste all'emergere della razionalità e alla sua affermazione come elemento dominante nell'ambito del pensiero sociale (in contrapposizione al pensiero individuale). Anche qui bisogna però specificare. Gellner non vuole separare società e pensiero attribuendo ai due livelli una storia autonoma; ma non vuole nemmeno stabilire un rapporto di stretta determinazione tra un livello e l'altro. Benché la sua argomentazione sia ancorata a una prospettiva genericamente definibile come "materialista" (il suo rapporto con il marxismo, ad esempio, è critico), Gellner ha una concezione della società e della cultura - e quindi della storia - come prodotti di un intreccio profondo di pratico e simbolico, di concreto e di astratto. Il libro - che come abbiamo detto sta per il sapere codificato sia in forma profana sia in forma sacra - non avrebbe altrimenti ragione di comparire nella triade in cui si riassume la vicenda umana dalla rivoluzione urbana e agricola in avanti.
La prospettiva evolutiva, in un certo senso, domina il volume di Gellner anche se si deve precisare che per lui non si tratta - come s'è detto - di declinare "tappe di sviluppo" o "tipologie" sociali sempre più complesse. Gellner vuole piuttosto mettere a fuoco gli aspetti salienti di ciò che egli chiama la struttura della storia umana e tra questi l'affermarsi del pensiero razionale e della sua compagna, la democrazia. Si tratta di un argomento di non così ovvia dimostrazione (una volta che si siano abbandonati i luoghi comuni) al quale Gellner cerca di dare un supporto ricorrendo - tra l'altro - alla critica del "pensiero primitivo" (un tema da lui già sviluppato in "Causa e significato nelle scienze sociali", trad. it. Mursia 1992) la cui supposta "razionalità" è il frutto di uno slancio entusiastico per l'alterità da parte di antropologi a suo giudizio troppo "caritatevoli". Ma anche qui attenzione, Gellner non vuole dimostrare che i "primtivi" sono irrazionali mentre noi moderni invece lo saremmo. Gellner vuole piuttosto argomentare a favore di una visione della storia prevalentemente dominata dall'uso polisemico - e quindi logicamente ambiguo e fuorviante - dei concetti che certamente non è una prerogativa esclusiva del pensiero "primitivo". E tuttavia egli sostiene (e sarebbe difficile dargli torto) che da un certo momento in avanti (non proprio a partire dai greci, come spesso si sostiene, quanto piuttosto dal momento in cui il sapere viene codificato in una forma scritta - e qui ci pare che il debito nei confronti di Jack Goody non sia trascurabile) una parte dell'umanità ha cominciato a pensare (noi aggiungeremmo: qualche volta e in sedi molto particolari) razionalmente operando una sistematica eliminazione delle polisemie concettuali al fine di potersi intendere in maniera non ambigua.
Il rischio della tesi di Gellner (che va beninteso contestualizzata nonostante egli sia un acerrimo nemico dell'uso contestuale dei concetti) è quello di offrire un buon terreno a chi si sentisse in animo di erigere (ancora una volta) la fatidica barriera: razionali e prerazionali moderni e premoderni noi e loro.