Assassinio a Amsterdam. I limiti della tolleranza e il caso di Theo Van Gogh

Ian Buruma

Traduttore: S. Mobiglia
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 233 p., Brossura
  • EAN: 9788806187200
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Il 4 novembre 2004 un islamista di origine marocchina uccideva in una strada di Amsterdam Theo Van Gogh, reo in quanto regista di Submission, un film che denunciava l'oppressione delle donne nell'islam. Nel corpo della sua vittima l'assassino aveva piantato con un coltello una lettera che era un messaggio di morte per Ayaan Hirsi Ali, transfuga dalla Somalia e dall'islam, autrice della sceneggiatura. Di qui muove Ian Buruma in Assassinio a Amsterdam per indagaresulle trasformazioni e sui contrasti indotti in Olanda (e in Europa) dall'immigrazione. Alla qualità di un saggio, che ragiona su fatti documentati, il libro unisce un'avvincente capacità narrativa. Gli atti, i ritratti, le voci diverse di olandesi e immigrati risuonano sullo sfondo di una società turbata, percorsa su entrambi i lati da nostalgie per un passato idealizzato e ora scosso.
"Pian piano, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, i vecchi quartieri operai olandesi si trasformarono in 'città paraboliche' collegate al Marocco, alla Turchia e al Medioriente dalle televisioni via satellite e da Internet". L'assassinio di Van Gogh è il segnale di un equilibrio che si incrina: le tradizionali libertà olandesi di opinione e di critica di cui Van Gogh si era valso fino alla provocazione si mostrano d'improvviso esposte a un pericolo mortale: è "l'atmosfera minacciosa che ribolle sotto la calma di superficie e che può tutt'a un tratto prorompere in atti di violenza insensata".
Van Gogh è sorpreso dalla morte nei giorni in cui sta lavorando a un film su Pim Fortuyn. Buruma dedica un lungo capitolo al fenomeno Fortuyn, in rapida ascesa politica quando, nel maggio del 2002, fu assassinato, anche lui "per ragioni di principio", da tal Van Der Graaf, animalista fanatico. Con il 36 per cento dei voti, Fortuyn aveva già soppiantato i socialdemocratici a Rotterdam e si avviava verso una decisiva affermazione nelle elezioni politiche imminenti. Tanto suo successo era dovuto soprattutto alla campagna da lui condotta contro l'immigrazione, specie islamica. Ma sarebbe una semplificazione di comodo annoverarlo tra i Le Pen in Francia, gli Haider in Austria, la Lega in Italia. "Io non odio l'islam – dichiarava Fortuyn – lo trovo una cultura arretrata… Non ho nessuna voglia di dover riconquistare un'altra volta da capo l'emancipazione di uomini e donne". La sua esibita omosessualità, invece di ostacolarlo presso il pubblico conservatore, gli conferiva al contrario un'aura eccentrica che contrastava con il perbenismo paludato e paludoso della politica ufficiale. In questo senso si presentava come campione dell'"antipolitica", che più che un programma proponeva se stesso. Europeismo e multiculturalismo erano per lui roba da politicanti: era uno "spacciatore di nostalgia", un "maestro del kitsch emozionale", e le emozioni che suscitava "erano precisamente quelle dei tifosi del calcio".
Carisma mediatico e personalizzazione della politica avvicinano il caso Fortuyn al caso Berlusconi, figure capaci di rappresentare, nella propria retorica vittimistica, le più corrive propensioni al vittimismo ("siamo invasi dagli immigrati; siamo tartassati dai politici…"); figure capaci di sedurre le folle su due lati: in facciata, presentandosi come cavalieri audaci e spregiudicati da cui ci si può attendere protezione e salvezza, ma che sul retro si presentano con il volto del perseguitato a causa della propria stessa eccezionalità, tale da suscitare istinti materni di protezione. Ciò che "quella gente aspettava era un politico sufficientemente grossolano da dar voce alle loro ansie".
Ian Buruma incrocia così due crisi, quella indotta dall'immigrazione e quella interna alla democrazia nella sua deriva populistica. La sua indagine mette in luce, in particolare, una dispersione della sinistra: da sinistra erano partiti tutti i personaggi principali (da Fortuyn a Van Gogh, dal suo assassino Bouyeri ad Ayaan Hirsi Ali), per approdare alla fine su sponde ben diverse. Alla fine, dal coro di voci dissonanti che Buruma sollecita attraverso le sue conversazioni, Ayaan Hirsi Ali e l'assassino di Van Gogh, Mohammed Bouyeri, emergono come casi esemplari: l'una che fugge dall'islam per abbracciare un illuminismo battagliero e intransigente, l'altro che all'islam ritorna e lo assume nella sua forma più fondamentalistica e aggressiva; l'uno che finisce in prigione per assassinio, l'altra che è sotto minaccia di morte, ed è tradita dal centro e dalla sinistra, che trovano imbarazzante per il "dialogo tra culture" la sua posizione intransigente sui diritti umani, e traggono pretesto da un'irregolarità burocratica per privarla del permesso di soggiorno costringendola a riparare negli Stati Uniti, accolta dai repubblicani.
Nel delineare le trasformazioni opposte di Hirsi Ali e Bouyeri, Buruma ci incoraggia a sciogliere molti pregiudizi sui fenomeni in corso. La retorica di destra contro l'immigrazione in nome di un'identità da preservare, il disconoscimento dei moventi e dei diritti degli immigrati, si risolvono, in Olanda come da noi, in pratica o per intenzione, nella creazione di strati sociali sotto ricatto di espulsione e di condanna sociale, disponibili allo sfruttamento senza garanzie. Mentre la retorica diffusa a sinistra sul "rispetto (indiscriminato) delle culture dell'altro" finisce per allearsi con i rappresentanti ufficiali delle "identità" (capi religiosi o di comunità), di regola conservatori o reazionari, a scapito di chi cerca vie critiche di emancipazione dalle e nelle culture tradizionali.
L'islam è ormai una religione d'Europa. Ma tra islam e Occidente sussiste l'impatto tra culture patriarcali e società in cui il patriarcato – non il maschilismo – è dissolto. Il patriarcato teme un contagio che intacchi l'autorità dei padri, dei mariti e dei fratelli, e l'acuirsi del controllo oppressivo sulle donne, tanto nell'immigrazione quanto nei paesi d'origine, è probabilmente una reazione convulsa a questa ansia, prima "antropologica" che religiosa. La religione non ne è che la sanzione coercitiva, fino a sussumere, in determinati contesti, la prescrizione non coranica dell'infibulazione e del taglio del clitoride. Inoltre, l'accento che le nostre società pongono sulla persona è sentito come minaccia dissolvente per tradizioni che subordinano l'individuo alla comunità e alla sua gerarchia. E d'altra parte, l'immigrato e tanto più l'immigrata che siano tentati dall'affermare il proprio diritto individuale si trovano contrattualmente deboli di fronte alla collettività e sono perciò indotti a rifugiarsi sotto la protezione della comunità di appartenenza e a subirne il ricatto. La religione, affermava il sindaco ebreo di Amsterdam, Job Cohen, si presenta allora come unico ancoraggio. I sistemi cognitivi si distorcono nella zona di turbolenza tra norme rigide tradizionali e società aperta, e tra gli immigrati soprattutto di seconda generazione è diffusa la depressione tra le donne, una specie di schizofrenia tra gli uomini. Le certezze del fondamentalismo risultano spesso un rimedio aberrante a questa nevrosi, sono affermazioni di orgoglio, di superiorità della propria verità contro l'umiliazione sociale e storica. Così, giovani islamisti danzavano per le strade di Ede per l'11 settembre 2001, e Bouyeri, già laico bevitore di alcolici, uccideva Van Gogh in nome del takfir, "dove l'amore è un peccato e l'odio una virtù".
La democrazia declina se si riduce a semplice metodo e saggezza amministrativa, perdendo di tono nella passione per i suoi valori di giustizia, di libertà, di spirito critico. Non reggerà lo scontro con i fondamentalismi esterni e interni che, in lotta tra loro, si assimilano e si alimentano l'un l'altro. O forse proprio i fondamentalismi l'aiuteranno per contrasto a riscoprire la passione per i suoi stessi fondamenti. La generosità amministrativa nei sussidi agli immigrati, lo si vede nel caso olandese, non è all'altezza della situazione: il paternalismo, se è un aiuto, è anche umiliazione, e l'umiliazione è una molla perversa della storia. L'umiliazione fu il grande nutrimento del nazismo, e lo è ora del fondamentalismo più aggressivo. Il paternalismo di stato fa il paio con quello diffuso a sinistra, quando riserva per sé il privilegio di criticare la civiltà in cui vive, e in nome dell'antirazzismo e dell'antimperialismo diffida a priori di chi esercita il proprio senso critico verso le "altre culture".
Né rifiuto e chiusura, né comunità separate o ghetti sia pure sovvenzionati: la via dovrebbe essere quella dell'integrazione pluralistica, della cittadinanza nel rispetto delle differenze, ma chiara nell'affermazione del diritto individuale, della laicità delle istituzioni, della parità di genere, della libertà di critica anche verso la religione, spesso alibi santificato della gerarchia e del privilegio. Facile a dirsi. Ma di fronte a chi proclama la superiorità della propria "cultura" o a chi giustifica ogni cosa perché "è la loro cultura", potrebbe essere una buona premessa di metodo il proporsi di conoscere, per mettersi in grado di dire cosa non piace e cosa piace della propria cultura, cosa piace e cosa non piace della cultura altrui. Per essere insieme critici e propositivi.   Stefano Levi Della Torre