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Franco Voltaggio

Collana: Saggi. Scienze
Anno edizione: 1992
Pagine: X-744 p.
  • EAN: 9788833907154
VOLTAGGIO, FRANCO, L'arte della guarigione nelle culture umane

FRIEDMANN, DANIEL, I guaritori
recensione di Filoramo, G., L'Indice 1994, n. 9

I destini della medicina e della religione, che parevano, dopo un lungo periodo di più o meno contrastata convivenza, essersi definitivamente separati, tornano oggi, come effetto della fortuna delle cosiddette medicine alternative, nuovamente a intrecciarsi. Naturalmente, si può dubitare che questa separazione sia mai realmente avvenuta; in ogni caso, è indubbio che oggi il confronto si ripropone nuovamente con forza. Forse è inutile disturbare, per spiegare questo ritorno, motivi impegnativi come la messa in crisi di un certo modello di storia della scienza o la parallela messa in crisi del paradigma della secolarizzazione: in fondo il letto del malato (quando il malato ha la fortuna, almeno nei nostri ospedali, di avere un letto) è come un mälström di forze che non sono soltanto organiche e vitali, ma anche storiche e sociali. Il malato, infatti, suo malgrado, si trova all'intersezione di storie, oltre che genetiche e individuali, anche sociali e spirituali. Intorno al suo letto si svolge non soltanto la lotta, invisibile, tra angelo custode e demonio ingannatore o quella, più visibile ma altrettanto micidiale e decisiva, tra differenti opinioni diagnostiche, bensì anche un vero e proprio conflitto delle interpretazioni.
I due libri che qui si presentano, pur essendo molto diversi per prospettive (e mole!), offrono due punti di vista complementari, che permettono di rendersi meglio conto di questo rinnovato intreccio. Il libro di Friedmann, agile e intelligente resoconto di un'inchiesta etnosociologica condotta una decina d'anni or sono nel mondo dei guaritori francesi (occasionali e organizzati), permette, a partire dall'oggi, di gettare uno sguardo in un passato che appariva irrimediabilmente trascorso, dal momento che "il guaritore è una proiezione della medicina nel suo passato". Il lavoro di Voltaggio, docente di filosofia della scienza, ambisce a presentare appunto quel passato nella sua complessità, per comprendere meglio l'intrico del presente e, se possibile, proiettare lo sguardo nel futuro
Che religione e medicina abbiano a lungo convissuto nelle società tradizionali, antiche e di 'ancien régime', è dovuto prima di tutto al comune obiettivo: la "salute" dell'uomo. Ci si dimentica troppo spesso che la maggior parte delle religioni altro non sono (n‚ pretendono essere) che rimedi ritenuti e sperimentati come efficaci, prima di tutto e soprattutto contro le tante malattie che affliggono l'umanità. Gli stessi fondatori di alcune religioni universali, in seguito reinterpretate come religioni apportatrici di una salvezza spirituale e ultraterrena, in realtà agiscono come guaritori, esorcisti e medici. Si pensi al fondatore dello zoroastrismo, Zarathustra, che insegna all'umanità, su ispirazione divina, tecniche guaritrici: queste pratiche mediche vinceranno il male, che si manifesta essenzialmente come malattia, permettendo che il mondo ritorni alla fine alla sua perfezione originaria. 'Frashokereti', che significa non a caso insieme guarigione e salvezza, è in fondo la meta dell'intera storia della creazione zoroastriana: alla fine dei tempi (un tempo al di là della morte), il salvato godrà di una rinnovata esistenza eterna grazie a un nuovo corpo non più sottomesso a malattie. Anche il messaggio che il buddhismo antico 'hinayana' attribuisce al Buddha può essere assimilato a una terapeutica delle passioni e dei mali che affliggono il composto psicofisico, impedendogli la liberazione definitiva. Che dire poi di Gesù di Nazareth, che agisce come un guaritore e un esorcista, comprovando col successo delle sue guarigioni la "verità" del suo annuncio sul Regno? Abbiamo dunque a che fare con un fenomeno di lunga durata, un fenomeno, occorre aggiungere, che è riapparso prepotentemente sulla scena contemporanea: si pensi alle nuove religioni giapponesi, dominate appunto dal problema dell'efficacia d¡ cure mediche a sfondo magico-religioso; o al modo in cui si configura il problema della salvezza nell'attuale nebulosa mistico-esoterica, oscillando tra religione e psicoterapia.
Se il libro di Friedmann, accentuando a ragione la valenza di "dono" che vari poteri dei guaritori posseggono, con le conseguenze che ne derivano sia sul piano della "vocazione" sia su quello dei rapporti con la clientela, contribuisce a mettere in evidenza la dimensione sostanzialmente ancora sacra di questo particolare tipo di medicina, il lavoro di Voltaggio, capovolgendo la prospettiva, invita a riflettere sui rapporti tra medicina e religione. Anche la storia della medicina si trova a dover affrontare l'attuale deriva relativistica e la crisi dei modelli, latamente etnocentrici, basati sull'idea di uno sviluppo unilineare e progressivo, culminante nell'avvento della moderna medicina scientifica otto-novecentesca: evitando pericolosi anacronismi, suo unico compito sarebbe per l'autore "quello di verificare, punto per punto, quanto ipotesi e teorie vengano incontro alle esigenze del loro tempo". Quest'impostazione funzionalistica comporta un esame del modo in cui l'arte della guarigione funziona - e dunque si giustifica - non per una sua validità intrinseca e/o in funzione di modelli apparsi in periodi storici successivi o in culture altre, ma in rapporto al contesto culturale e storico-sociale di cui è espressione. Uno studio dell'arte della guarigione nelle culture umane, come recita il promettente titolo ed esplicitamente riconosce nelle sue conclusioni l'autore, diventa o meglio dovrebbe diventare uno studio comparato delle differenti forme di razionalità soggiacenti alle differenti pratiche terapeutiche attraverso il confronto delle differenti concezioni di malattia e salute, con buona pace delle storie della medicina costruite con gallerie di dissezioni anatomiche o analisi biochimiche. Il lettore della prima parte del libro di Voltaggio ha l'impressione di trovarsi di fronte a un tentativo, indubbiamente coraggioso, che spezzando vieti schemi storiografici decide di salpare per questa meta affascinante anche se pericolosamente priva di confini. Si tratta infatti di una parte dedicata all'arte magica nelle società illetterate e alla particolare "tassonomia fantastica" che le caratterizza. Basta, però, la lettura della seconda e della terza parte, dedicate alla presentazione prima dell'arte della guarigione in tre culture antiche (Egitto, India e Cina), con particolare attenzione all'emergere di quegli elementi di osservazione razionale che contribuirebbero alla prima messa in crisi del modello magico; poi alla "crisi irreversibile" della tassonomia fantastica attuatasi col sorgere del modello razionale e "laico" della medicina ippocratica, per rendersi conto che in realtà l'autore, nonostante le sue dichiarazioni, ha impostato la sua storia dell'arte della guarigione secondo il modello tradizionale: le forme alternative di medicina in tanto esistono e meritano di essere prese in considerazione in quanto sono "preparazione" e, di conseguenza, aiutano a comprendere l'avvento del modello ippocratico. A partire da questo momento, la storia diventa storia del perché questo modello stentò ad affermarsi e imporsi: storia in cui secondo un vieto cliché, la religione, nella fattispecie il cristianesimo, torna a recitare una parte importante, ancorché negativa: dapprima come irruzione di elementi estranei al modello di razionalità medica greco-romana, poi come imporsi di una forma teologica di pensiero che costituirà l'ostacolo principale, durante il medioevo, a un approfondimento delle conoscenze scientifiche in materia di guarigione che pure trovavano terreno favorevole oltre che nelle varie scuole, anche nel diffondersi, attraverso la mediazione araba, dell'aristotelismo.
Occorre ammetterlo: il lavoro di Voltaggio, pur così impegnato e ambizioso, lascia alla fine insoddisfatti. Con una precisazione doverosa: chi scrive si occupa di storia religiosa, di storia cioè di un'istituzione culturale che, al pari dell'arte, della politica e delle altre sfere dell'agire umano, indaga in modo disincantato, possibilmente 'iuxta propria principia'. Si aspettava perciò di trovare una trattazione della storia della medicina in quanto arte della guarigione che affrontasse finalmente di petto l'intricato nesso ''medicina-religione", trattando in modo disincantato, oltre che la religione, anche la medicina. La mia impressione è che ci si trovi di fronte, ancora una volta, a una trattazione tradizionale dell'arte medica occidentale, collocata nella sua teca, a prova di furti, di razionalità sacra perché superiore e metro delle altrui razionalità. Limitandomi al caso della medicina greco-romana, basta leggere i lavori di Llyod, a quanto pare non utilizzati dall'autore, per rendersi conto di quanto più complesso fosse l'intreccio, anche all'interno del campo ippocratico, tra medicina, razionalità e sapere tradizionale. Il fascino di una storia della medicina che si faccia realmente carico di quest'intreccio consiste proprio in questo: nel fare i conti col problema delle forme diverse di razionalità all'opera in contesti culturali diversi, forme di razionalità che ripropongono la questione sia del come e del perché si crede, sia dell'efficacia dei procedimenti terapeutici. Si tratta di un nodo storico che non appartiene a un passato "superato" e "altro", ma che agisce in seno alla stessa modernità, dai "profeti dell'illuminismo" che, in epoca prerivoluzionaria, mettono in discussione, proprio facendo ricorso a modelli terapeutici alternativi, il paradigma meccanicistico della razionalità scientifica, alle varie forme di "tentazione dell'occulto" che percorrono la scienza dell'età vittoriana, per terminare con la crisi recente del paradigma neoevoluzionistico e con il fermentare di forme alternative "deboli" di metodologia scientifica, talora non a caso ispirantisi a un relativismo metodologico.