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Orietta Rossi Pinelli

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 344 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806197483

Il testo di Orietta Rossi Pinelli, docente di storia della critica d'arte all'Università La Sapienza di Roma, era già stato pubblicato nel 2000 con il titolo Il secolo della ragione e delle rivoluzioni all'interno della Storia universale delle arti (Utet). Abbiamo ora a disposizione una nuova edizione molto più economica e di più agevole formato che potrà avere una circolazione anche al di là del ristretto ambito delle grandi biblioteche in cui il libro era finora rimasto confinato. Si tratta, del resto, di una linea editoriale complessiva della collana "Piccola Biblioteca Einaudi" volta a mettere a disposizione di un pubblico ampio opere fondamentali di storia dell'arte e dell'architettura.
La produzione artistica e la "cultura visiva" del secolo dei Lumi sono utilizzate da Rossi Pinelli come fonti, come prospettive parziali ma in grado di orientare lo sguardo sul tutto. Siamo infatti di fronte a un testo di storia dell'arte che è al tempo stesso un libro di storia sociale, economica e perfino degli sviluppi scientifici e tecnologici, con una interdisciplinarietà programmaticamente perseguita. Quindi non giustapposizione di informazioni, ma capacità di cogliere il secolo nella sua complessità: arte, filosofia, rivoluzioni politiche ed economiche, progressi tecnologici, Lumi e ragione, ma anche incubi, utopie per il futuro e nostalgie delle origini (primitivismi, storicismi), interesse per l'antico "tradizionale", greco-romano, ma anche per il suo ampliamento (etruschi, egizi) e per la scoperta del medioevo, tutto è tenuto insieme dalla potenza euristica della fonte iconografica, a sua volta assunta nella sua variegata articolazione. Non solo dipinti e sculture ma anche architetture, reali e ideali, ceramiche, progetti di fondazione o di rifondazione di città. Una "histoire à part entière", viene da dire. La produzione artistica del XVIII secolo viene analizzata non a partire da una rigida cronologia o dalla suddivisione in scuole "nazionali", men che meno in base a periodizzazioni manualistiche ormai consunte. Su quest'ultimo punto Rossi Pinelli sfodera una verve polemica antidogmatica molto illuminista, scagliandosi contro la "distratta accettazione di periodizzazioni stilistiche, più che inutili, inquinanti, come tardobarocco, barocchetto, neoclassico, protoromantico, perfino protoneoclassico". L'autrice rivendica l'utilità di escludere le periodizzazioni che non appartenevano al linguaggio della letteratura critica settecentesca, recuperando viceversa la definizione coeva di "classico" e le categorie stilistiche del tempo, come grand goût e petit goût.
Il contesto storico, mai ridotto alla dimensione evenemenziale, in cui si inserisce la vicenda delle arti è quello caratterizzato dalla diffusione della ragione illuminista e dalle rivoluzioni politiche (americana, francese) ed economico-sociali (rivoluzione industriale). Rossi Pinelli si muove a tutto campo nel mondo delle arti, spaziando dai pittori di corte agli artisti "radicali" come Hogarth; dai grandi affreschi di Tiepolo nella residenza di Würzburg alle ceramiche di Wedgwood che legano la cultura artistica e la ricerca archeologica con la sperimentazione di nuovi materiali e la produzione di oggetti di uso quotidiano. Lo spazio accordato all'imprenditore mecenate Josiah Wedgwood è emblematica dell'attenzione di Rossi Pinelli per i nessi tra dinamiche artistiche ed economico-sociali. Raramente i testi di storia riescono a spiegare bene la differenza tra l'Inghilterra settecentesca, già lanciata verso la rivoluzione industriale e la democrazia, e le altre nazioni europee quanto questo testo di storia dell'arte che ci mostra, a partire dalla dimensione artistica, la profondità dei processi mentali e sociali in atto.
Emerge dal volume l'importanza delle città capitali, come luoghi in cui l'arte viene prodotta, esposta, venduta ma anche discussa (critica d'arte) e conservata (musei): da Parigi, con i suoi Salons e la "sua" rivoluzione, a Londra ricostruita dopo l'incendio del 1666, alle nuove realtà di Berlino e San Pietroburgo, fino a Roma, ancora capace di esercitare il suo ruolo di capitale delle arti, con una cronologia storico-artistica diversa quindi da quella politica, che vede la città del papa sulla difensiva e in declino sullo scenario europeo.
La cultura visiva settecentesca è fatta anche dalle cineserie che ci mostrano la particolarità dello sguardo del Vecchio continente sul grande impero asiatico in un secolo in cui il giudizio degli europei è ancora animato da curiosità positiva, e talvolta da aperta ammirazione, prima che l'ideologia imperialista travolga tutto lasciando posto solo al rapporto gerarchico tra Occidente e Oriente (si pensi alle raffinate analisi di Edward Said), sancito dalle guerre dell'oppio e dai patti commerciali ineguali. Prima insomma che si consumi il tradimento della ragione dei philosophes da parte delle varie forme di positivismo estremo. La ragione del XVIII secolo di cui ci parla l'autrice, viceversa, non fu una divinità ma "una porta di accesso alla libertà dalla superstizione, un canale attraverso cui organizzare le infinite 'curiosità' indotte dall'esperienza". Solo nell'Ottocento, con la pesante distorsione positivista, al termine poco rimase "della valenza, pervasiva ma lieve, di strumento dell'intelligenza (…) in grado di inseguire ogni traccia di conoscenza senza temere le grandi contraddizioni della vita". Nel Settecento di Rossi Pinelli c'è spazio per la pittura di storia "virtuosa" e piena di certezze di David, come per le immagini intrise di inquietudini e incubi di Füssli e Goya. Un vero elisir contro le deformazioni caricaturali dell'Illuminismo servite negli ultimi decenni per legittimare risorgenti irrazionalismi e nuovi fondamentalismi identitari. Un testo molto settecentesco, questo di Rossi Pinelli, per l'approccio cosmopolita che privilegia la comune appartenenza di artisti e intellettuali alla "repubblica delle arti, delle lettere e delle scienze", rispetto alle identità statuali, e per l'eleganza della scrittura, mai fine a se stessa. La lingua italiana è utilizzata in tutte le sue potenzialità sintattiche e lessicali, e il testo scorre con levità sotto gli occhi del lettore, sempre intrigato dalle parole e dal loro continuo dialogo con le immagini.
Massimo Cattaneo